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venerdì 24 aprile 2009

PAOLO DI TARSO: il vero fondatore del cristianesimo?

Riporto un articolo di David Donnini, un insegnante che ha scritto alcuni libri sul cristianesimo, e di conseguenza, le sue ricerche in merito sono da considerare valide e significative.
Le opinioni in merito le possiamo anche ritrovare in alcuni capitoli dei libri di Deschner, dove si nota una certa concordanza di pareri.

CRISTIANESIMO PAOLINO E NEO-CRISTIANESIMO

di David Donnini

È stato Paolo di Tarso a operare la revisione del messianismo tradizionale degli ebrei e la sua trasformazione in una teologia destinata a staccarsi dalla matrice giudaica o, addirittura, a porsi in conflitto con essa per i secoli successivi. Ma chi era Paolo di Tarso? E perché avrebbe inventato il cristianesimo?

Il personaggio chiave di questa reinterpretazione non avrebbe potuto essere un ebreo palestinese, nato e cresciuto nell'atmosfera gerosolimitana, che avesse
ricevuto la sua formazione in quel panorama rigorosamente bipolare in cui l'ortodossia sadducea e le dispute farisaiche (l'ebraismo del tempio e della città) si contrapponevano all'integralismo dei puristi (l'ebraismo del deserto e delle campagne). L'uomo nuovo doveva necessariamente essere un ebreo della diaspora, un civis romanus, un benestante, avvezzo alla convivenza multietnica, multiculturale e multireligiosa, e con un orizzonte mentale che lo collocasse a cavallo fra l'universo ebraico e quello ellenistico. Uno che sapesse pensare qualcosa di diverso. Esattamente come il fariseo tarsiota Shaul.


Fu infatti un uomo così, che noi conosciamo come San Paolo, a fare qualcosa di concreto per uscire dalla paralisi in cui si trovavano tutti gli ebrei che non solo disapprovavano nella stessa misura la conveniente connivenza coi romani e lo sconveniente integralismo Yahwista, ma che fossero arrivati al punto di nutrire un profondo bisogno interiore di immaginare un orizzonte al di là di questo sclerotico bipolarismo.


La letteratura cristiana lascia questo personaggio in una condizione di quasi anonimato, sfocandone al massimo il profilo biografico e l'identità anagrafica. Non sappiamo quando sia nato, chi fosse la sua famiglia, in che periodo sia venuto a Gerusalemme per compiere gli studi e, quel ch'è più clamoroso, lo scritto del Nuovo Testamento che si occupa di lui (Atti degli Apostoli) lo abbandona completamente a metà di un percorso narrativo, senza dire niente sul suo destino.

Le sue lettere, che oggi appartengono al corpus del canone neotestamentario, hanno l'aria di essere dei documenti contraffatti, se non del tutto fasulli. Alcuni autori giungono persino a mettere in dubbio il fatto che questo personaggio fosse un autentico ebreo, come egli proclama negli scritti del Nuovo Testamento che gli sono attribuiti.



Nel Nuovo Testamento si racconta che "Paolo si convertì" sulla via di Damasco, si dice che da una condizione di cecità tornò successivamente alla visione, per poi trattenersi tre anni nel deserto, prima di fare ritorno a Gerusalemme. In questo modo è stato rappresentato senz'altro un percorso individuale che, partito da una adesione evidentemente non del tutto convinta alle posizioni reazionarie del sinedrio ebraico, è passato attraverso il confronto con le posizioni della dissidenza messianista, risoltosi anche questo nell'impossibilità di adesione e, successivamente, è sfociato nella elaborazione di una nuova concezione messianica. Diciamo "nuova" nel senso che superava quella classica Yahwista, non certo nel senso che i suoi contenuti fossero del tutto originali e esenti da derivazioni di qualche genere; anzi, l'elaborazione di Paolo consistette proprio in una colossale operazione sincretistica, che sposò la visione biblica degli ebrei con le teologie della salvazione ellenistiche ed orientali, nelle quali si parlava spesso di dei morenti e risuscitanti.

