Non esistono verità assolute o dogmi insindacabili. Questi sono solo strumenti concepiti per soggiogare la vostra mente
Visualizzazione post con etichetta filosofia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta filosofia. Mostra tutti i post

giovedì 26 novembre 2009

IL SERMONE DEI CINQUANTA di Voltaire


Cinquanta persone istruite, pietose e ragionevoli si riuniscono, da un anno, tutte le domeniche, in una citta' popolosa ed animata.
Essi recitano delle preghiere, dopo le quali, un membro del sodalizio pronuncia un discorso. Alla fine si pranza e dopo il pranzo viene fatta una colletta per i poveri; ogni partecipante presiede a turno la riunione ed e' compito del presidente recitare la preghiera e pronunciare il sermone.
Eccovi ora una di queste preghiere ed uno dei sermoni. Se il seme di queste parole cadra' su di un terreno fertile, senza dubbio esso dara' i suoi frutti.



PREGHIERA
Dio di tutti i mondi e di tutti gli esseri, la sola preghiera degna di Te e' la sottomissione. Perche' cosa si puo chiedere a Colui che ha tutto ordinato, tutto previsto e tutto stabilito dopo l'origine delle cose?
Se e' comunque permesso manifestare i proprii bisogni ad un padre, allora conserva nei nostri cuori la nostra sottomissione, conserva pura la nostra religione e liberaci da tutte le superstizioni.
Quando Vi si insulta con indegni sacrifici: abolite questi misteri infami; quando si disonora la Divinita' con favole assurde: annullate per sempre tali favole.
Conservate la purezza dei nostri costumi, l'amicizia che i nostri fratelli hanno per noi, l'amore che essi hanno per tutti gli uomini, la loro ubbidienza alle leggi e la saggezza della loro condotta; sia che essi vivano o muoiano conservali nell'adorazione di un solo Dio, remuneratore del bene e vendicatore del male; un Dio che non puo' nascere ne morire, ne avere suoi simili ma che ha in questo mondo troppi figli ribelli.

Fratelli miei, la religione e' la voce segreta di Dio che parla a tutti gli uomini ed essa deve tutti riunirli e non dividerli. Percio' ogni religione che appartenga ad un solo popolo e' falsa. La nostra, per i suoi principi, appartiene all'universo intiero, perche' noi adoriamo un Essere Supremo quale tutte le altre nazioni lo adorano; noi pratichiamo quella giustizia che tutte le nazioni ci insegnano e noi rifiutiamo tutte quelle menzogne che tutti i popoli l'un l'altro si rinfacciano.

E cosi', d'accordo con essi in tutti quei principi che ci uniscono, noi ci separiamo da loro per tutte quelle cose per le quali si combatte. E' possibile che il punto in cui tutti gli uomini di tutti i tempi concordano sia l'unico centro della verita', mentre i punti nei quali tutti gli uomini si differiscono sono solo l'emblema della menzogna.

La religione deve essere conforme ed universale come la morale e tutte le religioni, i dogmi delle quali offendono la morale, sono sicuramente false. Ed e' pertanto sotto questo duplice aspetto di perversita' e di menzogna che noi esamineremo, in questo discorso, i libri degli ebrei e di coloro che li hanno seguiti.

Vediamo quindi per prima cosa se questi libri sono conformi alla morale ed, in seguito vedremo se essi possono avere qualche parvenza di verosimiglianza. I due primi punti che seguono saranno dedicati all'Antico Testamento ed il terzo al Nuovo Testamento.


PUNTO PRIMO - Abominio degli ebrei

Voi sapete, fratelli miei, quale orrore ci ha colto quando abbiamo letto l'insieme degli scritti degli ebrei, ponendo la nostra attenzione su tutti i crimini contro la purezza, la castita', la buona fede, la giustizia ed il comune senso della ragione che non solamente si trovano in ciascun capitolo ma, che per colmo di orrore, vengono anche consacrati.

Anzitutto, (senza parlare della stravagante ingiustizia attribuita all'Essere Supremo, di avere dato la parola ad un serpente al fine di sedurre una donna per poi perseguitarne la sua innocente posterita'), seguiamo passo a passo tutti gli orrori storici che fanno specie alla natura ed al comune buon senso.(1)

Uno dei primi patriarchi, Loth nipote di Abramo, accolse nella sua casa due angeli mascherati da pellegrini; tutti gli abitanti di Sodoma concepirono subitamente dei desideri impuri nei confronti di questi due personaggi. Loth, che aveva due figlie promesse in matrimonio, si offre di prostituirle alla turba al posto dei due stranieri. Si puo' presumere che queste due ragazze fossero stranamente educate a prostituirsi, perche' la prima cosa che esse fecero, dopo che la loro citta' fu distrutta da una pioggia di fuoco e la loro madre trasformata in una statua di sale, fu quella di ubriacare il loro padre per due notti di seguito e copulare con lui, una dopo l'altra.



Tutto cio' e' una imitazione dell'antica favola araba di Cinira e Mirra;(2) ma in questa favola, molto piu' morale, Mirra viene punita per il suo crimine, mentre invece le figlie di Loth sono ricompensate dalla piu' grande ed ambita delle benedizioni, secondo la morale ebraica: esse diventano progenitrici di una numerosa posterita'.

Non possiamo non soffermarci sulla bugia di Isacco, il padre dei giusti, il quale disse che sua moglie era sua sorella, sia che abbia ripreso questa menzogna da Abramo sia che Abramo stesso fosse colpevole, in effetti, di aver fatto di sua sorella la propria moglie.

Fermiamoci anche per un momento sul patriarca Giacobbe che ci viene additato come esempio per i giusti. Egli costrinse suo fratello, che moriva di fame, a cedergli il suo diritto di progenitura per un piatto di lenticchie; dopo di che egli inganna anche il padre Isacco, che giace sul letto di morte. Ancora, dopo avere ingannato suo padre, egli inganna e deruba suo suocero Labano ed infine dopo aver sposato le due sorelle, va a letto con tutte le sue serve. Ed il suo Dio benedice la sua incontinenza e la sua furberia.



E quali sono poi le azioni dei figli di tanto padre? Dina, sua figlia, piace ad un principe di Sichem ed e' verosimile che anch'essa amasse tale principe, visto che era andata a letto con lui. Il principe la chiede in sposa ed essa gli viene concessa a condizione che lui e tutti i suoi sudditi si facciano circoncidere. Il principe accetta ma non appena lui ed i suoi si sono sottoposti a tale dolorosa operazione, che li priva della forza necessaria per difendersi, la famiglia di Giacobbe sgozza tutti gli uomini di Sichem e rende schiavi i ragazzi e le donne.

Nella nostra giovinezza tutti abbiamo ascoltato la storia di Tieste e Pelope.(3) Questo abominevole incesto e' ripreso da Giuda, patriarca e padre della prima tribu. Egli va a letto con sua nuora ed in seguito la vuole far morire.

Il libro seguente suppone che Giuseppe figlio di questa famiglia, sia venduto in Egitto e che, per quanto straniero, diventi primo ministro per aver interpretato un sogno. Ma che razza di primo ministro e' un uomo che in tempo di carestia obbliga tutta una nazione a rendersi schiava per avere del pane! Quale magistrato tra voi oserebbe mai, in tempo di carestia, proporre un mercato tanto abominevole e quale nazione accetterebbe un tale infame mercato?

Vediamo ora di prendere in considerazione come 70 persone della famiglia di Giuseppe, che si stabilirono in Egitto, abbiano potuto in 205 anni moltiplicarsi sino a 600.000 combattenti, senza contare le donne, i vecchi ed i bambini che avrebbero dovuto comporre una popolazione di piu' di due milioni di individui; trascurando poi il fatto che il testo indica a volte 430 anni ed altre 205.

Ma il numero infinito di contraddizioni che sono il suggello della menzogna non e' l'oggetto sul quale vogliamo soffermarci.

Scartiamo anche i prodigi ridicoli di Mose e dei maghi del Faraone, e tutti quei miracoli fatti per dare al popolo ebraico quel disgraziato angolo di terra infeconda, che essi in seguito conquisteranno con il sangue e con il crimine, invece di dare loro la fertile terra d'Egitto, dove gia' si trovavano; limitiamoci a quel percorso di orrende iniquita' sul quale sono stati indotti a camminare.

Il loro Dio che aveva fatto di Giacobbe un ladro, trasforma in ladri anche tutto il popolo. Egli ordina al suo popolo di rubare e di involare tutti i vasi d'oro e d'argento e tutte le suppellettili. Ecco dunque questi miserabili, questi 600.000 combattenti, che invece di impugnare le armi come gente di valore, si trasformano in briganti guidati dal loro Dio. Se tale Dio avesse voluto donare loro una terra fertile avrebbe potuto donargli l'Egitto, mentre invece li conduce in un deserto. Essi avrebbero potuto salvarsi dal Faraone per la strada piu' corta ed invece fecero una deviazione di trenta miglia per passare il Mar Rosso a piedi asciutti!

Dopo questa bella prodezza, il fratello di Mose dona loro un altro Dio e questo Dio e' un vitello; e per punire suo fratello, lo stesso Mose ordina ad alcuni sacerdoti di uccidere i loro figli, i loro fratelli ed i loro padri ed i preti in questione ammazzano 23.000 ebrei che si lasciano tranquillamente sgozzare come delle bestie.



Dopo tanto macello non meraviglia per niente che questo abominevole popolo sacrifichi delle vittime umane al suo Dio che chiamano Adonai, dal nome di Adonis, preso a prestito dai Fenici.
Il versetto 29 del capitolo 27 del Levitico, vieta espressamente di riscattare gli individui destinati all'anatema ed al sacrificio; ed e' in base a questa norma di cannibali che Iefte, qualche tempo dopo, immola la propria figlia. Ma non erano sufficienti 23.000 uomini sgozzati per un vitello, se ne contano ancora altri 24.000 immolati per aver avuto rapporti con ragazze idolatre. Degno preludio, degno esempio, fratelli miei, di tutte le altre persecuzioni in materia religiosa.

