Non esistono verità assolute o dogmi insindacabili. Questi sono solo strumenti concepiti per soggiogare la vostra mente

giovedì 28 aprile 2011

LIBRI: Storia Criminale del Cristianesimo

Storia criminale del Cristianesimo è un'opera storica in 10 volumi di Karlheinz Deschner, pubblicata in Italia dalla casa editrice Ariele.
Karlheinz Deschner alla fine degli anni sessanta presenta una serie di conferenze che hanno come tema i crimini commessi dal clero cristiano e in particolar modo cattolico dall'ascesa del cristianesimo a religione di stato dell'Impero Romano. Una di queste, nel 1969 gli costa una citazione in tribunale per "vilipendio alla chiesa", causa che però vincerà.
Dal 1970 Deschner è al lavoro al suo ambizioso progetto Storia criminale del cristianesimo, che porta avanti aiutato dal mecenatismo offerto dagli industriali Herbert Steffen, Alfred Schwarz e altri amici.
Durante le prime fasi della lavorazione dei libri, per qualche tempo un mecenate aveva finanziato un team di storici che doveva aiutare l'autore a valutare le fonti. L'esperimento venne però interrotto dopo poco perché il materiale che gli storici fornivano non era, secondo il giudizio di Deschner, sufficientemente esatto e per tale ragione egli decise di organizzare in prima persona le ricerche.
Il primo tomo della Storia criminale del cristianesimo è uscito in Germania Ovest nel 1986, ed è stato tradotto in italiano e pubblicato in Italia nel 2000. Sono stati finora dati alle stampe nove volumi e il completamento dell'intera opera è previsto entro il 2012 con la pubblicazione del decimo e ultimo volume.
Contenuto
L'opera ha l'obiettivo di dimostrare, attraverso un attento e documentato studio della storia e citazione puntuale di documenti originali, le contraddizioni che caratterizzerebbero la dottrina religiosa e i molteplici atti criminali di cui si è macchiato il clero, la Chiesa Cattolica e in generale lo stesso cristianesimo fin dalla sua legittimazione e assunzione a religione di stato nell'Impero Romano, partendo dalle persecuzioni nei confronti dei pagani e dall'antisemitismo, passando per le Crociate, l'Inquisizione, l'Indice dei libri proibiti, la simonia del clero, fino ai più recenti scandali che coinvolgono gli interessi economici del Vaticano rappresentati dallo Istituto per le Opere di Religione (IOR) e gli abusi sessuali sui minori da parte di membri del clero cattolico.
Deschner infatti dichiara di scegliere la dicitura Storia criminale, in luogo di Storia dei crimini, in quanto sostiene essere la storia del cristianesimo interamente fondata su atti che ledono la libertà degli individui, anziché essere costellata da singoli episodi.

mercoledì 27 aprile 2011

LIBRI: Povero Cristo


Mario Trevisan «POVERO CRISTO» ISBN 978-1-4452-0583-0 Lulu.com 2009 pagine 300 - € 15,00

RECENSIONE:  Il titolo del libro sarebbe potuto essere anche “Perché non sono più cristiano”. Mario Trevisan è nato in una famiglia cattolica, è stato allevato in un ambiente cattolico, è divenuto un adulto cattolico, è stato un dirigente delle Acli a Verona. Per rafforzare e dare coerenza alla sua cattolicità, Trevisan si è cimentato con l'impresa di approfondire e analizzare le basi stesse della sua religione. Alla fine del percorso egli si è ritrovato senza religione, senza chiesa e senza Dio, approdando ad un sereno ateismo. L'autore ha chiamato il suo libro Povero Cristo (saggio critico), ma il suo intento non era di costruire una saggio critico sulla figura di Gesù Cristo, bensì di comunicare l'esame critico che per anni egli ha portato sui testi sacri per verificare se quanto gli era stato inculcato da bambino e da ragazzo poteva essere accettato dalla sua ragione. L'autore capisce di essere stato ingannato, ma la soddisfazione di essersi liberato dall'inganno non lo porta, come spesso avviene, ad inveire o ad offendere gli ingannatori, quanto piuttosto a sorridere delle bugie e delle incoerenze nelle quali era stato cresciuto. La trattazione dei singoli argomenti viene fatta con leggerezza e con distacco emotivo. La figura di Gesù è stata costruita spesso nei Vangeli sulla base delle profezie, come realizzazione di quanto predetto nei libri sacri ebraici. Trevisan è andato a controllare nella Bibbia ogni profezia citata nei Vangeli. Non si tratta di un saggio filologico, bensì di un'operazione critica su materiali garantiti ai fedeli dalla chiesa cattolica. L'autore documenta come le profezie siano spesso mal citate, deformate, falsificate, quando non proprio inventate. Passando ai racconti degli evangelisti, Trevisan va meticolosamente alla ricerca delle discordanze, che mettono in dubbio la veridicità di coloro che sarebbero stati “testimoni oculari” oltre che ispirati dallo stesso Dio. Per incominciare, ci sono due diverse genealogie di Gesù: Matteo fa discendere Giuseppe da Salomone, mentre Luca lo fa discendente da suo fratello Natàm. Comunque, la genealogia di Giuseppe appare superflua, se Gesù non deriva da un suo spermatozoo. Un punto fondamentale per la credenza dei cristiani è, invece, la “resurrezione”. I quattro evangelisti danno versioni discordi. Il “risorto” è apparso a due pie donne; anzi tre; no, un gruppo; macché, solo una. Chi dice che c'era un angelo, chi due. Era un periodo in cui le resurrezioni andavano di moda: “La terra si scosse, le rocce si spezzarono, i sepolcri si aprirono e molti corpi di santi morti risuscitarono. E uscendo dai sepolcri, dopo la sua resurrezione, entrarono nella città santa e apparvero a molti” (Matteo). Molte persone che si sono allontanate dalla chiesa cattolica o che non l'hanno mai avvicinata conservano o hanno di Gesù un'idea positiva, come di una persona buona, pacifica, altruista. Condannano la chiesa cattolica, ma salvano il “salvatore”. Trevisan va contro corrente: “Se i testi evangelici si prendono alla lettera, per quanto valgono storicamente e per quel poco di realistico e probabile che se ne possa desumere, ne viene fuori un Gesù rivoluzionario, esaltato, arrogante e intollerante. Egli pretende di essere preso sul serio per le sue proprie affermazioni perentorie e frequentemente, in caso contrario, ingiuria e minaccia violentemente, quando non maledice e aggredisce fisicamente”.