Si può sostenere, in modo abbastanza verosimile, che Paolo fosse un personaggio molto legato e compromesso col mondo romano, soprattutto per il fatto che la sua professione sarebbe stata quella di produrre tessuti per tendaggi in uso alle legi
oni militari imperiali. E' certo che i suoi famosi viaggi non sono stati effettuati al fine primario di compiere un'opera missionaria ma che, piuttosto, egli ha approfittato della circostanza professionale dei suoi continui spostamenti commerciali per svolgere anche un proselitismo politico-religioso (nel mondo semitico degli ebrei la politica e la religione sono legate indissolubilmente da una concezione di vita prettamente teocratica).

Ciò che caratterizza l'identità culturale di Paolo è una ebraicità molto aperta, una estrema abitudine, per ragioni di ambiente di nascita e di esperienze di vita, al contatto con le culture gentili, ovverosia pagane. E non c'è alcuna possibilità di comprendere storicamente questo individuo e la sua opera se non si parte proprio dall'idea che tutto si origina nel contrasto stridente fra la ebraicità ottusa, fanatica, fondamentalista e xenofoba (la concezione hassidica, sviluppatasi dal patriottismo politico religioso dei maccabei del II secolo a.C.) che nel I secolo d.C. trovò la sua principale espressione nel messianismo esseno-zelota, e la sua collocazione geografica nell'ambiente palestinese, e l'ebraicità aperta, maturata attraverso il contatto e la convivenza con i popoli e le culture gentili, disponibile alla reinterpretazione delle scritture in senso molto elastico (una concezione di cui furono tipici rappresentanti uomini come Filone Alessandrino, Giuseppe Flavio, e per primo Shaul, successivamente nominato Paolo), per niente interessata allo sviluppo di una conflittualità estrema fra Israele e Roma, con una collocazione geografica rivolta soprattutto agli ambienti della diaspora.

Sono le tensioni fra questi due modi di essere ebrei, e le drammatiche vicende politiche e militari della nazione ebraica sotto il dominio imperiale, sempre in altalena fra le azioni dei patrioti Yahwisti e le repressioni romane, che fornirono i presupposti del processo attraverso il quale si sviluppò per gradi prima, una coscienza
ostile al messianismo radicalmente interpretato secondo la concezione hassidica, poi una corrente politica altrettanto radicalmente anti-messianista, espressione delle classi dominanti di Israele (sadducei e farisei), quindi una tendenza a rileggere le profezie messianiche con significati contrari a quelli hassidici, e aperta ai contributi teologici delle spiritualità gentili, infine una corrente militante, di cui il San Paolo del dopo Damasco fu il fondatore e il promotore indefesso, che, pur di contrastare il messianismo hassidico e i suoi estremi pericoli per la sicurezza della nazione ebraica, era disposta a crearne un altro, coerente con le teologie escatologiche straniere, sopportando il rischio che ciò innescasse una sorta di mitosi teologica il cui prodotto, alla fine, fosse la nascita di una nuova religione e la sua scissione dal giudaismo.

In un primo tempo Paolo sarebbe stato senz'altro
un esponente della corrente politica radicale anti-messianista, espressione delle classi dominanti di Israele. E' facile che egli, in quanto benestante, colto, professionista con molte occasioni di viaggio e con molti contatti in ambienti sia ebraici che greco-romani, sia stato coinvolto nella politica di repressione delle "brigate messianiste" e che abbia collaborato come informatore o anche in modo più consistente.


Non si dimentichi che i cristiani, al centro della attenzione repressiva, in questa fase del processo di evoluzione del cristianesimo, non erano ancora ciò che intendiamo oggi con quel termine, bensì erano i giudei messianisti, ovverosia i membri delle sette che aspiravano alla rinascita del regno di Yahwè e all'interno delle quali si individuavano le figure degli aspiranti messia.

Siamo noi che commettiamo il gravissimo errore di interpretare il movimento dei seguaci diretti di Cristo come se questi avessero già incorporato la filosofia espressa nel Nuovo Testamento, che rende spoliticizzato, degiudaizzato e pacifista il messaggio evangelico, prima ancora che Paolo lo avesse formulato.