Il detto popolo si trascina per i deserti e tra le sassaie della Palestina sino a quando il loro Dio gli disse: ecco il vostro bel paese! Sgozzate tutti gli abitanti, ammazzate tutti i bambini maschi, fate morire le donne maritate e riservate a voi tutte le giovani ragazze. E tutto cio' viene eseguito alla lettera, stando a quanto ci dicono i libri ebraici. E noi fremeremmo di orrore a queste parole se il testo non aggiungesse che gli ebrei trovarono nel territorio dei Madianiti 675.000 ovini, 72.000 buoi, 61.000 asini e 32.000 ragazze vergini. Folle assurdita' e felice barbarie! Ma, ancora una volta, non voglio considerare il ridicolo e l'impossibile, mi limito per ora a cio' che e' esecrabile.

Quindi, dopo aver passato a piedi il Giordano (come il mare), ecco il nostro popolo nella terra promessa. La prima persona che ha introdotto, con un tradimento, questo santo popolo, e' una prostituta chiamata Raab. Dio si allea con questa prostituta e poi fa cadere le mura di Gerico a suon di tromba. Il santo popolo entra in questa citta', sulla quale non aveva alcun diritto, e massacra uomini, donne e bambini. Stendiamo un velo sulle altre carneficine, sui re crocifissi, le pretese guerre contro i giganti di Gaza ed Ascalon e l'assassinio di tutti quelli che non potevano pronunciare la parola shibolet(?).



Ascoltate ora questa bella avventura! Un levita arriva sul suo asino e con la moglie a Gabaa, nel territorio della tribu di Beniamino. Alcuni beniamiti vogliono a tutti i costi commettere peccato di sodomia con il levita: bisognava pur accontentarsi, dopo aver insidiato due angeli, di puntare su di un semplice prete! Essi sfogarono la loro brutalita' sulla moglie che mori' a causa dei loro eccessi. Occorreva ora punire i colpevoli. Bene: le undici tribu massacrano tutta la tribu di Beniamino, esclusi 600 uomini. Alla fine le 11 tribu si pentono nel vedere sparire la dodicesima tribu e, per porre un rimedio, sterminano gli abitanti di una delle loro citta', prendono 600 ragazze e le donano ai 600 beniamiti sopravvissuti, affinche' possano perpetuare una tale bella razza.

Quanti crimini commessi in nome del Signore!!
Riportiamo solo quello dell'uomo di Dio, Aod. Gli ebrei, venuti da lontano per conquistare, finiscono sottomessi ai Filistei e giurano obbedienza al loro re Eglon. Un santo giudeo, un certo Aod, chiede di avere un colloquio privato con il re e questi gli accorda benevolmente udienza, durante la quale Aod lo ammazza; ed e' di tale esempio che si sono serviti tantissime volte i cristiani per tradire, perdere e massacrare un mucchio di sovrani.

Alla fine il popolo eletto, che era stato governato da Dio in persona, volle avere un re, del qual cosa il sacerdote Samuele fu molto adirato. Il primo re giudeo rinnova subito l'usanza dei sacrifici umani. Saul aveva in precedenza prudentemente stabilito che nessuno mangiasse, durante il giorno, per meglio combattere i Filistei e perche' i suoi soldati avessero piu' forza e vigore; Saul giura al Signore di sacrificargli tutti quelli che avessero mangiato. Fortunatamente il popolo fu piu' saggio di lui e non permise che i figli del re stesso fossero sacrificati per aver mangiato un po' di miele.

Ma ecco, fratelli miei, l'atto piu' detestabile e pur sempre consacrato. Si racconta che Saul avesse preso prigioniero un re del paese, chiamato Agag; egli decide di non ammazzare il prigioniero, comportandosi come presso le nazioni piu' umane e civili. Ma il Signore e' irritato da questa decisione ed ecco che Samuele, sacerdote del Signore gli dice: tu sei in colpa per avere risparmiato un re che si e' arreso a te. Detto questo il sacerdote macellaio riduce Agag in piccoli pezzi. Che ne direste, fratelli miei, se allorche' il nostro imperatore Carlo V, avuto il re di Francia nelle sue mani, il suo cappellano fosse venuto a dirgli: Voi siete dannato per non avere ucciso Francesco I; e se poi il cappellano avesse sgozzato il re di Francia sotto gli occhi dell'imperatore e lo avesse ridotto simile a carne tritata?


Ma che possiamo dire del santo re Davide, cosi' gradito al Dio dei giudei, tanto da far discendere il messia dai suoi lombi? Questo buon re Davide faceva all'inizio il brigante. Egli saccheggia e taglieggia tutto cio' che trova, e taglieggia tra l'altro un ricco uomo chiamato Nabal e sposa sua moglie.
David si rifugia presso il re Achis e durante la notte fa mettere a ferro e fuoco i villaggi alleati di questo re Achis, suo benefattore. Egli sgozza, dice il sacro testo, uomini, donne e bambini onde evitare che qualcuno sopravviva per riferire il fatto.
Divenuto re rapisce la moglie di Urie e fa accoppare il marito; ed e' da questo adulterio omicida che discende il Messia, il figlio di Dio, lui stesso un Dio. Che bestemmia!
Questo Davide divenuto quindi l'antenato di un Dio quale ricompensa per i suoi orribili crimini, viene invece punito per la sola buona e saggia azione che abbia compiuto.
Non c'e' principe saggio e prudente che non voglia conoscere il numero dei suoi sudditi, come tutti i pastori debbono sapere il numero delle loro greggi. Davide fece quindi un censimento, senza il quale non avrebbe potuto sapere il numero dei suoi sudditi; ed e' per avere fatto questo utile e saggio provvedimento che un profeta venne, per conto di Dio, a proporgli la scelta tra la guerra, la peste e la fame.

Non calchiamo troppo la mano, miei cari fratelli, sulle barbarie dei re di Giuda e d'Israele, sui loro massacri, sui loro attentati sempre mescolati a storie ridicole, anche se questo ridicolo e' sempre macchiato di sangue; non esiste alcuno, compreso il profeta Eliseo, che non sia un barbaro. Questo degno devoto ha fatto divorare dagli orsi quaranta bambini, perche' questi piccoli innocenti lo avevano chiamato testa pelata.

Vediamo poi questa nazione atroce ed insensata nel suo esilio di Babilonia e nella schiavitu' sotto i Persiani, sotto i Macedoni, Siriani, Egiziani e sotto i Romani, malgrado le belle promesse del loro dio Adonis, o Adonai, che aveva sovente promesso agli ebrei il dominio del mondo.

Infine, sotto il governo saggio dei romani, nacque un re degli ebrei; e questo re, fratelli miei, questo messia, voi sapete bene chi e'. E' colui che essendo stato all'inizio messo nel grande numero di tanti profeti, senza missione, non avendo crismi sacerdotali, e facendo professione di essere un ispirato, e' stato dopo qualche secolo considerato come un Dio.

Fermiamoci qui': vediamo con quale pretesto, su quali fatti, su quali miracoli, su quali pregiudizi ed infine su quali fondamenti e' stata costruita questa disgustosa ed abominevole storia.

PUNTO SECONDO - Assurdita' degli ebrei

Mio Dio, se tu discendessi di persona sulla terra e mi comandassi di credere a questo intrigo di massacri, di ruberie, di assassinii e di incesti commessi per tuo ordine ed in tuo nome, io di risponderei: NO! La tua santita' non puo' volere che io aderisca a queste cose orrende che ti oltraggiano. E tu, senza dubbio, mi approveresti.
Come possiamo dunque, virtuosi e saggi uditori, credere a questa spaventosa storia sulla base delle miserabili testimonianze che ci restano?

Scorriamo, se pure sommariamente, questo libro falsamente attribuito a Mose; dico falsamente attribuito perche' non e' possibile che il detto Mose abbia parlato di cose avvenute molto dopo di lui. Nessuno di noi crede che le memorie di Guglielmo di Orange siano di sua mano, visto che in tali memorie sono riportati fatti avvenuti dopo la sua morte. Scorriamo allora cio' che ci raccontano sotto il nome di Mose.

All'inizio Dio creo' la luce e la chiamo' giorno, poi le tenebre e le chiamo' notte, e questo fu il primo giorno. E dopo ci sono stati altri giorni prima ancora che fosse fatto il sole.
Poi Dio, il sesto giorno, fece l'uomo e la donna. Ma l'autore, dimenticando che la donna era gia' stata fatta, la ritira fuori, in seguito, da una costa di Adamo.
Adamo ed Eva sono collocati in un giardino dal quale escono quattro fiumi e tra questi quattro fiumi ce ne sono due, l'Eufrate ed il Nilo, che hanno le loro sorgenti a mille leghe l'uno dall'altro!



Il serpente parlava allora come un uomo ed era il piu' astuto animale del posto; il serpente persuade la donna a mangiare la mela e li fa cacciare dal paradiso. Il genere umano si moltiplica ed i figli di Dio si innamorano delle figlie degli uomini e nacquero cosi' sulla terra dei giganti.

Poi Dio si penti' di avere fatto l'uomo e volle sterminarlo con il diluvio, escluso Noe al quale comando' di costruire una barca in legno di 300 cubiti di lunghezza.
Su questa sola barca dovevano entrare sette paia di tutti gli animali ritenuti mondi e due paia di quelli immondi. Fu necessario nutrirli per tutti i dieci mesi che l'acqua sommerse la terra e poi ancora per molto altro tempo, in attesa che spuntassero le erbe. Considerate ora quello che fu necessario per nutrire 14 elefanti, 14 cammelli, 14 bufali ed altrettanti cavalli, asini, alci, cervi, daini, serpenti, struzzi e piu' di 2000 altre speci di tutto rispetto. Vi domanderete dove e' stata presa l'acqua per coprire tutta la terra sino a 15 cubiti al di sopra delle piu' alte montagne? Il testo risponde che e' stata presa dalle cateratte del cielo. Lo sa Dio dove sono queste cateratte.