GESU' ?

di Ludovico Mazzero


Aver fede in Gesù è prima di tutto “credere” in quello che ci racconta la Chiesa attraverso i Vangeli, per esempio. Ma sulla base di quale indiscutibile motivo possiamo affermare che quanto è scritto in essi corrisponde a verità? Nessuno, se non presupponendo che essi raccontino delle “verità rivelate”. Questo non è però un punto di partenza “neutro”, bensì fin troppo “cristiano”. Vi sono infatti questioni cruciali che portano acqua al mulino di chi dubita dell’attendibilità storica della figura di Gesù, non permettendo di condividere assunti tanto di parte. Vediamo allora di iniziare con delle considerazioni più obiettive, partendo dalle scoperte archeologiche.
Nonostante siano stati ritrovati rotoli come quelli di Qumran, risalenti all’epoca di Gesù, non ci è rimasto niente di scritto su di lui che derivi dal suo tempo. Se uno volesse comporre i Vangeli che leggiamo oggi a partire dai resti di libri antichi dovrebbe far uso di manoscritti del IV secolo d.C., cioè composti ben trecento anni dopo la sua morte. Eppure vi furono autori che scrissero di lui fin dai momenti della sua vita, ad esempio il suo apostolo Matteo. Ricordiamo inoltre che egli fu processato davanti al Sinedrio e al governatore Pilato. Ma soprattutto scrissero di lui Paolo, Pietro e tanti altri cristiani prima del IV secolo. Se la sua biografia era tanto preziosa, e se la Chiesa sostiene che quei Vangeli sono “divinamente ispirati”, come mai non ne è stata conservata una sola copia?
La datazione tarda dei primi manoscritti, i cosiddetti “testimoni”, non è una faccenda banale. Essa infatti insinua il dubbio che quei testi possano essere stati più volte ritoccati nel tempo fino ad arrivare alla stesura giunta fino a noi e ormai immodificabile. Le correzioni avrebbero consentito di migliorare non tanto il testo in sé, quanto il personaggio che scaturiva da quegli scritti. Che però non era ancora un personaggio “storico” perché, a leggere il Nuovo Testamento, di quanto accadeva nel I secolo ben poco si sa. E allora da quali altri scrittori si può contestualizzare la vicenda cristiana?
Di questo devono essersi preoccupati gli autori ecclesiastici del IV-V secolo, Eusebio e Orosio, quando cominciarono a scrivere le loro Storie in cui narravano quanto era accaduto dall’inizio dei tempi, passando per Gesù e fino ad arrivare ai loro giorni. Ma anche qui vi sono degli elementi quantomeno sospetti. Prendiamo ad esempio le Storie contro i pagani di Orosio, composte all’inizio del V secolo. La copia più antica è datata a quell’epoca, ma è mutila proprio del VII libro che parla di Gesù, che ritroviamo solo in un altro esemplare risalente a tre secoli dopo. Quante notizie potevano essere cambiate in trecento anni sui fatti ai tempi di Gesù?
La vicenda si fa ancora più intricata quando si pensa che a scrivere della storia “ufficiale” del I secolo non avrebbero dovuto essere dei “cristiani”, bensì dei funzionari imperiali “pagani”. Quindi le notizie del tempo di Gesù dovrebbero essere state registrate prima della scrittura di quelle bibliche. Ecco invece che, casualità delle casualità, i testi “pagani” sono spariti mentre i più antichi rimasti sono quelli cristiani. Perché infatti le copie più vecchie di autori famosi come Svetonio, Tacito e Giuseppe Flavio risalgono al Medioevo, nove o più secoli da quando i fatti furono registrati per la prima volta.
Questo ha qualche significato per chi dubita della figura storica di Gesù? Certo, perché a queste informazioni si aggiunge la certezza che quei testi non sono stati ricopiati da mani “super partes”, ma sono passati tutti per quelle della Chiesa. La quale ha avuto la possibilità non solo di scrivere quello che ha creduto su Gesù, ma anche sul contesto storico in cui ha operato.
L’eventualità che quindi la figura di questo uomo “perfetto” sia stata ricostruita andando a “calibrare” le informazioni provenienti dal passato è resa probabile dalle evidenze documentali appena menzionate.
È facile infatti ipotizzare che la Chiesa abbia prima imposto il suo Credo, anche violentemente come purtroppo ha fatto più volte, e poi abbia cercato di conformare la storia ad esso. Questo spiegherebbe perché i testi più antichi che noi possediamo siano cristiani ma non trattino di storia, mentre viceversa quelli attribuiti agli storici “pagani” sono molto più recenti.
Eppure, quando quei monaci scrissero per esempio le opere di Svetonio o di Tacito, avevano sotto mano quelle più antiche che in teoria stavano ricopiando. Perché avrebbero dovuto buttarle via? Supporre che fossero malridotte è un’ipotesi non sufficiente.
Più consistente sarebbe considerare quei testi storici “eretici” come tanti altri che venivano abitualmente “purgati” dalla censura ecclesiastica fino a secoli recenti. Il lavoro degli uomini di Chiesa non fu quello di semplici amanuensi, ma di riscrittori dei fatti storici. Il sospetto che abbiano buttato via il vecchio, perché scomodo, confezionando per i posteri qualcosa di più aderente al Credo cattolico è davvero troppo forte.
La conclusione che ne deriva è che se vennero modificati i testi storici dell’epoca di Gesù, ciò significa che la sua figura non è storica, quindi non è vera, o meglio ancora è artefatta. Per questo è troppo bella, perché non è vera. Per sostenere questa sorta di “assassinio della storia”, dobbiamo trovare un “movente”, da porre a monte della giustificazione di adattare la storia al personaggio di Gesù. Bisogna infatti sindacare il motivo per cui la Chiesa avrebbe avuto l’interesse di propagandare alle masse e tra i “gentili” un Gesù-dio che neanche i suoi conterranei Giudei, che in teoria lo conoscevano molto bene, hanno mai accettato come tale.

martedì 26 aprile 2011

`Santo? Dubito.` Una lettura critica del pontificato di Giovanni Paolo II

Dalla collaborazione del sito terrelibere.org con l’agenzia cattolico-critica “Adista” è nato un libro di grande interesse per la messa in discussione della “beatificazione” in fretta e furia di Woytjla. Ecco la presentazione del libro elettronico “Santo?Dubito”, disponibile online.







On line il nuovo libro elettronico di terrelibere.org a cura della redazione di Adista. Anno per anno, nome per nome, tutti i dati e gli eventi, i fatti e i misfatti, le contraddizioni e le ombre di un pontificato controverso. Tutto quello che non avete mai letto sui media cattolici (e nemmeno su quelli laici), ma che avreste voluto sapere su Karol Wojtyla…
Meno di sei anni per la beatificazione di Karol Wojtyla, infiniti giorni di attesa dal 24 marzo del 1980, giorno dell`assassinio di Oscar Romero, il vescovo di San Salvador che da allora è invocato come San Romero d`America.
Una contraddizione non casuale, perché il “santo subito` ritmato dalla folla nel giorno dei funerali è solo la facciata. La realtà è un lungo processo, culminato proprio con il pontificato di Giovanni Paolo II, che ridimensiona lo spirito del Concilio Vaticano II e fa indietreggiare la Chiesa. Un pontificato che, al di là delle celebrazioni apologetiche dei media, si caratterizza per la repressione della Teologia della liberazione e i controversi rapporti con dittatori, in primis Pinochet, ritratto nella copertina del nostro libro elettronico in una celebre foto; per il sostegno ai Legionari di Cristo e all`Opus Dei, le anime più reazionarie della Chiesa; per la copertura dello scandalo degli abusi sui minori, che esploderà solo con papa Benedetto XVI.
Tutto quello che non avete mai letto sui media cattolici (e nemmeno su quelli laici), ma che avreste voluto sapere su Wojtyla, raccolto in una dettagliata cronologia che inizia nel 1978 e si conclude nel 2005, anno della sua scomparsa. Anno per anno, nome per nome, tutti i dati e gli eventi, i fatti e i misfatti, le contraddizioni e le ombre di un pontificato controverso: «la repressione e l`emarginazione esercitate su teologi, teologhe, religiose e religiosi»; «la tenace opposizione a riconsiderare alcune norme di etica sessuale»; «la dura riconferma del celibato ecclesiastico obbligatorio», «ignorando il concubinato fra il clero di molte regioni e celando, fino a che non è esplosa pubblicamente, la devastante piaga dell`abuso di minori da parte di ecclesiastici».
E ancora «il mancato controllo su manovre torbide in campo finanziario» dell`Istituto Opere di Religione (lo Ior, la banca vaticana) e «la riaffermata indisponibilità» ad aprire un «serio e reale dibattito sulla condizione della donna nella Chiesa». Infine, «l`isolamento ecclesiale e fattuale in cui la diplomazia pontificia e la Santa Sede hanno tenuto mons. Oscar Arnulfo Romero» e «l`improvvida politica di debolezza verso governi – dal Salvador all`Argentina, dal Guatemala al Cile – che in America Latina hanno perseguitato, emarginato e fatto morire laici, uomini e donne, religiosi e religione, sacerdoti e vescovi che coraggiosamente denunciavano le “strutture di peccato` dei regimi politici dominanti».