In realtà, gli stessi Atti degli Apostoli, sebbene siano stati redatti col preciso scopo di mistificare le origini storiche del cristianesimo innestando in modo del tutto artificiale le idee di Paolo sulla figura di Gesù Cristo, mostrano in modo chiarissimo l'esistenza di un grave conflitto fra una corrente giudaizzante (identificata nelle persone come Pietro e Giacomo, il fratello di Gesù) e una corrente che talvolta definiamo ellenistica (identificata nelle persone come Paolo e i suoi seguaci).

In un secondo tempo San Paolo avrebbe maturato un atteggiamento diverso, probabilmente rendendosi conto che la strada della semplice repressione politica, consistente nell'arresto e nella eliminazione fisica degli esponenti messianisti, non avrebbe funzionato molto, tanto più che le ideologie radicali del tipo esseno-zelotico non si fermano davanti al martirio (abbiamo visto il comportamento dei cittadini di Gamla e degli assediati di Masada) ma, al contrario, ne traggono nuovo orgoglio e nuova energia combattiva. In pratica San Paolo comprese che l'ideologia messianista tradizionale avrebbe potuto trovare un antagonista valido solo in un'altra ideologia, e che l'argine per ostacolare l'espansione del messianismo radicale nei diversi strati della popolazione ebraica avrebbe potuto essere offerto solo da un altro messianismo, non così bellicoso, non così ispirato alla escatologia nazionalistica, ma comunque rispondente ad istanze che avessero una risonanza reale nella gente e in larghi strati di popolo.

Insomma, invece di seguire la via degli arresti e delle esecuzioni, Paolo preferì offrire un'alternativa all'idea della salvezza nazional-religiosa (questa fu la sostanza reale della sua conversione) e si adoperò per creare un messianismo più convincente di quello che, pur solleticando l'orgoglio etnico, che è il tratto distintivo di ogni ebreo, metteva tutti quanti di fronte al rischio concretissimo (poi confermato dalle vicende della guerra degli anni 66-70) che i romani ricorressero alla soluzione definitiva e che Israele precipitasse nella più sventurata delle catastrofi.

E' questa, e soltanto questa, la corretta chiave interpretativa attraverso la quale noi possiamo capire ciò che gli Atti degli Apostoli ci presentano, molto opportunisticamente, come una semplice divisione di competenze fra Paolo e gli Apostoli giudaizzanti: evangelizzatore dei gentili l'uno, evangelizzatori degli ebrei gli altri.

Altro che divisione di compete
nze! La verità è che questi ultimi erano legati alla concezione messianica di derivazione maccabea, ovvero al patriottismo nazional-religioso degli esseno-zeloti, ostile per natura al mondo gentile; mentre Paolo aveva già sparso i semi di una filosofia di apertura al pensiero extragiudaico, al punto da rappresentare il suo Gesù Cristo con caratteristiche che appartengono assai più agli dei incarnati e risuscitanti delle teologie gentili che non alla figura messianica delle profezie giudaiche.

Ora, noi abbiamo molti motivi per credere che Paolo, nella sua città di origine, Tarso, in Cilicia, abbia avuto contatti molto ravvicinati con le culture religiose ellenistiche ed orientali, anzi, proprio con i culti detti misteriosofici, in cui si celebravano complicati riti iniziatici. Ora, la quasi totalità dei cristiani nega che il Cristo giustiziato da Ponzio Pilato, con l'accusa di avere militato per diventare "re dei Giudei", avesse l'intenzione di diventare realmente "re dei Giudei" e abbia mai avuto a che fare col messianismo nazional-religioso degli esseni e degli zeloti. E supportano questa loro irremovibile convinzione sulla base della tradizionale immagine evangelica di un Gesù che predica amore, pace, perdono, non violenza, che contraddice alcune caratteristiche del pensiero ebraico messianista (Gesù siede a tavola coi gentili, deroga alla regola del sabato...) e considerano la vicenda del processo, della condanna e della esecuzione romana mediante crocifissione (il tipico destino dei latrones e dei sicarii, ovverosia degli zeloti) come un clamoroso equivoco giudiziario, da cui Pilato, vittima dei raggiri dei sacerdoti del tempio, esce praticamente scagionato, e con lui tutti i romani. Un equivoco generato dalle false accuse che i giudei avrebbero prodotto nel presentare Gesù a Ponzio Pilato, per poterlo fare giustiziare dai romani. Un equivoco, dobbiamo aggiungere, la cui conseguenza è stata, fra l'altro, la crescita di un atteggiamento fortemente antisemita in tutto il mondo occidentale, nei secoli a venire.