Dopo il diluvio Dio fece un patto con Noe e con tutti gli animali, e per sigillare questo patto creo' l'arcobaleno. Quelli che hanno scritto tutto questo, potete ben vedere, che non erano dei grandi scienziati.
Ed ecco dunque Noe che ha ora una religione, dono di Dio, e questa religione non e' quella ebraica e neanche quella cristiana.

I discendenti di Noe vollero costruire una torre che si innalzasse sino al cielo. Fantantisca impresa ma Dio se ne preoccupo' ed, in un istante, fece parlare molte lingue diverse agli operai, che cosi' si dispersero. Tutto questo rientra in quella fonte infinita che sono le favole orientali.



Abbiamo poi gli abitanti di Sodoma che vogliono violentare due angeli; abbiamo una pioggia di fuoco che trasforma alcune citta' in un lago; abbiamo la moglie di Loth trasformata in una statua di sale; abbiamo Giacobbe che lotta per tutta la notte contro un angelo e resta ferito ad una coscia; abbiamo un Giuseppe venduto schiavo in Egitto che diventa primo ministro per avere interpretato un sogno; settanta persone della sua famiglia si stabiliscono in Egitto ed in 205 anni si moltiplicano, come abbiamo visto, sino a due milioni di individui.(4)

Sono dunque questi due milioni di ebrei che fuggono dall'Egitto e che prendono la strada piu' lunga per il piacere di attraversare il mare a piedi asciutti. Pero' questo miracolo non e' per nulla sorprendente. I maghi del Faraone ne facevano ben altri e ne sapevano almeno quanto Mose. Essi hanno trasformato, come lui, un bastone in un serpente, cosa quanto mai facile. Mose fece tingere di sangue le acque, altrettanto potevano fare i seguaci del Faraone. Mose fece apparire delle rane ed i saggi pure. Ma essi furono battuti sull'argomento delle pulci; gli ebrei, a questo proposito, ne sapevano piu' di tutte le altre nazioni.

Alla fine Adonai fece morire tutti i primogeniti d'Egitto, in modo da far partire il suo popolo con tutto comodo, ed il mare che si apre per questo popolo era il meno che si potesse fare in questa occasione! Il resto e' tutto della stessa forza.

E gli ebrei errano per il deserto:

alcuni mariti si lamentano delle loro mogli e subito salta fuori un'acqua che fa gonfiare e scoppiare ogni donna che ha tradito il proprio onore. Essi non hanno ne pane ne companatico: vengono fatte piovere quaglie e manna; i loro abiti si conservano per 40 anni e si allungano con il crescere dei bambini che li indossano e sono scesi, probabilmente dal cielo, altri vestiti per i nuovi nati.
Un profeta di un luogo vicino voleva maledire questo popolo ma la sua asina ed un angelo si oppongono e l'asina si intrattiene a parlare, per lungo tempo ed assai ragionevolmente, con il profeta.

Gli ebrei attaccano una citta'? Pronti: le mura cadono al suono di alcune trombe, cosi come Amphion costruiva al suono del flauto. Ma questo e' ancora niente. Cinque re amorrei, cioe' cinque capi villaggio, stabiliscono di opporsi alle devastazioni di Giosue. Subito vengono sconfitti e ne consegue una enorme carneficina. Il signor Adonai fece piovere sui malcapitati una pioggia di grosse pietre; ma non e' tutto: qualcuno riesce a fuggire e per dare ad Israele il tempo di riacciuffarli la natura sospende le sue leggi eterne; il sole si ferma su Gabaon e la luna su Aialon, a mezzogiorno in punto. Non abbiamo capito molto bene cosa c'entrasse la luna ma il libro di Giosue non ci permette di dubitarne.

Ma andiamo avanti. Di miracolo in miracolo si arriva sino a Sansone, rappresentato come un famoso debosciato favorito da Dio. Questi, quando non era ancora rasato aveva abbattuto mille filistei con una mascella e attaccato fiaccole alla coda di trecento volpi, capitate al momento giusto. E poi tutto il resto....



Non c'e' quasi nessuna pagina che non contenga di tali frottole; qui c'e' l'ombra di Samuele che appare in veste di stregone; da un'altra parte c'e' l'ombra di una meridiana (supposto che questi miserabili possedessero delle meridiane) la quale indietreggia di 10 gradi, implorata da Ezechia che domanda un tale segno; perche', come sapete, Dio gli aveva conferita la potesta' di scegliere se fare avanzare o indietreggiare le ore ed il saggio Ezechia aveva pensato che non c'era poi molta convenienza a far avanzare l'ora: meglio farla retrocedere.

C'e' poi Elia che sale al cielo su di un carro di fuoco e 40 bambini che cantano dentro una fornace ardente. E' quasi impossibile entrare nel dettaglio di tutte le inaudite stravaganze di questo libro. Il senso comune non era mai stato cosi' offeso da tanta indecenza e da tanto furore.

Questo e', nell'insieme, l'Antico Testamento, il padre del Nuovo; un padre che disconosce il suo figlio e lo considera come una creatura bastarda e ribelle. Perche' gli ebrei, fedeli alla legge di Mose, guardano con disprezzo il cristianesimo sorto sulle rovine di questa legge. Ma i cristiani hanno voluto, a forza di sottigliezze, giustificare l'esistenza del Nuovo Testamento con il Vecchio. Cosi' le due religioni si combattono tra di loro con le stesse armi. Tutte e due si affidano alla testimonianza degli stessi profeti ed alle stesse profezie.

I secoli futuri che vedranno la fine di questi culti insensati e che, puo' darsi, ne accoglieranno altri meno indegni di Dio e degli uomini, i secoli a venire, fratelli miei, potranno mai credere che il giudaismo ed il cristianesimo si siano basati su tali fondamenti e tali profezie? E che razza di profezie! Ascoltate: il profeta Isaia e' convocato da Acaz, re di Giuda, per fargli fare alcune predizioni, secondo le usanze stupide e superstiziose allora comuni in tutto l'oriente.
Questo profeta, come voi sapete, faceva parte di quegli individui che si ingegnavano di predire per guadagnare qualcosa, come ce n'erano ancora in Europa nel secolo scorso, sopratutto tra il popolino. Notate ancora che la maggior parte di questi profeti giudaici erano eretici in quanto Osea, Jona, Joele, Abdias..., lo stesso Elia ed Eliseo venivano tutti dalla Samaria, tutti coinvolti nello scisma e, secondo il punto di vista ebraico, gente perduta agli occhi di Dio.


Ritorniamo pero' ad Isaia: il re Acaz assediato in Gerusalemme da Salmanezer, che aveva conquistato la Samaria, chiede quindi ad Isaia una profezia, un segno. ed Isaia gli risponde: Eccoti il segno; una ragazza sara' ingravidata ed essa partorira' un figlio che avra' come nome Emmanuele. Egli si nutrira' di burro e miele sino a quando non sapra' respingere il male e scegliere il bene. E prima che questo fanciullo raggiunga tale capacita', la terra che tu detesti sara' abbandonata dai suoi due re, e l'Eterno fischiera' alle mosche che stanno sul bordo dei ruscelli d'Egitto e di Assur, ed il Signore prendera un rasoio in prestito e fara' la barba al re di Assur e gli radera' la testa ed i peli del pube.

E dopo questa bella profezia riportata su Isaia e della quale non c'e' il minimo cenno sul Libro dei Re, il profeta stesso e' incaricato della sua esecuzione. Il Signore gli ordina di scrivere il tutto su un grande tavolo, che si affretta a carpire da un bottino. Poi, in presenza di testimoni, va a letto con una ragazza e la ingravida. Ma quando il bambino nasce invece di chiamarlo Emmanuele gli da il nome di Maher Salal asbas.

Ecco, fratelli miei, cio' che i cristiani hanno recepito a favore del loro Cristo; questa e' la profezia che da origine al cristianesimo. La ragazza che il profeta ha ingravidato e' la Vergine Maria. Il ragazzo Maher Salal asbas e' Gesu Cristo; e per quanto concerne il burro ed il miele non so cosa dire.

Ciascun profeta ha predetto la liberazione degli ebrei quando erano in cattivita'. Questa liberazione invece consiste, secondo i cristiani, nella Gerusalemme Celeste e nella chiesa dei giorni nostri. Mentre tutto, presso gli ebrei, e' profezia, presso i cristiani tutto e' miracolo e tutte le profezie sono delle allegorie di Gesu Cristo.

Ed ora, fratelli miei, ecco un'altra gran bella ed eclatante figura. Il grande profeta Ezechiele vede un vento d'aquilone(5) e quattro animali e delle ruote di crisolito tutte contornate di occhi e l'Eterno gli dice: alzati, mangia questo rotolo e vattene. Poi l'eterno gli ordina di dormire 390 giorni coricato sul fianco sinistro, e dopo, altri 40 giorni sul fianco destro e l'Eterno lo lega con delle corde. Questo profeta era sicuramente uno da legare! Posso ora ripetere, senza vomitare, cio' che Dio ha ancora comandato ad Ezechiele? E' necessario. Dio gli ordina di mangiare del pane d'orzo cotto con della merda!



E' mai possibile che il piu' sporco, impertinente individuo dei nostri giorni possa immaginare una tale porcata? Bene, fratelli miei, il profeta mangia il suo pane d'orzo con i suoi escrementi pur lamentandosi che tale colazione lo ripugna un poco. Ed allora Dio, per favorirlo gli consente di aggiungere al suo pane dello sterco di vacca. Ecco dunque una delle figure della chiesa di Gesu Cristo!

Ma non pensate, fratelli miei, che questo sia il piu' orribile abominio tra tutti quelli che infestano i libri di questi sedicenti profeti. Leggete il capitolo 23 dello stesso libro di Ezechiele e ci troverete queste parole destinate alla giovane Ooliba: la sua furia impudica ha ricercato il coito con quelli che hanno dei membri da cavallo e che scaricano come degli asini. E a chi Ezechiele fa tenere questo esecrabile discorso? A Dio in persona.