venerdì 11 marzo 2011

IL VANGELO DI GAMALIELE


di Ugo Cortesi



In un mio precedente scritto “Leggenda e storia delle sette sorelle – dove è finito il corpo di Cristo?”, nel capitolo “Il segreto” ho indicato fra gli altri, Gamaliele, quale componente del primo gruppo dei “Savi di Sion” (da non confondere con la bufala del Priorato di Sion).
Gamaliele aveva fatto parte dei “legislatori” del Sinedrio, convertendosi agli insegnamenti di Gesù e difendendo gli apostoli di fronte al Consiglio.
Conobbe personalmente Gesù, fu spettatore alla sua crocifissione e fermo conoscitore
di ciò che avvenne successivamente.
Scrisse da testimone, un vangelo “gnostico” non riconosciuto dalla chiesa ufficiale, come del resto non sono riconosciuti altri vangeli di personaggi che pure hanno conosciuto Gesù e le sue vicende, fra i quali Tommaso, Giacomo e Giuda.
Molti ricercatori si sono sempre chiesti il perché la chiesa, dal primo Concilio di Nicea abbia scelto 4 vangeli scritti da persone che non hanno conosciuto personalmente Gesù ed abbia invece “scartato” gli scritti di coloro che furono testimoni oculari per unperiodo della sua vita. Le risposte possono essere diverse ed articolate, io me ne sono formulata una del tutto personale, basandomi sul modus operandi del “cristianesimo delle origini”, dalle scritture gnostiche o apocrife e dal comportamento dei Papi, almeno fino al 400. Mi sono risposto che inizialmente prevalevano sui 4 vangeli riconosciuti, altre scritture fra le quali quelle di Tommaso e Gamaliele che però erano meno epiche delle altre. Dopo il 300 prevalse maggiormente una ricerca leggendaria e quasi fiabesca dei comportamenti di Gesù e non una descrizione meno elaborata, ma più genuina. Quindi i vangeli e gli scritti gnostici diventavano pericolosi ed inopportuni per quanto si stava cercando di istituire. In poche parole bisognava eliminare la voce di chi cercava un minimo di verità anziché il controllo ed il potere.
Infatti il concilio di Nicea del 325, condannò e scomunicò due teologi fra i più conosciuti, che si riferivano ai testi gnostici e sostenevano la non-divinità di Gesù ed anche che lo stesso fosse stato procreato dal padre “materiale” e non dallo spirito santo. 

Costoro erano Eusebio di Nicomedia ed Ario (dai quali nacque la chiesa appunto chiamata ariana), discepoli di Luciano di Antiochia che in contrasto con la scuola teologica, creata qualche decennio prima da Origene Adamantio, rifiutava l’interpretazione allegorica dei testi
sacri.
La storia poi ci ha insegnato che la leggenda si è sempre più alimentata e buon gioco ne è stata la prima importante traduzione (e revisione) evangelica voluta da papa Damaso I ed operata San Girolamo.
Non essendo credente nei dogmi nutro quindi forti perplessità circa la veridicità dei contenuti dei vangeli siano essi “ufficiali” che “apocrifi”. Però è giusto che mi riferisca a questi scritti e dedurne esposizioni e fatti, appunto per non essere tacciato di agnosticismo o di ateismo. Del resto la Bibbia, compresi i vangeli, e gli altri testi sacri, sono per me una grande opera d’arte letteraria. Forse la Bibbia è stato il romanzo più bello, accessibile a pochi, prima che Dante redigesse la sua Commedia, chiamata poi Divina. Ed anche il “Divina” ha un senso, ma non riguarda l’argomento che stiamo trattando. Ciò detto, chi era Gamaliele? Come per tanti altri personaggi biblici, anche di rilevanza, non si conosce molto della sua vita se non che era nipote di Hillel Hanassi, fondatore di una scuola rabbinica farisaica, che coniò uno dei 613 precetti della Torah (Non fare a chi ti è amico ciò che non vorresti fosse fatto a te).
Come il suo avo anche Gamaliele studiò la “legge dei padri”. Stimato dal popolo ebraico pure esso fondò una scuola, meno nobile di quella di Hillel e fu maestro di Saulo, il futuro apostolo Paolo.
Gli Atti degli Apostoli riportano il suo intervento a favore di Pietro e Giovanni, che predicando il vangelo furono portati, dai sadducei, dinanzi al Sinedrio di cui appunto Gamaliele ne faceva parte.
Riporto quei passi indicati nel Cap. 5° degli Atti:
““…….Si alzò allora nel sinedrio un fariseo, di nome Gamaliele, dottore della legge, stimato presso tutto il popolo. Dato ordine di far uscire per un momento gli accusati, disse: “Uomini di Israele, badate bene a ciò che state per fare contro questi uomini. Qualche tempo fa venne Tèuda, dicendo di essere qualcuno, e a lui si aggregarono circa quattrocento uomini. Ma fu ucciso, e quanti s’erano lasciati persuadere da lui si dispersero e finirono nel nulla. Dopo di lui sorse Giuda il Galileo, al tempo del censimento, e indusse molta gente a seguirlo, ma anch’egli perì e quanti s’erano lasciati persuadere da lui furono dispersi. Per quanto
riguarda il caso presente, ecco ciò che vi dico: Non occupatevi di questi uomini e lasciateli andare. Se
infatti questa teoria o questa attività è di origine umana, verrà distrutta; ma se essa viene da Dio, non
riuscirete a sconfiggerli; non vi accada di trovarvi a combattere contro Dio! ”. Seguirono il suo parere e, richiamati gli apostoli, li fecero fustigare e ordinarono loro di non continuare a parlare nel nome di Gesù; quindi li rimisero in libertà…..””