Ma il meccanismo non è questo; non sono false quelle accuse di militanza esseno-zelota, bensì l'immagine del Cristo costruita a posteriori dalla scuola di San Paolo. E naturalmente non è legittimo dimostrare che il Cristo era un pacifista, estraneo ai movimenti esseno-zelotici, sulla base di documenti posteriori costruiti ad hoc per supportare una ideologia che andava prendendo piede come alternativa al messianismo bellicoso dei fanatici yahwisti.

E' esattamente come se qualche socialdemocratico, ostile all'ideologia marxista leninista, avesse revisionato l'immagine ideologica di Che Guevara, poi avesse fatto scomparire tutti i documenti che testimoniano l'uomo storico, ne avesse redatti di nuovi che parlano di un Che pacifista, avulso dagli estremismi del marxismo-leninismo, e infine come se i seguaci di questa neo-tradizione sul Che umanitario volessero dimostrare l'estraneità del loro "messia" da ogni militanza rivoluzionaria armata, sulla base di documenti artefatti, le cui bugie sono servite proprio a costruire l'immagine falsata. Ovviamente questo potrebbe essere difficile in un mondo moderno, in cui esistono il giornalismo, la fotografia, la televisione, il cinema e tutto ciò che fissa in maniera inequivocabile certe immagini storiche.

Insomma, quando noi leggiamo i Vangeli (i Vangeli del canone ecclesiastico, naturalmente, non la letteratura primitiva del giudeo-cristianesimo che, del resto, è stata tolta di mezzo), noi non abbiamo davanti agli occhi la testimonianza del Gesù storico, bensì dell'immagine contraffatta in seguito alla revisione paolina. I Vangeli sono il manifesto antimessianista (e quindi anti-Cristo-della-storia) che ci mostra, non le idee di Gesù, ma le idee di Paolo e dei suoi seguaci, ovverosia di colui che è stato fra i nemici più accaniti di Cristo e che non si è affatto convertito ma che, in un secondo tempo, ha convertito l'ideale di Cristo, appartenente al pensiero giudaico più radicale, in una filosofia extragiudaica. Una conversione che è stata ripetuta in modo assai simile, tre secoli dopo, dallo stesso imperatore Costantino, che non si è mai convertito al cristianesimo di Gesù come sostiene una certa retorica storiografica, ma che ha trovato convenienti motivi per convertire ulteriormente la teologia cristiana e renderla sempre più compatibile con le religioni già in voga nell'impero romano (fu Costantino a volere energicamente il concilio di Nicea e a dare inizio ad un'epoca plurisecolare di caccia all'eresia).

In pratica, dopo queste molteplici e successive operazioni di ricostruzione teologica realizzate nell'arco di tre secoli, le cose che leggiamo oggi nei Vangeli servono a dimostrare ciò che Gesù non era molto più di quanto non possano servire a dimostrare cos'era. Anche se questa è un'idea inaccettabile da parte di coloro che sono innamorati dell'immagine neo-cristiana del Gesù figlio di Dio e che non possono tollerare che tale immagine sia così brutalmente ridotta dall'analisi storica ad un prodotto di pura creatività teologica.

Ed ecco la censura del caso Cristo, costituita oltre che da Paolo e da Costantino anche da uomini come Ireneo, Eusebio, Teodoreto... che oggi noi chiamiamo "Padri della Chiesa":


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