E' di questo Dio, creatore dell'universo, del quale si e' osato profanare il santo nome, facendogli ordinare al profeta Osea, nel primo capitolo, di prendere una prostituta e di farle fare dei figli di puttana, secondo le stesse parole di Dio, in seguito gli ordina di andare a letto con una donna adultera, pagandola con 15 dracme ed uno staio e mezzo di orzo. Si puo' insultare piu' indegnamente la divinita'?

Dopo tali esempi e' inutile citarne altri e perdere il nostro tempo a combattere tutti questi incubi rivoltanti ed assurdi che formano il soggetto delle dispute tra ebrei e cristiani. Contentiamoci di compatire il piu' deplorevole accecamento che abbia mai offuscato la mente umana; speriamo che tale accecamento finisca, come tanti altri, e veniamo al Nuovo Testamento, degno seguito di tutto quello che abbiamo gia' visto.

PUNTO TERZO - Il Nuovo Testamento

Non e' servito nulla che gli ebrei fossero, ai tempi di Augusto, un po' piu' illuminati di quanto non erano nei secoli di barbarie dei quali abbiamo parlato.
Non e' servito a nulla che gli ebrei abbiano cominciato a concepire l'immortalita' dell'anima, dogma sconosciuto a Mose, ed a riconoscere le ricompense di Dio per i giusti, dopo la morte, e le punizioni, qualunque esse siano, per i malvagi, dogma anche questo ignorato da Mose. La ragione non e' mai penetrata in questo popolo miserabile dal quale e' emersa quella setta cristiana che e' stata la fonte di tante deviazioni, di guerre civili e di crimini, che ha fatto scorrere fiumi di sangue e che si e' divisa in tante sette tra loro nemiche, in quell'angolo di terra dove esse regnano.

Ci sono sempre state, presso gli ebrei, persone del popolo che si misero a fare i profeti per distinguersi dalla massa. Ecco ora quello che ha fatto piu' rumore e del quale, alla fine, e' stato fatto un Dio. Riportiamo i punti salienti della sua storia in poche parole, quali sono riportate in alcuni libri chiamati vangeli.
Volendo indagare in quali tempi questi quattro vangeli sono stati scritti balza evidente che sono stati compilati dopo la caduta di Gerusalemme, poiche' nel capitolo 23 del libro attribuito a Matteo, Gesu dice ai sacerdoti. serpenti, razza di vipere...cada su di voi tutto il sangue innocente sparso dopo quello di Abele il giusto, fino al sangue di Zacaria, figlio di Barachia, ucciso sull'altare del tempio.

Non si parla, fratelli miei, di uno Zaccaria, figlio di Barachia, ucciso nel tempio, se non nella storia dell'assedio di Gerusalemme di Giuseppe Flavio. E' dunque dimostrato che tale vangelo fu scritto solo dopo il libro di Giuseppe Flavio.


Voi sapete con quali assurdita' questi quattro autori si contraddicono: e' una dimostrazione di palese menzogna. Comunque non abbiamo bisogno di tante prove per demolire questa malefica costruzione; ci basta un esame breve ed accurato.

All'inizio si e' fatto discendere Gesu da Abramo e da Davide. L'autore Matteo conta 42 generazioni in duemila anni, ma nel suo elenco ce ne sono solo 41. E nel ricavare questo albero genealogico dal Libro dei Re egli si sbaglia ancora pesantemente citando Giosia come padre di Ieconia.
Anche Luca riporta una genealogia, ma egli considera 56 generazioni dopo Abramo e queste generazioni sono del tutto differenti e, per colmo di cose, mentre queste generazioni sono quelle di Giuseppe, gli evangelisti ci confermano che Gesu non e' figlio di Giuseppe. In fin dei conti si tratta del figlio di Dio ed e' questo stesso Dio l'autore del libro!!

Matteo dice che quando questo Gesu, re dei giudei, nacque in una stalla nel villaggio di Betlemme, tre magi, o tre re, videro la sua stella in oriente; dice che essi la seguirono sino a Betlemme e che il re Erode, avendo sentito tali cose, fece massacrare tutti i bambini al disotto dei due anni. Ci puo' essere un orrore tanto ridicolo?
Matteo aggiunge che il padre e la madre condussero il piccolo Gesu in Egitto dove restarono sino alla morte di Erode.


Luca dice formalmente il contrario. Egli riporta che Giuseppe e Maria restarono tranquillamente a Betlemme per sei settimane; poi andarono a Gerusalemme e da qui a Nazaret, e che tutti gli anni tornavano a Gerusalemme.

Gli evangelisti si contraddicono sul tempo in cui Gesu visse, sulle sue predicazioni e sul giorno dell'ultima cena, su quello della sua morte, sulle apparizioni dopo la morte e, a farla breve, su quasi tutti i fatti.
Ci sono poi stati 49 vangeli compilati dai cristiani del primo e del secondo secolo che si contraddicono tutti ancora di piu'. Alla fine sono stati scelti i quattro che conosciamo, ma se anche essi andassero tutti d'accordo, gran Dio che assurdita', che miseria, che cose puerili assurde ed odiose!

La prima avventura di Gesu, vale a dire del figlio di Dio, consustanziale a Dio, in una parola Dio stesso, e' stata quella di essere sollevato dal diavolo; perche' il diavolo, che non appare affatto nei libri di Mose, gioca un grande ruolo nei vangeli.
Il diavolo solleva dunque Dio e lo porta su di una montagna nel deserto e gli fa vedere tutti i regni della terra. Qual'e' questa montagna dalla quale si vedono tanti paesi? Non ne sappiamo nulla. Il diavolo propone bellamente a Dio di adorarlo; si puo' concepire, fratelli miei, una bestemmia piu' ridicola?
Giovanni ci racconta che Gesu va a nozze e trasforma l'acqua in vino e che caccia dei mercanti dal tempio i quali vendevano animali destinati ai sacrifici, imposti per legge.
A quei tempi tutte le malattie erano delle possessioni diaboliche ed infatti Gesu concede il permesso ai suoi apostoli di cacciare i demoni. Questa miserabile superstizione era stata adottata da un popolo ignorante, che non conosceva nulla di medicina e credeva, come i selvaggi, che la maggior parte delle malattie fosse causata da spiriti maligni; si esorcizzavano con la radice di barath e la clavicola di Salomone.


Gesu libera, en passant, un posseduto che aveva in se una intera legione di demoni; fa entrare questi demoni in un branco di maiali che corrono ad affogarsi nel mare di Tiberiade. Si puo' immaginare che il padrone dei maiali, che non doveva essere un giudeo, non fosse affatto contento di questa prodezza.
Gesu guari' un cieco e questo cieco vedeva gli uomini come se fossero degli alberi.
Gesu voleva mangiare dei fichi in inverno e li ando' a cercare su di un albero di fichi e non avendone trovati maledi' l'albero e lo fece seccare, ed il testo non manca di aggiungere, con prudenza, che non era tempo di fichi. Si trasfigura durante la notte e convoca a se Mose ed Elia. Difficilmente le favole degli stregoni raggiungono tanta impudenza.

Questo uomo che pronuncia in continuazione ingiurie atroci contro i farisei, che li chiama razza di vipere, sepolcri imbiancati, alla fine viene tradotto in giudizio e suppliziato con due ladroni ed i suoi storici hanno la faccia tosta di dirci che alla sua morte la terra e stata avvolta da pesanti tenebre, in pieno mezzogiorno, come se tutti i cronisti del tempo non avessero notato questo strano fenomeno.

Dopo questo ci vuole poco a dire che e' resuscitato e di prevedere come prossima la fine del mondo, che peraltro non e' ancora arrivata. La setta di questo Gesu nasce di nascosto, il fanatismo aumenta; all'inizio non si osa fare di questo uomo un Dio ma ben presto tale coraggio prevale. Io non so quale metafisica di Platone si amalgami con la setta nazarena. Si e' trasformato Gesu nel logos, nel verbo di Dio, in seguito consustanziale al Dio suo padre.


Viene inventata la Trinita' e per farla credere si sono falsificati i primi vangeli. Si e' aggiunto un passaggio riguardante la detta Trinita' cosi' come si e' interpolato lo storico Giuseppe Flavio per fargli inserire qualche parola su Gesu, malgrado Giuseppe Flavio fosse uno storico troppo serio per prendere in considerazione un simile personaggio. Si arriva persino a compilare versi delle Sibille. Si suppone l'esistenza di canoni degli apostoli, di costituzione degli apostoli, di una simbologia apostolica, un viaggio di Simone Pietro a Roma, di una gara di miracoli tra questo Pietro ed un altro Simon Mago. In altre parole e' puntando sull'artificio, la frode e l'impostura che i nazareni si mettono all'opera. E dopo questo ci vengono tranquillamente a dire che i presunti apostoli non potevano essere ne degli ingannati ne degli ingannatori e che bisognava credere a questi testimoni, che si sono fatti sgozzare per sostenere le loro testimonianze.

Spudorati ingannatori ed ingannati che parlate cosi'! Che prove avete che questi apostoli abbiano scritto cio' a cui attribuite il loro nome? Se si e' potuto supporre dei canoni, non si potevano supporre anche dei vangeli? Chi vi ha detto che gli apostoli sono morti per sostenere le loro testimonianze?
Non esiste un solo storico contemporaneo che abbia parlato di Gesu e dei suoi apostoli. Ammettetelo dunque: che sostenete delle menzogne con altre menzogne; ammettete che il desiderio di dominare gli spiriti, il fanatismo ed i tempi hanno costruito questo edificio oggi incrinato da tutte le parti, una stamberga rifiutata dalla ragione e che l'errore vuole sostenere.

Dopo trecento anni i cristiani giunsero a far riconoscere Gesu come un Dio e non contenti di questa bestemmia spinsero in seguito la loro improntitudine sino a mettere questo Dio in un pezzo di pasta facendo sparire il pane; e cioe' mentre il loro Dio viene mangiato da qualcuno che poi lo digerisce e lo restituisce in merda, essi sostengono che non c'e' pane nelle loro ostie ed e' solo Dio che si e' messo al posto del pane ingoiato dall'uomo. Qualsiasi superstizione entra a far parte della chiesa. La rapina domina, si vende la remissione dei peccati, si vendono le indulgenze come pure i benefici ecclesiastici ed il tutto al migliore offerente.