Perché questa presa di posizione di Gamaliele (che avviene dopo l’uccisione di Gesù)?
Perché rischiare come componente del Sinedrio se non fosse stato nello stesso tempo seguace della nuova religione? Forse una conferma ci viene data nel vangelo di Giovanni, unico a citare Nicodemo a fianco di Giuseppe di Arimatea, che collaborò al “ritorno” del corpo di Gesù dopo la crocifissione e portò gli aromi per prepararlo alla sepoltura. Secondo la tradizione, per questo gesto, a Nicodemo furono tolti tutti i suoi
beni. Ed anche in questo caso non solo Gamaliele lo difese davanti al sinedrio, ma l’ospitò nella sua casa. Questo ultimo fatto quindi è successo precedentemente a quello di Pietro e Giovanni.
Molto probabilmente erano i due ruoli, quello di “legislatore” del Sinedrio e quale componente dei “Savi
di Sion”, che gli fecero prendere dette posizioni. Gli altri componenti del Sinedrio non erano quindi a
conoscenza di questo doppio ruolo di Gamaliele.
Siccome a Caifa e ad Hanna non sfuggiva alcunché e nulla succedeva a Gerusalemme che loro non
sapessero, è una conferma che i “Savi di Sion” erano una confraternita segreta e quindi a carattere
iniziatico. Successivamente troveremo il nomeGamaliel fra le parole sacre e di passo di un’altra
confraternita iniziatica: la Massoneria.

Mi preme ora riportare alcuni passi (in due parti distinte) tratti dal Vangelo di Gamaliele:
- Prima parte:
[11] Falsa testimonianza delle guardie. Ora, invece di tre testimoni ci sono i quattro soldati che hanno custodito la tomba; se essi testimonieranno che egli è risorto dai morti, la loro parola sarà veritiera, ma se non lo testimonieranno non avremo nulla da fare con i sogni".
 [12] Pilato chiamò allora i quattro soldati e domandò loro: "Che successe oggi nella tomba?". Essendosi essi accordati che ognuno avrebbe preso la propria responsabilità della fuga, resero una falsa testimonianza: (Gesù) non era risorto, ma era stato rapito.
[13] Pilato ordinò di separarli e di introdurre ognuno in un posto diverso.
[14] Fece poi comparire il primo e gli disse: "Dimmi la verità. Chi ha rubato il corpo di Gesù?". Quello gli rispose: "Pietro e Giovanni hanno rapito il suo corpo".
[15] Ordinò poi di condurlo via, e chiamato il secondo gli disse: "Sono convinto che tu solo sai dirmi la verità. Spiegami bene: quale apostolo ha rapito il corpo di Gesù dalla tomba?".
[16] Gli rispose: "Sono venuti tutti i dodici assieme ai discepoli e l'hanno rapito furtivamente".
[17] Ordinò poi di condurlo via, e chiamato il terzo gli disse: "Per conto mio la tua testimonianza vale più di quella degli altri due. Chi ha rapito dalla tomba il corpo di Gesù?".
[18] Gli rispose: "Sono stati Giuseppe e Nicodemo. Vennero di notte con tutta la loro servitù e, senza molta fatica, l'hanno rapito; ed hanno anche spostato la pietra".
[19] Chiamò il quarto e gli disse: "Tu sei di un grado superiore a quelli. Essi, infatti, obbedivano ai tuoi ordini e obbedivano al tuo comando. Informami dunque: come avvenne che il corpo di Gesù è stato rapito mentre voi eravate di guardia?".
[20] Gli rispose: "Non sappiamo, Signore, chi l'ha portato via giacché ci eravamo addormentati, e quando ci svegliammo lo trovammo nel pozzo del giardino‚ pensammo che l'avessero fatto quelli per paura degli Ebrei".
[21] Pilato e le autorità ebraiche al sepolcro. Pilato disse agli Ebrei e al capitano: "E' meglio ora che i loro resoconti non concordano e la loro testimonianza è falsa?". E, irritato, ordinò di mettere i soldati in prigione fino a che egli non fosse andato alla tomba.
[22] E, senza indugio, s'alzò con i capi degli Ebrei, il capitano, il lanciere e i capi dei sacerdoti. Si recarono alla tomba e trovarono le bende mortuarie rimaste, ma non il cadavere.

[23] Disse loro Pilato: "Voi odiate la vostra vita! Se il cadavere fosse stato rapito sarebbero state portate via anche le bende mortuarie".
[24] Risposero: "Per certo, queste bende non sono sue, ma di un altro".
[25] Pilato si ricordò della parola che gli aveva detto nostro Signore e cioè che nella sua tomba si sarebbero verificati grandi miracoli.
[26] Entrato subito nella tomba, Pilato prese le bende mortuarie, le abbracciò e, per la grande gioia, scoppiò in lacrime quasi che avvolgessero Gesù.
[27] Si volse poi al capitano, rimasto all'ingresso della tomba; questi era monocolo essendo stato ferito in guerra da molto tempo.
[28] Pilato rifletté: sono sicuro che queste bende restituiranno la luce al suo occhio.
[29] Avvicinò a lui le bende mortuarie dicendogli: "Non senti, fratello, il profumo delle bende? Non è un odore di cadavere, ma di porpora regale impregnata di soavi profumi".
[30] Ma gli Ebrei gli dissero: "Tu sai bene, Pilato, che Giuseppe Si è servito di spezie e incenso, e l'ha cosparso di mirra e aloe. Questa è la ragione del profumo".
[31] Pilato rispose: "Anche se con le bende si fossero usate sostanze aromatiche, per qual motivo questa tomba manda un profumo così soave come se vi fosse stato sparso muschio e aromi?".
[32] Gli risposero: "Questo profumo, Pilato, è quello del giardino soffiato dentro dal vento".
[33] Pilato rispose: "Fate attenzione che da soli vi preparate la via della rovina sulla quale errerete in eterno senza alcuna remissione".
 [34] Gli risposero: "Non è giusto e non ti è lecito varcare questa tomba! Tu sei il governatore, la città ha bisogno di te, ma la tua giurisdizione non si estende fino a questa tomba. I capi dei sacerdoti e i capi del popolo comprendono questo più di te.
[35] Non ti è lecito e non ti si addice litigare con gli Ebrei per un uomo morto".
[36] Pilato disse allora al capitano: "Vedi, fratello, quanto è grande l'odio degli Ebrei contro Gesù! Abbiamo seguito la loro volontà mettendolo in croce, tuttavia guarda come tutto il mondo va in rovina, a motivo della loro malvagità e empietà. Essi vorrebbero mandarci in rovina per mezzo della stessa pietra dello scandalo, dicendo come loro "egli non è risorto dai morti", e scatenando così in breve la sua ira andando poi tutti insieme in rovina".
[8, 1] Miracoli al sepolcro. Mentre Pilato parlava così con il capitano, teneva in mano le bende mortuarie e le baciava dicendo: [2] "Io sono convinto che il corpo che era avvolto da voi è risorto dai morti".
[3] Anche il capitano aderì alla stessa fede di Pilato; prese le bende mortuarie e cominciò a baciarle. Nell'istante in cui il suo volto le toccò, il suo occhio guarì e vide la gioiosa luce come prima. Fu come se Gesù
avesse posto su di lui la sua mano, come era avvenuto per il cieco nato.
[4] Oh quale meraviglioso spettacolo per tutta la gente convenuta alla tomba da tutte le città! Venuta a
Gerusalemme per la festa di pasqua aveva visto (Gesù) il giorno della crocifissione sul legno della croce; e quando seppe che Pilato si recava alla tomba per vedere Gesù risorto, si era messa dietro di lui, pensando: risorgerà e apparirà pubblicamente come Lazzaro.

[5] Per questo alla tomba di Gesù era convenuta una grande folla: vide grandi miracoli, anche il capitano il cui occhio era guarito, e rimase stupita.
[6] Pilato disse allora al capitano: "Tu hai visto i miracoli di Gesù presso la sua tomba oltre i prodigi avvenuti quando morì sull'albero della croce".
[7] E con grande gioia il capitano si strappò gli abiti per manifestare a tutti la grazia grande che gli era stata concessa.
[8] E disse: "Vedete! Si è proprio dimostrata la potenza di Gesù Cristo poiché è veramente Dio. E' figlio di Dio! Io avevo creduto, ma la mia fede nella sua risurrezione dai morti si è accresciuta.
[9] Ed ora, mai più servirò un re terreno, ma solo il mio Dio Gesù Cristo". Gettata la sua spada e l'uniforme, baciava il sudario che teneva in mano arrotolato, voltandosi di qua e di là.
[10] Pilato, stupito, lodava Dio; ma gli Ebrei dissero al capitano: "Tu sei uno straniero e non hai nessuna idea delle opere che Gesù ha compiuto con l'aiuto di Beelzebub, sia durante la sua vita sia alla sua morte".
[11] Altri dissero: "Quando muore uno stregone, gli spiriti cattivi operano nuovi miracoli nella sua tomba per trascinare molti in errore. Si tratta di opere di maghi e stregoni".
[12] Ma Pilato replicò loro: "Non ho mai udito che stregoni e maghi operino tali miracoli. Voi comunque vi siete ingannati nei confronti della vita del nostro Signore, ma la sua ira e il suo castigo vi raggiungeranno".
[13] Essi stessi, infatti, avevano dato le loro anime alla condanna, dicendo: "Il suo sangue e la sua morte sia su di noi in eterno!".
[14] Pilato disse al capitano: "Ciò che tu hai trovato, fratello, è la vera vita, non rinunciarvi con leggerezza per l'inganno e l'odio degli Ebrei".
- Seconda parte:
[15] Il cadavere nel pozzo e Gesù. E rivolto agli Ebrei, Pilato disse: "Dove si trova il morto che a vostro dire è Gesù?".
[16] Gli Ebrei precedettero Pilato e il capitano al pozzo del giardino, che era molto profondo, ed io, Gamaliel, li seguii con la gente.
 [17] Guardarono in fondo al pozzo e videro un corpo avvolto in un lenzuolo mortuario,
[18] e gli Ebrei gridarono: "Vedi, Pilato, lo stregone di Nazaret sul quale ti rattristi e del quale affermi che è
risorto? Eccolo nel pozzo!".
[19] Pilato ordinò di trarlo fuori. Chiamò Giuseppe e Nicodemo, e domandò: "Sono queste le bende di lino con le quali avete avvolto il morto? Sono proprio queste?".
[20] Essi risposero: "Le bende di lino che tu hai in mano sono quelle del nostro Signore Gesù, mentre il corpo è quello del ladrone che fu crocifisso con Gesù".
[21] La folla degli Ebrei si serrava contro Giuseppe e Nicodemo, allorché dissero la verità; e Pilato con i suoi soldati si scontrò con loro.
[22] Quando Pilato si accorse di come gridavano e strepitavano, con la mano fece segno di smettere:
 [23] egli, infatti, faceva affidamento su di una espressione dettagli da Gesù, e cioè che i morti sarebbero risorti dalla tomba.
[24] Chiamò dunque i capi degli Ebrei e disse loro: "Noi non crediamo affatto che questo sia il Nazareno". Essi risposero: "Lo crediamo noi!".
[25] Egli rispose: "Lasciamo il corpo nella sua tomba come si usa per tutti i morti".
[9, 1] Il ladrone nella tomba di Gesù. Chiamò poi Giuseppe e Nicodemo e disse loro: "Avvolgetelo con queste bende di lino come prima".
[2] Gli Ebrei strepitavano, dicendo: "Non abbiamo fiducia né in Giuseppe né in Nicodemo, poiché essi hanno aderito a Gesù". Pilato rispose: "Possa anch'io essere considerato degno di ciò!".
[3] Essi presero allora le bende di lino di Gesù e con esse avvolsero il morto. Pilato e i suoi soldati intonarono il canto funebre e lo deposero nella tomba di Gesù;
[4] poi diede ordine di porre la pietra all'ingresso della tomba come era stato fatto per Gesù.

[5] Rivolto verso l'ingresso della tomba, Pilato pregò con le mani tese: "Signore Gesù, risurrezione e vita e dispensatore di vita a tutti i morti, credo che tu sei risorto e mi sei apparso. Non mi condannare, Signore, poiché io non ho fatto questo per timore degli Ebrei. Non sarà mai ch'io neghi la tua risurrezione.
[6] Io invece credo alla tua risurrezione conforme alla tua parola e ai miracoli operati in vita tua risuscitando molti morti.
[7] Ed ora, Signore, non ti adirare con me che ho posto un altro corpo nel luogo ove era stato sepolto il tuo.
[8] Ho agito così per umiliare e svergognare quegli ingannatori che non credono nella tua risurrezione: a loro, biasimo e vergogna in eterno; a te, invece, per bocca del tuo servo Pilato, onore, gloria e potenza nell'eternità e per sempre. Amen". Da ciò che Gamaliele scrive, si nota un suo intervento diretto nella seconda parte e cioè dopo l’uccisione di Gesù. Infatti asserisce chiaramente “io c’ero ed ho visto”.
Cosa vuol farci capire Gamaliele? Forse il fatto che prima della condanna e della morte di Gesù credeva nella religione dei padri ed immediatamente nel momento dell’uccisione di Gesù capisce che quella era una “falsa” religione o se non falsa “gestita” da sacerdoti falsi, ingiusti ed assassini.
Di questo, i Vangeli ufficiali non dicono nulla se non un breve accenno in un paragrafo verso la fine, nel testo di Matteo, che così riporta:  “Sopruso dei capi giudei - Mentre esse erano per via, alcuni della
guardia giunsero in città e annunziarono ai sommi sacerdoti quanto era accaduto. Questi si riunirono allora con gli anziani e deliberarono di dare una buona somma di denaro ai soldati dicendo: "Dichiarate: i suoi
discepoli sono venuti di notte e l'hanno rubato, mentre noi dormivamo. E se mai la cosa verrà all'orecchio del governatore noi lo persuaderemo e vi libereremo da ogni noia". Quelli, preso il denaro, fecero secondo le istruzioni ricevute. Così questa diceria si è divulgata fra i Giudei fino ad oggi.”
Era veramente l’accaduto o invece era vero il contrario?
Questo argomento meriterebbe un maggiore approfondimento in special modo da parte dei teologi che prima di tutto dovrebbero chiedersi e chiedere il perché i testi più antichi e diretti non vengono considerati, non solo come libri religiosi, ma anche come documenti di studio. Se all’inizio del terzo millennio c’è ancora qualcuno che ha paura delle ombre del passato allora vuol dire che non può porsi a guida di quel qualcosa che è insito nell’animo umano.