Questa setta si suddivide in una moltitudine di altre sette; da sempre ci si batte, si sgozza e ci si assassina ad ogni disputa; re e principi vengono massacrati. Questo e' il frutto, miei cari fratelli, dell'albero della croce e della potenza che hanno divinizzato. Ecco dunque perche' si osa far discendere Dio sulla terra: per consegnare l'Europa, durante i secoli, al massacro ed al brigantaggio!

E' vero che i nostri padri hanno reciso in parte questo giogo spaventoso; essi si sono liberati di qualche errore, di qualche superstizione. Ma, buon Dio! Essi hanno lasciato il lavoro incompiuto. Tutti noi gridiamo che e' tempo di finirla e di distruggere da cima a fondo quell'idolo al quale, per ora abbiamo appena tagliato qualche dito.

Oggi una moltitudine di teologi abbraccia un socinianismo che si avvicina molto all'adorazione di un solo Dio, liberato dalle superstizioni. L'Inghilterra, la Germania, le nostre provincie sono piene di dottori preparati che non chiedono che di manifestarsi; e ce ne sono molti anche in altri paesi.
Allora perche' attendere ancora? Perche' non adorare Dio in spirito e verita'? Perche' ostinarsi ad insegnare cio' a cui non si crede e rendersi colpevoli verso Dio di questo enorme peccato?

Ci dicono che al popolo occorrono misteri, che bisogna stupirlo. Fratelli miei, si puo' fare un tale oltraggio al genere umano? I nostri padri non hanno gia' tolto al popolo la transustanziazione, l'adorazione delle immagini e degli ossi dei morti, la confessione all'orecchio, le indulgenze, gli esorcismi, i falsi miracoli e le immagini ridicole? Il popolo non e' gia' abituato alla privazione degli alimenti della superstizione?
Bisogna avere il coraggio di compiere ancora qualche passo. Il popolo non e' cosi' imbecille come si pensa. Egli accogliera' senza traumi un culto serio e semplice di un Dio unico, come quello che dicono fosse professato dai Noachidi, come quello che gli antichi saggi hanno praticato, come quello recepito in Cina da tutti i letterati.

Noi non pretendiamo affatto spogliare i preti di cio' che e' stato loro donato dalla generosita' della gente, ma vorremmo che questi preti, che segretamente ridono delle bugie che spacciano, si riunissero a noi per predicare la verita'.

Quali beni inestimabili deriverebbero da un cosi' felice cambiamento! I principi ed i magistrati sarebbero piu' obbediti, la gente sarebbe piu' tranquilla, lo spirito della divisione e dell'odio sarebbe eliminato. Si offrirebbero a Dio, in pace, le primizie del nostro lavoro. Ci sarebbe certamente piu' onesta' sulla terra perche' un grande numero di spiriti deboli, che tutti i giorni sentono parlare con disprezzo di questa superstizione cristiana, che viene messa in ridicolo da tanti preti, si immagina, senza riflettere, che non ci sia affatto alcuna religione e, basandosi su questi principi, si abbandona a qualsiasi eccesso.

Ma quando si capira' che la setta cristiana e' in effetti solo la perversione della "religio naturale", quando la ragione, libera dalle sue catene, insegnera' alla gente che esiste un solo Dio e che questo Dio e' il padre comune di tutti gli uomini che sono fratelli, che questi fratelli devono essere tra loro giusti e buoni, che essi devono esercitare tutte le virtu', che Dio essendo giusto dovra' ricompensare queste virtu' e punire i delitti, allora certamente, fratelli miei, gli uomini saranno migliori e meno superstiziosi.

Noi iniziamo a dare questo esempio segretamente ed osiamo sperare ch'esso verra' seguito dal pubblico.

Possa questo grande Dio che mi ascolta, questo Dio che sicuramente non puo' essere nato da una donna ne essere stato ucciso, ne essere mangiato in un pezzo di pasta ne avere ispirato questi libri pieni di contraddizioni, di follie e di errori, possa questo d Dio creatore di tutti i mondi avere pieta' di questa setta cristiana che lo bestemmia. Possa egli riportarci alla religione santa e naturale e concedere le sue benedizioni agli sforzi che noi facciamo per farlo adorare.

Sermon des Cinquante, 1762

---------------------------------------------------------------------------------------
(1) Non sempre nella attuale "versione ufficiale" della Bibbia Cattolica (C.E.I.-1989), e' possibile risalire alle parti prese in esame da Voltaire. Negli ultimi 250 anni l'eterna ed immutabile parola di Dio e' stata sottoposta a centinaia di "adattamenti".

(2) La principessa Mirra si era innamorata del padre Cinira, re di Cipro. Ubriaco, per qualche tempo il re non si accorse di giacere con la figlia. Quando se ne accorse tento' di uccidere la ragazza, ma Mirra fuggi' in terra di Sabea dove partori' un figlio, Adone, e poi si trasformo' in albero di mirra e le sue lacrime divennero la resina dell'albero.

(3) Pelope, figlio di Tantalo e poi padre di Tieste. Quando era bambino Tantalo lo uccise, lo cucino' e lo servi' in pasto agli Dei. In seguito Ermete rigenero' il corpo di Pelope il quale, successivamente si rese noto per i suoi inganni ed i suoi crimini. Era detto: volto fangoso.

(4) Malgrado la velocita' con cui si riproducono sarebbe stata una impresa non da poco anche per 70 conigli (35 maschi e 35 femmine).

(5) Vento impetuoso che soffia da nord.

BREVE STORIA DELL'AUTORE


 Voltaire: una nuova figura di intellettuale

François-Marie Arouet, noto come Voltaire (1694-1778), fu la personalità che dominò il secolo dei Lumi. Egli incarnò un nuovo tipo di intellettuale, lo scrittore impegnato, mosso dal bisogno di sottoporre passato e presente al giudizio della ragione, cosciente della forza dell'opinione pubblica, consapevole dei doveri del filosofo nei confronti dell'umanità.

Gli esordi fortunati e l'esilio

Nato a Parigi, ultimo figlio di un ricco notaio, Voltaire crebbe in un ambiente borghese colto; studiò presso i gesuiti, nel prestigioso collegio Louis-le-Grand. Poco attratto dagli studi di diritto, mostrò una spiccata propensione per la letteratura e il bel mondo, dove si fece apprezzare per lo spirito arguto e brillante. Frequentò anche i circoli libertini, che esercitarono non poca influenza sul suo pensiero. La pubblicazione dei primi scritti e delle prime tragedie lo innalzò al culmine del successo. Celebre come poeta, ammirato nei salotti, ricercato dalle dame, provvisto di mezzi economici grazie a una pensione reale e all'eredità paterna, nel 1726 un alterco con il cavaliere di Rohan lo ricondusse duramente alla sua condizione di borghese: il cavaliere lo fece bastonare dai suoi servi, e lo fece rinchiudere alla Bastiglia. Messo al bando da Parigi, Voltaire si recò in esilio in Inghilterra.

L'esperienza inglese e la critica all'assolutismo

Il soggiorno inglese ebbe un'importanza decisiva: le istituzioni britanniche gli apparvero un sistema molto più aperto e progredito del regime monarchico francese. Di ritorno in Francia, Voltaire pubblicò le Lettres philosophiques (Lettere filosofiche, 1733), note anche come Lettere inglesi. La critica all'assolutismo, alle disuguaglianze e ai privilegi della società francese, l'affermazione della tolleranza religiosa, l'esaltazione della nuova scienza newtoniana, espresse in un linguaggio agile e brillante, ebbero un effetto dirompente; non a caso lo storico letterario G. Lanson le ha definite "la prima bomba scagliata contro l'Ancien Régime". Nel 1724 Voltaire aggiunse un'ulteriore lettera alle 24 della prima edizione, nella quale, contro il pessimismo di Pascal, osava "prendere le difese dell'umanità" e affermare la fiducia nella ragione quale strumento per migliorare l'uomo e la società.

Un intellettuale cosmopolita

Le Lettere filosofiche vennero condannate e Voltaire si rifugiò nel castello di Cirey, in Lorena, presso Madame du Châtelet, una donna molto colta, conoscitrice della scienza newtoniana. Furono anni fecondi: al riparo da ogni preoccupazione, egli poté dedicarsi allo studio e alla scrittura. Tra le opere filosofiche di quegli anni si ricordano: Éléments de la philosophie de Newton (Elementi della filosofia di Newton, 1738) e la Métaphysique de Newton (Metafisica di Newton, 1740). Nel 1744 Voltaire poté rientrare a Parigi, dove venne nominato storiografo di corte da Luigi XV. Ma il favore reale durò poco; di nuovo in disgrazia, amareggiato, nel 1746 tornò a Cirey, dove lo aspettava una prova ben più difficile, la morte di Madame du Châtelet (1749). Profondamente addolorato, "vedovo", come si definì, ma anche desideroso di riconoscimenti che la corte francese non voleva concedergli, Voltaire accettò l'invito di Federico II alla corte di Berlino. Là poté concludere la sua vasta opera storica, Le siècle de Louis XIV (Il secolo di Luigi XIV, 1751). Il rapporto con il sovrano si deteriorò in fretta e Voltaire tornò in Francia nel 1753. Dopo varie peregrinazioni, nel 1755 acquistò una proprietà nei pressi di Ginevra, attratto da un regime che gli sembrava rispondere alle sue esigenze di tolleranza. Nel 1756 pubblicò l'Essai sur les mœurs (Saggio sui costumi, 1756), un'opera storica dal disegno ambizioso, in cui si proponeva di cogliere il percorso dello spirito umano nella storia universale.