domenica 19 dicembre 2010

LA VERGOGNOSA STORIA NASCOSTA DI ALCUNI PAPI - terza parte


I problemi del papato non finirono con Bonifacio VIII. Filippo IV di Francia (il Bello), non soddisfatto di vedere il suo mortale nemico andare al Creatore, era determinato a dissacrarne la memoria. Benedetto XI (che succedette a Bonifacio) cercando di rabbonire il re, lo assolse da ogni accusa o colpa per quanto era successo al suo predecessore (le beffa di Anagni). Quando un anno dopo anche Benedetto XI° mori, uno scandaloso intrigo condusse all'elezione di Bertrand de Grot, Arcivescovo di Bordeaux, come Clemente V (a sinistra).
Finalmente Filippo poteva disporre di un papa francese, malleabile alla sua volontà.
Clemente immediatamente annunciò ai suoi attoniti aiutanti che lo avrebbero accompagnato oltre le Alpi. La giustificazione era che di Anagni ne aveva abbastanza e che desiderava "non addolorare il nostro caro figliolo, il Re di Francia". In Francia si sistemò ad Avignone, sotto l'attento occhio di Filippo. Si trattava di una piccola città provenzale sulla riva orientale del Rodano.
Per evitare che Filippo accusasse (post mortem) Bonifacio di frode e di eresia il papa cedette ad ogni sua volontà. Il Re ricevette lodi per il suo comportamento contro Bonifacio e Celestino V° venne canonizzato come San Pietro da Morrone. Il papato subì da questo esilio un colpo quasi mortale e sul trono pontificale si succedettero una serie di soggetti che, semplicemente, senza essere cattivi o buoni, non erano veri papi. (oddio! se pensiamo a qualche precedente erano ottime persone).
Un esempio classico fu Clemente VI (Pierre Roger de Beaufort, monaco benedettino ed arcivescovo di Rouen), eletto nel 1342. Come i suoi predecessori Giovanni XXII e Benedetto XII, anche lui non aveva mai visto l'Italia, ma , a differenza da Benedetto XII che era un vero rompiballe, Clemente sapeva esattamente come vivere e spendere:"Prima di me - disse - nessuno ha mai saputo fare il papa....Se il Re d'Inghilterra volesse far nominare vescovo il suo culo non dovrebbe far altro che chiederlo.".
 
In una occasione un asino si fece strada in pieno concistoro portando un cartello appeso al collo che diceva:"Per favore fai anche me vescovo". Il Papa la prese in ridere come fece quando ricevette una lettera, sempre durante un udienza concistoriale, che diceva:"Dal Diavolo a Suo Fratello Clemente".Lui ed i suoi "diavoletti" (i Cardinali) scoppiarono tutti a ridere. Il suo sistema era di concedere sempre più di quello che gli chiedevano ed il suo unico e principale obiettivo era di far tutti contenti. In Avignone tutti stavano bene: musicisti, orefici, artigiani, banchieri, astrologi, ladruncoli, magnaccia e soprattutto le splendide puttane (ed i bellissimi puttani). Alcuni si lamentavano sostenendo che in Avignone gli dei più adorati erano Bacco e Venere.
Uno dei pochi critici severi era il Petrarca, avvelenato dal fatto che Benedetto XII a suo tempo aveva voluto sua sorella e se l'era presa corrompendo suo fratello Gerardo. Descrivendo , anonimamente per non essere bruciato, la corte di Avignone come "la vergogna dell'umanità, un covo di vizi, una fogna dove è raccolta tutta la sporcizia del mondo. Lì Dio viene disprezzato, solo il denaro viene adorato e le leggi di Dio vengono calpestate. Tutto quanto in quel luogo respira menzogna: l'aria, la terra. le abitazioni e, soprattutto, i letti. "

Papa Clemente soffriva di una indisposizione, ufficialmente diagnosticata come un disturbo renale, ma che in realtà si era beccato in camera da letto. Non era molto discreto nei suoi amori, ma questo faceva parte del suo atteggiamento verso la vita. Era uno che dava tutto quello che poteva, anche a letto. I suoi incontri privati venivano chiamati "Sessioni di indulgenza plenaria". Però, va detto a suo merito, legittimò tutti i suoi bambini.
Gran parte del suo palazzo era a disposizione dell'Inquisizione, con larghe prigioni e camere di tortura, nelle quali Clemente scendeva ogni tanto per incoraggiare gli inquisitori. Il palazzo papale viene definito da Froissart, diarista francese, "il palazzo più bello e più solido che ci sia al mondo". Il Papa amava le cose belle in tutto. Tapezzerie spagnole e fiamminghe, vestiti dorati di Damasco, seta toscana, abiti di lana da Carcassonne, piatti d'oro e d'argento.
Sospettava che Petrarca avesse scritto quelle cattiverie sui finimenti d'oro dei suoi cavalli, ma non si arrabbiava più di tanto perché solo i morsi erano d'oro. D'altra parte anche se aveva trasformato la Curia in una sorprendente macchina da soldi, Clemente era sempre a corto di denaro. Comprare l'intera città, nel 1348, gli era costato 80.000 fiorini. Egli aveva ridotto anche l'intervallo dei Giubilei a 50 anni così da poterne usufruire durante il suo papato (Bonifacio VIII ne aveva deciso uno ogni 100 anni), guadagnando cifre enormi sui pellegrini che passavano da Avignone nel loro viaggio a Roma.
Sia la regina Brigitta di Svezia sia Caterina da Siena (poi fatte sante) scrissero molte lettera al papa pregandolo di tornare a Roma, ma senza alcuna risposta. Il 3 dicembre 1352 un fulmine colpì la basilica di San Pietro, colpendola e fondendo le campane. Tutti pensarono che il papa fosse morto e cominciarono a festeggiare:"E' morto, il papa è morto e seppellito all'inferno". I pietosi dissero: beh! ora è finita. I cinici invece: non ce n'è mai abbastanza.

Ci sono state un mucchio di occasioni in cui cattolici hanno detto: il papato ha raggiunto il suo punto più basso, oltre non può scendere. Dante lo disse di Bonifacio VIII, Petrarca del periodo avignonese. Entrambi sbagliavano.
Le pressioni di Caterina da Siena, pallida ed asciutta suora toscana, su Gregorio XI riuscirono a far breccia costringendolo (insieme alle minacce dei romani di eleggere un nuovo papa) a ritornare a Roma , cosa che fece nel 1377. Dei 278 anni trascorsi dal 1100 solo 82 i papi li avevano trascorsi a Roma. E la città eterna ci mise solo pochi mesi a farlo secco.
Alla morte del papa gli elettori si divisero in due fazioni, francese e italiana. I francesi erano determinati ad eleggere uno di loro e dato che il Laterano era bruciato il conclave si tenne in aprile al Vaticano. Fuori, 30.000 romani urlavano come matti:"romano lo volemo". E, se non romano, doveva almeno essere italiano. I cardinali presenti, non sapendo bene cosa fare votarono per un outsider, Bartolomeo Prignano, arcivescovo di Bari (quindi non u romano), ma , per paura della torma di gente, vestirono l'ottantenne cardinal Teobaldeschi in abito papale e lo esibirono alla folla.
Un corriere corse a Pisa per comunicare l'elezione di Teobaldeschi (era cardinale a Pisa), dove festeggiarono con fuochi d'artificio. Solo tre giorni dopo venne comunicato a Prignano che il papa era lui, che si insediò sulla sedia papale con il nome di Urbano VI (a sinistra). Napoletano di basso ceto Urbano veniva ritenuto persona facile da manovrare da parte degli astuti francesi. Ma avevano fatto male i conti.
Lievemente alcolizzato e soggetto ad attacchi d'ira, il papa odiava le smancerie e voleva riformare i "drogati", come li chiamava a tutti i costi. In alcune occasioni cercò materialmente di picchiare i cardinali che lo irritavano, trattenuto da Roberto di Ginevra, mentre sbraitava:"Io faccio tutto, assolutamente tutto quello che mi pare".

Mentre un manipolo di cardinali cercava di trovare un sistema legale di interdirlo, senza riuscirci, scomunicò Re Carlo di Napoli, un vecchio nemico. Poi , imprigionato da Carlo nella fortezza di Nocera, scomunicò, tutti i giorni quattro volte al giorno, tutto l'esercito di Carlo. Liberato dai Genovesi venne visto ubriaco a Genova, in un giardino, mentre cinque cardinali ribelli venivano torturati in un stanza vicina.
Un gruppo di cardinali francesi, fuggiti ad Anagni, stabilirono che Urbano "non era il papa" e nominano pontefice Roberto di Ginevra, cugino del Re di Francia, che si fece chiamare Clemente VII. Urbano contrattaccò nominando 26 nuovi cardinali a lui fedeli. Dato che entrambi i papi erano stati nominati più o meno dallo stesso gruppo di cardinali, la situazione era critica. In Inghilterra Wyclif disse:"ho sempre saputo che il papa aveva i piedi biforcuti (allusione al demonio), ora ha anche la testa biforcuta (due papi).". La confusione era al massimo ed ognuno prese posizione: l'Inghilterra per Urbano, la Francia per Clemente, mentre la cristianità era nel casino e pensava: se nessuno sa chi sia il vero papa, a che cosa ci serve il papato?
Clemente, ad Avignone, si comportava peggio di un puttaniere, dimostrando di essere un vero papa avignonese, dopo aver già dimostrato le sue capacità di bugiardo da cardinale.

Nel 1389 Urbano, il papa che nessuno voleva, finalmente morì. I quattrodici cardinali rimasti a Roma scelsero come successore Bonifacio IX (a sinistra), un assassino e probabilmente il più grande simoniaco della storia. Era in grado di vendere tutto e vendeva tutto. Si diceva che nessuno era in grado di spremere soldi da una santificazione o una canonizzazione meglio di lui. Non capitò mai che mettesse la firma su di un documento senza farsi pagare lautamente.
Forse l'unica cosa che non fece pagare fu la scomunica di Clemente, che Clemente ricambiò immediatamente. La situazione era incasinatissima. Brigitta di Svezia venne canonizzata tre volte per essere assolutamente sicuri di averla fatta santa.
La cosa andò avanti fino al 1409 , quando in un Concilio, convocato a Pisa, vennero deposti entrambi, Gregorio XII (succeduto a Innocenzo VII, che era succeduto a Bonifacio) a Roma e Benedetto XIII (succeduto a Clemente), come eretici e scismatici. Venne nominato il cardinal Filargi di Milano, con il nome di Alessandro V°. Naturalmente ne Gregorio ne Benedetto furono d'accordo e così, invece di due papi, adesso ce n'erano tre.
Qualcuno suggerì di dividere la triplice tiara in tre parti, qualcun altro di cambiare il "credo" come segue: "CREDO IN TRE SANTE CHIESE CATTOLICHE" . L'unica certezza che uscì dal Concilio di Pisa era che il papa nominato non era il vero papa. Comunque ora c'erano TRE infallibili papi, tutti invocanti la suprema autorità sulla Chiesa, tutti scomunicanti solennemente gli altri due e tutti minacciando di convocare un Concilio in tre posti diversi.

A questo punto (1410 ca.) i personaggi del dramma erano:
Angelo Corrario, Gregorio XII, veneziano di circa novant'anni, scelto dai romani perché "troppo vecchio per essere corrotto": Il papa provvide a smentirli immediatamente impegnando la sua tiara per pagare i debiti di gioco e vendendo tutto quello che poteva. Sia quello che c'era sia quello che non c'era, arrivando a vendere Roma al Re di Napoli.
Pietro di Luna, isterico spagnolo nominato dagli avignonesi. Era quello che contava meno, in quanto abbandonato anche dal Re di Francia. Prestò se ne tornò in Spagna, dove scomunicò tutti, l'intera Chiesa ed i fedeli, sostenendo fino all'ultimo di essere il vero papa.
Baldassarre Cossa, Giovanni XXIII, un soave cardinale che era succeduto ad Alessandro V e rappresentava l' obbedienza pisana .Si riteneva che non si fosse mai confessato e comunicato, che non credesse nell'immortalità dell'anima e nella risurrezione della carne e qualcuno riteneva che non credesse in Dio. Era conosciuto per essere un ex-pirata, un avvelenatore (il povero Filargi), uccisore di massa, fornicatore assoluto con una predilezione per le suore, adultero su scala fino ad allora sconosciuta, simoniaco per eccellenza, ricattatore, magnaccia e maestro di trucchi sporchi.
All'epoca della sua elezione era un diacono. Venne ordinato prete un giorno e fatto papa il giorno dopo.
Quando fu eletto un altro Giovanni XXIII, nel 1958, molte cattedrali cattoliche dovettero rimuovere il Giovanni XXIII del XV secolo dalle loro liste di papi.

Nel quindicesimo secolo non una voce si levava in difesa del papato e, con uomini come Francesco della Rovere sul trono, non è difficile immaginare perché.
Francesco divenne Sisto IV (a sinistra) nel 1471. Aveva diversi figli, chiamati, secondo il costume dell'epoca, "i nipoti del papa". Sisto concesse a tre nipoti ed ad altri sei parenti il cappello cardinalizio. Tra i vari beneficiari c'era anche Giuliano della Rovere, futuro Giulio II.
Il favorito di Sisto era Pietro Riario, che lo storico Theodor Griesinger ritiene fosse figlio suo e della sorella. Di sicuro il neo papa dimostrava un'allarmante affetto per il ragazzo. Tanto da nominarlo vescovo di Treviso, cardinale arcivescovo di Siviglia, patriarca di Costantinopoli, arcivescovo di Valencia e, da ultimo, arcivescovo di Firenze (dove risiedevano i suoi mortali nemici: I de Medici)
Fino a quel momento Pietro, che era stato un semplice francescano, ogni anno cuoceva il proprio unico saio per eliminare i parassiti.
Diventato cardinale cambiò radicalmente. Si trasformò in uno spendaccione su larga scala, in un donnaiolo, che manteneva amanti nella ricchezza più sfrenata, tanto da far preoccupare persino i diaristi dell'epoca. Morì giovane completamente scoppiato dai vizi.

Opera di Sisto fu la cappella che porta il suo nome (Cappella Sistina), nella quale attualmente avvengono tutte le elezioni papali. Da ricordare il fatto che la predetta Cappella Sistina ne ha viste di tutti i colori: dai cardinali che bivaccavano, si pestavano e si intrattenevano sino ai cavalli di Napoleone, che la utilizzò come stalla.
Sisto fu anche il primo papa a concedere una licenza "legale" ai bordelli di Roma, che gli portavano trentamila ducati all'anno in imposte, ed a concedere ai preti di tenersi una compagna contro pagamento di un'apposita tassa. Un'altra fonte di guadagno era quella rinveniente dai permessi concessi ai ricchi di consolare certe signore in assenza dei mariti. Ma era nel campo delle indulgenze che Sisto mostrò tutto il suo genio: egli fu infatti il primo che pensò di poterle liberamente applicare ai morti. Questo costituì una illimitata fonte di guadagno alla quale nessuno dei suoi predecessori, neanche i più avidi, aveva mai pensato.
La cosa aveva implicazioni teologiche straordinarie perché il papa, creatura di carne e sangue, affermava di avere potere nella regione della morte. Anime tormentate per il loro peccaminoso comportamento da viventi, potevano ora essere liberate dai tormenti del Purgatorio sulla sola parola del papa, posto che i loro affezionati e religiosi familiari pagassero la giusta mercede. Chi si sarebbe rifiutato di compiere un atto di carità cristiana verso le persone amate? Padri, mariti, amanti, parenti, tutti cercavano di tirare fuori dal purgatorio i loro cari spendendo quanto necessario.