Ben presto Voltaire si rese conto della rigidità e dell'intransigenza del regime di Ginevra; si stabilì quindi a Ferney, in territorio francese, a pochi chilometri dal confine (1759). Là visse come un monarca, ricevendo ospiti illustri da tutta Europa, potenziando e rivoluzionando l'agricoltura nella sua proprietà, creando fabbriche, migliorando la vita dei dipendenti. La sua fama teneva a freno la corte e la Chiesa, nonostante egli fosse più che mai attivo e pubblicasse una profusione di libelli, con le firme più varie ma sempre riconoscibili, contro gli abusi della giustizia, la tortura, il parlamento. La religione, l'Infâme, come la chiamava Voltaire, fu il bersaglio più frequente delle sue polemiche di quegli anni: contro il fanatismo, la superstizione, "le contraddizioni e le sciocchezze e gli orrori" della religione rivelata, Voltaire sostenne la validità della religione naturale (Sermon des Cinquante, Sermone dei Cinquanta, 1762). Memorabili anche le sue battaglie condotte a difesa di vittime dell'intolleranza religiosa. Nel 1763 pubblicò il Traité sur la tolérance (Trattato sulla tolleranza); nel 1764 il Dictionnaire philosophique (Dizionario filosofico). Nel 1777 il governo annullò il divieto di rientrare a Parigi; l'anno seguente, due mesi prima della morte, Voltaire finalmente tornò nella capitale, accolto da un autentico trionfo.


 

lunedì 31 agosto 2009

LA TEIERA DI RUSSELL

Biografia
Bertrand Arthur William Russell, terzo conte di Russell (Trellech 18/05/1872 - Penrhydeudraeth, 2/02/1970)
Bertrand Russell è stato un filosofo, matematico e logico del Galles, esponente del movimento pacifista e divulgatore della filosofia.
Nasce da una famiglia aristocratica e perde i genitori in tenera età. Viene cresciuto dal nonno Lord John Russell, primo ministro del regno britannico in pensione e la nonna Frances.
Si sposò nel dicembre del 1894 con una quacchera american, Alys Pearsall Smith, inoltre ebbe relazioni con altre 2 donne.
Nel 1890 studiò filosofia e logica a Cambridge, nel 1908 divenne assistente al Trinity College, nel 1920 fece un viaggio in Unione Sovietica e dopo fù inviato per un anno a Pechino. Nel 1921 divorziò da Alys e sposò Dora Russell da cui ebbe due figli. Insieme a Dora fondò la scuola sperimentale di Beacon Hill nel 1927, inoltre scrisse testi divulgativi su fisica, etica ed educazione.
Nel 1936 divorziò da Dora e sposò Patricia Spencer. Nel 1936 si trasferì negli USA per un incarico presso la UCLA di Los Angeles, nel 1944 ritornò al Trinity College.
Nel 1952 divorziò da Patricia per sposare Edith.
Negli anni sessanta scrisse i 3 volumi della sua autobiografia.
Nel 1950 ricevette il nobel per la letteratura.

TEORIA DELLA TEIERA

La Teiera di Russell, chiamata anche teiera celeste, è una metafora ideata dal filosofo Bertrand Russell per confutare l'idea che spetti allo scettico screditare le affermazioni di non falsificabilità delle religioni.


In un articolo intitolato "Is There a God?" ("Esiste un Dio?"), commissionato (ma mai pubblicato) dal magazine Illustrated nel 1952, Russell scrive:

« Se io sostenessi che tra la Terra e Marte c'è una teiera di porcellana in rivoluzione attorno al Sole su un'orbita ellittica, nessuno potrebbe contraddire la mia ipotesi, purché mi assicuri di aggiungere che la teiera è troppo piccola per essere rivelata, sia pure dal più potente dei nostri telescopi. Ma se io dicessi che - posto che la mia asserzione non può essere confutata - dubitarne sarebbe un'intollerabile presunzione da parte della ragione umana, si penserebbe con tutta ragione che sto dicendo fesserie. Se, invece, l'esistenza di una tale teiera venisse affermata in libri antichi, insegnata ogni domenica come la sacra verità ed instillata nelle menti dei bambini a scuola, l'esitazione nel credere alla sua esistenza diverrebbe un segno di eccentricità e porterebbe il dubbioso all'attenzione dello psichiatra in un'età illuminata o dell'Inquisitore in un tempo antecedente. »

SVILUPPO DEL CONCETTO

Nel suo libro Il cappellano del Diavolo, Richard Dawkins (Nairobi 26/03/1941) sviluppa ulteriormente il tema della teiera:

« Il motivo per cui la religione organizzata merita ostilità aperta è che, a differenza della fede nella teiera di Russell, la religione è potente, influente, esente da imposte ed inculcata sistematicamente in bambini troppo giovani per difendersi da sé. Niente obbliga i bambini a trascorrere i propri anni formativi memorizzando pazzi libri che parlano di teiere. Le scuole sovvenzionate dal governo non escludono bambini i cui genitori preferiscono teiere di forma sbagliata. I credenti nella teiera non lapidano i non credenti nella teiera, gli apostati della teiera, i blasfemi della teiera. Le madri non mettono in guardia i loro figli sullo sposare dei pagani, i cui genitori credono in tre teiere invece che in una. Le persone che mettono prima il latte non gambizzano quelle che mettono prima il tè. »

mercoledì 19 agosto 2009

GIORDANO BRUNO


Giordano Bruno nacque a Nola, presso Napoli, nel 1548, da una famiglia di modeste condizioni. Il padre Giovanni era un militare di professione e la madre Fraulissa Savolino apparteneva ad una famiglia di piccoli proprietari terrieri. Gli fu imposto il nome di battesimo di Filippo. Compì i primi studi nella città natale, da lui molto amata e spesso ricordata anche nei lavori più tardi, ma nel 1562 si trasferì a Napoli dove frequentò gli studi superiori e seguì lezioni private e pubbliche di dialettica, logica e mnemotecnica presso l’Università. Nel giugno 1565 decise di intraprendere la carriera ecclesiastica ed entrò, col nome di Giordano, nell’ordine domenicano dei predicatori nel convento di S. Domenico Maggiore. Si fa rilevare come l’età di 17 anni sia da considerare piuttosto elevata, nel contesto, per decisioni del genere.
Nel convento cominciò subito a manifestarsi il contrasto tra la sua personalità inquieta, dotata di viva intelligenza e voglia di conoscere e la necessità di sottostare alle rigorose regole di un ordine religioso: dopo circa un anno era già accusato di disprezzare il culto di Maria e dei Santi e corse il rischio di essere sottoposto a provvedimento disciplinare. Percorse peraltro rapidamente i vari gradi della carriera: suddiacono nel 1570, diacono nel 1571, sacerdote nel 1572 (celebrò la sua prima messa nella chiesa del convento di S. Bartolomeo in Campagna ), dottore in teologia nel 1575. Ma contemporaneamente allo studio serio e profondo dell’opera di S. Tommaso non rinunciò a leggere scritti di Erasmo da Rotterdam, rigorosamente proibiti e la cui scoperta causò l’apertura di un processo locale a suo carico, nel corso del quale emersero anche accuse di dubbi circa il dogma trinitario. Era il 1576 e l’Inquisizione aveva ormai da tempo dato clamorosi esempi di rigore e di efficienza per cui il Bruno, temendo per la gravità delle accuse, fuggì da Napoli abbandonando l’abito ecclesiastico.

Ebbe così inizio la serie incredibile delle sue peregrinazioni, durante le quali si mantenne impartendo lezioni in varie discipline (geometria, astronomia, mnemotecnica, filosofia, etc.).
Nell’arco di due anni (1577-1578) soggiornò a Noli, a Savona, a Torino, a Venezia e a Padova dove, su suggerimento di alcuni fratelli domenicani e pur in mancanza di una formale reintegrazione nell’ordine, rivestì l’abito. Dopo brevi soste a Bergamo e a Brescia, alla fine del 1578 si diresse verso Lione ma, giunto presso il convento domenicano di Chambery, fu sconsigliato di fermarsi in quella città di confine con i paesi riformati e soggetta a particolari controlli, per cui decise di recarsi nella non lontana Ginevra, la capitale del calvinismo.

Qui venne accolto da Gian Galeazzo Caracciolo marchese di Vico (sinistra), esule dall’Italia e fondatore della locale comunità evangelica italiana. Deposto di nuovo l’abito e dopo una esperienza di "correttore di prime stampe" presso una tipografia, il Bruno aderì formalmente al calvinismo e fu immatricolato come docente nella locale università (maggio 1579). Già nell’agosto però, avendo pubblicato un libretto in cui stigmatizzava il titolare della cattedra di filosofia evidenziando ben venti errori nei quali costui sarebbe incorso in una sola lezione, fu accusato di diffamazione e quindi arrestato, processato e convinto a pentirsi sotto pena di scomunica. Il Bruno ammise la sua colpevolezza ma dovette lasciare Ginevra, non senza conservare in sé un forte risentimento.
Quasi per reazione si recò allora a Tolosa, in quegli anni baluardo dell’ortodossia cattolica nella Francia meridionale, dove cercò, senza ottenerla, l’assoluzione presso un confessore gesuita, ma poté comunque ottenere un posto di lettore di filosofia nella locale università e per due anni circa commentò il "De anima" di Aristotele.
Nel 1581 lasciò anche Tolosa, dove si profilava una recrudescenza delle lotte religiose tra cattolici e ugonotti e si recò a Parigi dove tenne, in qualità di "lettore straordinario" (quelli "ordinari" erano tenuti a frequentare la messa, cosa a lui interdetta come apostata e scomunicato) un corso in trenta lezioni sugli attributi divini in Tommaso d'Aquino.

La notizia del successo del corso pervenne al re Enrico III (sinistra) al quale Bruno dedicò subito dopo (1582) il suo "De umbris idearum" con l’annessa "Ars memoriae" ottenendo la nomina a "lettore straordinario e provvisionato". L’appartenenza al gruppo dei "lecteurs royaux" gli consentiva una certa autonomia anche nei confronti della Sorbona, della quale non mancò di criticare il conformismo aristotelico. E’ questo un periodo di grande fecondità nella produzione filosofica e letteraria del Bruno, che pubblica in breve successione il "Cantus circaeus", il "De compendiosa architectura et complemento artis Lullii" e "Il Candelaio".