Con la minaccia e la descrizione di luoghi orribili (il purgatorio era rappresentato come luogo di sofferenza) tutti erano indotti a credere che il perdono papale avrebbe condotto i loro cari in paradiso. Il potenziale di corruzione era enorme. In precedenza buona parte del reddito della Curia e del papato proveniva dal commercio di reliquie, che, peraltro, non erano inesauribili anche se facilmente falsificabili. La grandezza di Sisto risiede nel suo essere riuscito a scovare un bene assolutamente illimitato e non consumabile, il cui prezzo poteva essere adattato a tutte le borse e che non costava assolutamente nulla. Ai fedeli non era richiesto pentimento, preghiera o altro, solo il pagamento del controvalore (adattabile alle possibilità di ciascuno).
L'invenzione del Purgatorio, del quale non esiste citazione alcuna nelle scritture sacre, era elemento sostanziale di questo fruttuosissimo commercio papale. La semplice riflessione che se il papa può liberare un anima per denaro, la può ben liberare anche senza denaro, se ne può liberare una , le può anche liberare tutte e , se non lo fa, è un mostro tiranno - come giustamente rilevò Simon Fish (A Supplicacyion for the Beggars- 1529) , pareva non venire eseguita da alcuno.
Tanto per peggiorare le cose,come già detto, nel 1478 Sisto pubblicò anche la Bolla che istituiva l'Inquisizione nella Castiglia. Nel 1482 duemila eretici furono bruciati nella sola Andalusia.

Sisto morì nel 1484 e qualcuno disse, dato il temperamento guerrafondaio dimostrato dal papa, che era stato ucciso dalla pace.
Il suo successore, Innocenzo VIII (a sinistra), provvide ad emettere la Bolla Spagnola contro gli ebrei, che , secondo quanto detto da "Il Dizionario Cattolico" provvide a fornire lavoro all'Inquisizione per secoli. Malgrado le richieste crescenti decise di non fare nulla contro il concubinaggio del clero, tanto che qualcuno, ironizzando, scrisse:"Sua Santità si alza la mattina dal suo letto di puttane per aprire e chiudere i cancelli del Purgatorio e del Paradiso". In punto di morte sembra abbia fatto sperimentare su di sè (dal suo medico ebreo, che lui credeva avesse magici poteri) la trasfusione del sangue di tre giovani (tutti morti inutilmente, anche se lautamente pagati "da vivi", perché appena morti Burchard, suo segretario, si riprese i denari). Ma non eravamo ancora arrivati in fondo all'abisso.
Si ritiene che il catalano Rogrigo Borgia abbia commesso il suo primo omicidio quando aveva dodici anni, uccidendo a pugnalate un coetaneo. Non sembra avesse alcuna riservatezza nemmeno per quanto riguarda le faccende amorose, ma, sfortunatissimo, suo zio era il pontefice Callisto III, che provvide, nel 1456, a nominarlo arcivescovo di Valencia, la più importante diocesi spagnola.
Rodrigo era già famoso per fare sesso indifferentemente con una signora e le sue due bellissime figlie (una delle quali era la sua amata Vanozza Cattanei)
Richiamato a Roma per diventare cardinale, a ventisei anni, e vice cancelliere della Chiesa un anno dopo, non potendo sostenere il dispiacere dalla lontananza dalle sue amanti le sistemò a Venezia.

Alla morte dello zio il nuovo papa, Pio II, gli ruppe un poco le balle ironizzando sul fatto che "gli si addiceva non aver altro in testa che piaceri voluttuosi", ma , nel complesso, Rodrigo superò il regno di ben quattro papi, riuscendo a farsi eleggere nel 1492 con il nome di Alessandro VI (a sinistra), dimenticandosi tra l'altro che Alessandro V era stato inserito tra gli antipapi e quindi ufficialmente "non esisteva".
Nella lotta per l'elezione venne spesa una vera fortuna. Sul della Rovere erano stati impegnati 200.000 ducati dalla Francia e 100.000 da Genova, ma il Borgia , pur spendendo fino all'ultimo quattrino riuscì a prevalere.
Si dice che dopo l'elezione, Giovanni de Medici abbia detto al Cardinal Cibo:"Ora siamo nelle grinfie del lupo più selvaggio che il mondo abbia mai visto. O scappiamo o lui, senza dubbio alcuno, ci divorerà.". Il cardinal della Rovere fuggì immediatamente, per ritornare solo dieci anni dopo, quando il Borgia era già morto.
Del Borgia si sa quasi tutto, delle sue amanti, dei suoi molti figli (quasi tutti regolarmente riconosciuti, bisogna dirlo), della sospettata relazione con sua figlia Lucrezia e del feroce e crudelissimo Cesare, modello del Machiavelli per "il Principe".
Sembra che Alessandro avesse intenzione di condurre Cesare fino al papato, con le varie nomine a vescovo, a cardinale e con le ripetute Bolle emanate al fine di regolarizzarne la posizione pubblica.
Ma Cesare doveva essere troppo anche per il padre, tanto che sembra che anche la morte di Alessandro conseguisse ad un erroneo tentativo di avvelenamento (erroneo perché non diretto al padre) che Cesare sbagliò. 

Gli anni del papato del Borgia, a rileggerne la sequenza e gli eventi che si verificarono nel loro corso, hanno un qualcosa di estremo, di "off limits" , del genere di quell'orologio che pubblicizzano in tv. Tutto era portato all'eccesso: gli omicidi, gli avvelenamenti, le orge, i rapporti incestuosi, la sifilide e le malattie veneree, i mariti ammazzati perché inutili o fastidiosi. Insomma un mondo di viziosi violenti dei quali Rodrigo non era certamente il peggiore.
Le questioni politiche di potere condizionavano poi anche la pubblica verità, come quando per poter far risposare Lucrezia (per ragioni politiche) Alessandro cercò di far annullare il precedente matrimonio con Giovanni Sforza per "matrimonio non consumato per impotenza del marito". Tutta Roma ne rise per mesi dato che lo Sforza rifiutò di cooperare, affermando la consumazione abbondante, la sua virilità ed offrendo anche pubbliche dimostrazioni, mentre Lucrezia era conosciuta come "la più gran puttana che Roma abbia mai conosciuto".
La morte di Alessandro per avvelenamento fu orrenda ed il cadavere fu descritto dall'ambasciatore Giustiniani, veneziano, "come il più orribile, mostruoso e brutto corpo morto che si sia mai visto, senza ogni forma o apparenza di umanità". Qualche ora dopo la morte il corpo esplose vapori sulfurei da tutti gli orifizi ed era tanto puzzolente che fu difficile trovare qualcuno che lo mettesse nella bara e lo trasportasse in San Pietro, da dove, peraltro, fu espulso nel 1610 (ora è deposto nella Chiesa Spagnola di Via di Monserrato).