Con il favore del re divenne "gentilomo" (ma ben presto apprezzato amico) dell’ambasciatore di Francia in Inghilterra Michel de Castelnau, che raggiunse a Londra nell'aprile del 1583, e grazie al quale frequentò la corte della "diva" Elisabetta. Continuò qui a pubblicare opere importanti: "Ars reminiscendi", "Explicatio triginta sigillorum" e "Sigillus sigillorum" in unico volume e subito dopo la "Cena delle ceneri", il "De la causa, principio et uno", il "De infinito, universo et mondi" e lo "Spaccio della bestia trionfante". Nell’anno seguente, sempre a Londra, diede alle stampe "La cabala del cavallo pegaseo" e il "Degli eroici furori".

Quest'ultima opera, al pari dello Spaccio, è dedicata a sir Philip Sidney, nipote di Robert Dudley conte di Leicester. Alcuni di questi testi risentono di polemiche con l’Università di Oxford e con una parte dell’aristocrazia inglese. Venuto a contatto con la famosa università oxoniana, sospinto dall’irruenza del suo carattere, durante un dibattito mise in difficoltà, senza troppi riguardi, uno stimato docente: John Underhill, e restò così inviso a una parte dei suoi colleghi che non mancarono di manifestare in seguito la loro animosità. Ottenuto infatti, dopo alcuni mesi, l’incarico di tenere una serie di conferenze in latino sulla cosmologia, nelle quali difese tra l'altro le teorie di Niccolò Copernico sul movimento della terra, fu accusato di aver plagiato alcune opere di Marsilio Ficino e costretto a interrompere le lezioni. Ma al di là dei risentimenti personali, confliggevano con la temperie culturale e religiosa inglese del tempo alcune idee di fondo del Bruno, quali appunto la sua cosmologia ed il suo antiaristotelismo. L’episodio del giorno delle ceneri del 1584 (14 febbraio) è significativo: il Bruno era stato invitato dal nobile inglese Sir Fulke Greville ad esporre le sue idee sull’universo.

Due dottori di Oxford presenti, anziché opporre argomento ad argomento, provocarono un acceso diverbio ed usarono espressioni che il Bruno ritenne offensive tanto da indurlo a licenziarsi dall’ospite. Da questo fatto nacque "La cena delle ceneri" che contiene acute e non sempre diplomatiche osservazioni sulla realtà inglese contemporanea, attenuate poi, anche per la reazione di alcuni che si sentivano ingiustamente coinvolti in tali giudizi, nel successivo "De la causa, principio et uno". Nei due dialoghi italiani, Bruno contrasta la cosmologia geocentrica di stampo aristotelico-tolemaico, ma supera anche le concezioni di Copernico, integrandole con la speculazione del "divino Cusano". Sulla scia della filosofia cusaniana, infatti, il Nolano immagina un cosmo animato, infinito, immutabile, all'interno del quale si agitano infiniti mondi simili al nostro.

Tornato in Francia a seguito del rientro del Castelnau, il Bruno si occupò di una recente scoperta di Fabrizio Mordente, il compasso differenziale, per presentare la quale scrisse - su invito dell’inventore - una prefazione in latino nella cui stesura prevalevano talmente le applicazioni che il Bruno faceva dello strumento per avvalorare le sue tesi filosofiche sul limite fisico della divisibilità, da oscurare o ridurre a un fatto "meccanico" l’invenzione. Offeso, il Mordente si affrettò a comprare tute le copie disponibili e le distrusse. Bruno rinfocolò la polemica pubblicando un dialogo dal titolo e dal tono sarcastico "Idiota triumphans seu de Mordentio inter geometras deo" che indirettamente rese più difficile la sua permanenza a Parigi, essendo il Mordente un cattolico ligio alla fazione del duca di Guisa, che di li a poco avrebbe raggiunto il massimo della sua parabola ascendente, mentre il Bruno ribadiva la sua fedeltà ad Enrico III. Reazioni negative suscitarono di li a poco a Cambrai le tesi fortemente antiaristoteliche contenute nell’opuscolo "Centum et viginti articuli de natura ed mundo adversos peripateticos" discusse a nome del maestro dal suo discepolo J. Hennequin. L’intervento critico di un giovane avvocato che Bruno sapeva appartenere alla sua stessa parte politica, convinsero il filosofo nolano che la permanenza a Parigi non era ulteriormente possibile. Di nuovo ramingo per l’Europa, il Bruno approda nel giugno 1586 a Wittemberg, in Germania, dove insegna per due anni nella locale università come "doctor italus", al termine dei quali si congeda (anche per il prevalere in città della parte calvinista) con una "Oratio valedictoria" con la quale ringrazia l’università per averlo accolto senza pregiudizi religiosi.

L’orazione contiene anche un caloroso elogio di Lutero per il suo coraggio nell’opporsi allo strapotere della Chiesa di Roma che ha grande valore come difesa della libertà religiosa ma non rinnega i convincimenti critici del Bruno circa la dottrina luterana rilevabili in altre opere (specialmente "Cabala" e "Spaccio"). Gli "eroici furori" sembravano al Bruno incompatibili con la paolina teologia della croce. Dopo un breve soggiorno nella Praga di Rodolfo II, cui dedicò gli "Articuli adversos mathematicos", alla fine del 1588 si reca a Helmstedt dove, per poter insegnare nella locale "Accademia Iulia" aderisce al luteranesimo.

Ma i problemi di fondo rimangono: dopo nemmeno un anno è scomunicato dal locale pastore Gilbert Voet per motivi non ben chiariti e che il Bruno sostiene fossero di natura privata. E’ in questa città comunque che vennero pubblicate gran parte delle opere c.d. "magiche": "De magia , De magia mathematica", "Theses de magia", ecc. Il 2 giugno 1590 il Bruno giunge a Francoforte dove chiede ma non ottiene il permesso di soggiorno e rimane precariamente ospitato in un convento di carmelitani.

Pubblicati tre poemi latini (De triplice minimo, De monade, De innumerabilis) e dopo alcuni mesi di permanenza a Zurigo dove tiene lezioni di filosofia, torna a Francoforte dove nella primavera del 1591 viene raggiunto da due lettere del nobile veneziano Giovanni Mocenigo che lo invitano a Venezia per insegnargli l’arte della memoria. I motivi per i quali Bruno si decise ad accettare l’invito, con tutti i rischi connessi ad un rientro in Italia, sono tuttora dibattuti tra gli studiosi. Probabilmente a ragione, Michele Ciliberto è convinto che convergessero in questa scelta una pluralità di cause. Scomunicato dalle chiese riformate non meno che dalla cattolica, in rotta con gli ambienti puritani e con la fazione allora dominante in Francia, era isolato e indesiderato a livello europeo. Aveva fiducia nella tradizionale autonomia della Repubblica veneta (dove di fatto sopravvivevano circoli aristocratici orientati in senso "liberale") rispetto al Papa, ed aspirava alla cattedra di matematica dell’università di Padova, allora vacante, che sarà poi di Galileo Galilei. A queste considerazioni, peraltro, il Ciliberto ne aggiunge un’altra, direttamente connessa con gli ultimi raggiungimenti della filosofia del nolano: una sorta di forte autocoscienza, di vocazione in senso riformatore, quasi si sentisse un "Mercurio mandato dagli dei" per diradare le tenebre del presente. Una cosa, rileva ancora Ciliberto, Bruno non aveva previsto: "che razza di uomo fosse il Mocenigo" (Giordano Bruno, cit. pagg. 259 sgg.).
Comunque sia, a fine marzo 1592 l’inquieto pellegrino giunge in casa Mocenigo a Venezia. Dopo alcuni mesi il patrizio veneziano, forse insoddisfatto nella sua aspettativa di mirabolanti tecniche magico-mnemoniche, forse anche indispettito per il carattere indipendente del Bruno che mal si adattava alla condizione di "famiglio", specialmente di una persona così insipiente (egli si apprestava tra l’altro ad andare a Francoforte per far stampare libri e continuava a sperare in una cattedra a Padova), contravvenendo alle più elementari regole dell’ospitalità, rinchiuse Bruno nelle sue stanze e lo denunciò alla locale Inquisizione asserendo di averlo sentito profferire bestemmie e frasi eretiche. Dopo un paio di mesi peraltro il processo, subito iniziato, si presentava in modo abbastanza favorevole al Bruno, che si era difeso sostenendo di aver formulato ipotesi filosofiche e non teologiche e che per quanto riguardava le cose di fede si rimetteva pienamente alla dottrina della Chiesa chiedendo perdono per qualche frase sconsiderata che potesse aver pronunciato.

Ebbe inoltre attestazioni favorevoli o per lo meno non ostili da parte di diversi testimoni del patriziato veneto. Quando tutto faceva sperare in una prossima assoluzione, giunse improvvisamente da Roma la richiesta del trasferimento del processo al tribunale centrale del S. Uffizio. La prima risposta del senato, geloso custode dell’autonomia della Serenissima, fu negativa, ma dietro le insistenze vaticane, nella considerazione che l’inquisito non era cittadino veneziano e che il suo processo era iniziato prima del suo arrivo nella città lagunare (ci si riferiva ai fatti del 1575) giunse alla fine il nulla-osta e nel febbraio 1593 il gran peregrinare del Bruno terminò in una cella del nuovo palazzo del S. Uffizio, fatto costruire da Pio V nei pressi di Porta Cavalleggeri.
Del processo, che si protrasse per ben sei anni e durante il quale per una volta almeno si ricorse con ogni probabilità alla tortura, ci rimane una "sommario", ritrovato stranamente nell’archivio personale di Pio IX e pubblicato da A. Mercati nel 1942. Si tratta quasi certamente di una sintesi compilata ad uso dei giudici, per consentire loro una visione d’insieme che non era facile avere nella gran congerie dei documenti originali.
Un fondamentale studio di questo estratto è contenuto nel libro di L. Firpo "Il processo di Giordano Bruno", Napoli, 1949, al quale si rinvia per i particolari drammatici e significativi dell’intricato procedimento che, oltre a fornire numerosi dati sulla vita del Bruno, mostra il progressivo sgretolamento della sua tesi difensiva della separatezza tra il piano filosofico (sul quale, soltanto, lui asseriva di aver speculato) e quello teologico, che non gli interessava.
Decisivo al riguardo fu l'ingresso nel tribunale nel 1597 del teologo gesuita Roberto Bellarmino, chiamato ad esaminare gli atti processuali e soprattutto le opere a stampa per enuclearne il contenuto eterodosso.
Quando il nolano, che pure durante il processo aveva cercato di dissimulare, attenuare e talvolta anche accettato di ripudiare talune sue posizioni in più aperto conflitto con la dottrina cattolica si trovò di fronte alla necessità - per salvarsi - di rifiutare in blocco le sue idee, giudicate radicalmente incompatibili con l’ortodossia cristiana, si irrigidì in un fermo e sprezzante rifiuto e fu la fine.

Il 20 gennaio 1600 Clemente VIII (sinistra), considerando ormai provate le accuse e rifiutando la richiesta di ulteriore tortura avanzata dai cardinali, ordinò che l’imputato, "eretico impenitente", pertinace , ostinato", fosse consegnato al braccio secolare. Ciò significava, nonostante la presenza nella sentenza della solita ipocrita formula che invocava la clemenza del Governatore, la morte per rogo. L’8 febbraio la sentenza fu letta nella casa del Cardinal Madruzzo e fu allora che il Bruno, come riferisce un attendibile testimone oculare (lo Schopp) rivolto ai giudici pronunciò la famosa frase "Forse avete più paura voi che emanate questa sentenza che io che la ricevo" (trad. dal latino). Il successivo giovedi 17 febbraio 1600 - anno santo - venne condotto a Campo de’ Fiori con la lingua in giova" cioè con una mordacchia che gli impediva di parlare e qui, spogliato nudo e legato a un palo venne bruciato vivo ostentatamente distogliendo lo sguardo da un crocefisso, del quale stava condividendo la sorte ma che gli volevano far apparire come carnefice. Aveva messo in pratica e purtroppo sperimentato sulla sua pelle una considerazione di molti anni prima e cioè che "dove importa l’onore, l’utilità pubblica, la dignità e perfezione del proprio essere, la cura delle divine leggi e naturali, ivi non ti smuovi per terrori che minacciano morte" (Dialoghi Ital. a cura di G. Gentile Firenze 1985 pp. 698-99). Nel sommario del processo ci sono tramandati i capi d’accusa (24) ma non quelli ritenuti provati nella sentenza, che peraltro ci sono così riferiti dallo Schopp, a memoria:

1. Negare la transustanziazione;
2. Mettere in dubbio la verginità di Maria;
3. Aver soggiornato in paese d’eretici, vivendo alla loro guisa;
4. Aver scritto contro il papa lo "Spaccio della bestia trionfante";
5. Sostenere l’esistenza di mondi innumerevoli ed eterni;
6. Asserire la metempsicosi e la possibilità che un anima sola informi due corpi;
7. Ritenere la magia buona e lecita;
8. Identificare lo Spirito Santo con l’anima del mondo;
9. Affermare che Mosé simulò i suoi miracoli e inventò la legge;
10. Dichiarare che la sacra scrittura non è che un sogno;
11 .Ritenere che perfino i demoni si salveranno;
12. Opinare l’esistenza dei preadamiti;
13. Asserire che Cristo non è Dio, ma ingannatore e mago e che a buon diritto fu impiccato;
14. Asserire che anche i profeti e gli apostoli furono maghi e che quasi tutti vennero a mala fine.

Di tali errori il quarto risulta manifestamente infondato essendo lo "Spaccio" piuttosto antiluterano che antipapista; le volgari invettive contro Cristo, i profeti e gli apostoli dei nn. 13 e 14 sono evidentemente echi di sfoghi contingenti di una persona esasperata. Dove il contrasto con l’Istituzione appare insanabile è piuttosto con il nucleo centrale della dottrina del B., adombrato nei punti 5, 6 e 8. Non è qui il caso di approfondire il sistema filosofico del nolano, ma il solo pensare che la terra, da centro di un limitato universo, oggetto specifico e privilegiato dell’azione creatrice di Dio, diventi un minuscolo puntolino in un universo infinito e tra mondi infiniti; che tale universo è pervaso e vivificato da uno spirito divino immanente; che nel continuo trasformarsi della vita anche le anime, immortali, informano corpi diversi, ecc. rendeva le Scritture, Cristo, la Vergine, i profeti e i dogmi come imperfettissime ombre di una realtà che la filosofia mostrava ben più grande, e tutt’al più utili a tenere quieti i popoli. Probabilmente le idee di Bruno non sarebbero mai riuscite a far presa sulle masse, a sollecitare scismi lontanamente paragonabili a quello luterano; ma insomma di trattava, in un certo senso, di un tentativo di sostituire una nuova "summa" sull’universo a quella tradizionale di S. Tommaso. E questo fu considerato un pericoloso esempio, un attentato alla supremazia della teologia sulla filosofia, della religione sulla ragione.

Sintesi del pensiero bruniano

Il pensiero di Giordano Bruno non può essere scisso dalla sua vicenda personale, dalla sua tragica fine. Un corrispondente di Keplero (che apprezzava l'opera di Bruno) gli confessava, nel 1608, di non essersi saputo dare ragione della fine del filosofo: dal momento che non credeva più in un Dio di giustizia, distributore supremo di pene e di premi nell'aldilà, perchè sopportare tanti patimenti soltanto per difendere la verità? Era una domanda grave, che ci fa pensare al diverso comportamento di Galileo e ci ripropone il problema del significato di tutta la cultura del Rinascimento, di cui Bruno costituisce insieme, il culmine e l'epilogo. Proprio rifiutandosi di rinnegare le proprie idee, lui che non credeva più nelle tavole dei valori, si faceva martire e confessore di altri valori e di un altro modo di concepire la vita. Egli, come altri uomini del Rinascimento, aveva affermato che la dignità dell'uomo, la sua nobiltà, il suo significato, dipendono dal suo agire; che il premio dell'azione è nel senso dell'azione, nella sua fecondità, in quello che l'azione dà per se stessa. Ma questa concezione della vita, che rompeva con una vecchia morale, non significava rifiuto di vincoli morali, bensì una morale nuova e più rigorosa intesa come responsabilità personale e profonda. Proprio quello che l'amico di Keplero non capiva nel gesto di Bruno costituiva la maggiore conquista di una civiltà di cui la fermezza del filosofo diventava il simbolo.

Ma Bruno significa anche un'altra conquista: l'uomo restituito a se stesso, reso padrone della propria sorte. Divenuto centro consapevole del proprio mondo, riconosce la grandezza e il significato della natura, dell'universo fisico che lo circonda, ne comprende l'immensità,le forze inesauribili, le forme infinite, l'estensione senza barriere. Rompe l'immagine casalinga di un mondo simile a una grande casa, fasciata e chiusa da sfere cristalline e immutabili. Liberato da una falsa concezione del divino, proprio nel punto in cui conquista l'autonomia morale, l'uomo ha il coraggio di liberarsi da una visione primitiva del mondo. Sa che egli non è il centro fisico dell'universo, anche se si accorge della potenza della propria ragione e delle proprie capacità. Per paradossale che possa sembrare, nel punto in cui il pensiero umano afferma la sua centralità nel mondo morale, distrugge la veduta puerile dell' antropomorfismo fisico attraverso la distruzione del geocentrismo. E ne nasce quella concezione del mondo fisico e del mondo morale che è stato caratteristica del mondo moderno, e che ha significato una doppia liberazione: dalle superstizioni prima e dai servaggi poi, sul terreno etico-politico; dalla soggezione alla natura, che non può essere dominata se non è affrontata "scientificamente". Orbene colui che trasformò l'ipotesi eliocentrica copernicana in una solenne concezione liberatrice, avanzando l'idea di mondi infiniti, di spazi senza confini; chi affrontò impavido l'idea dell'infinito universo e degli infiniti mondi, fu ancora Giordano Bruno.

Come la lotta contro la bestia trionfante del mito e della superstizione libera l'umanità sul piano morale e la restituisce integra a se stessa, così l'interpretazione dell'ipotesi astronomica di Copernico come concezione liberatrice della natura universale, libera la mente da quella antica barriera che le impediva di affrontare la natura com'è, senza timori, per esplorarla e trasformarla. Entro questa visione del mondo, matura una precisa concezione morale che fa corpo con essa, e che si articola in due momenti:
1) La liberazione dal vizio e dalla superstizione (fra loro indissolubili);
2) La conquista della virtù e della verità, indissolubili anch'esse.

La sua è un'etica di operosità, un elogio congiunto del lavoro manuale e di quello intellettuale. L'uomo - scrisse ancora - non contempli senza azione e non operi senza contemplazione. Soprattutto negli Eroici Furori si accentua la visione dell'infinito e la celebrazione dello sforzo che l'uomo fa per oltrepassare "eroicamente" tutti i limiti e tutti i confini. Che era un modo di sottolineare in forme poetiche l'inarrestabile slancio umano, oltre tutte le posizioni raggiunte, per la supremazia della verità.
Egli sta contro tutto il Medio Evo e lo scrolla dai cardini. Insegna che non vi è che un solo cielo, uno spazio infinito entro cui tutte le cose si muovono. In questo spazio sconfinato sfavillano innumerevoli stelle, folgoranti soli, anzi, sistemi di soli, poichè ogni sole, dice Bruno, è circondato di pianeti che egli, a somiglianza del nostro, chiama terre. Non vi sono che soli e terre e la ragione per cui vediamo soltanto i soli è la lontananza, che ci impedisce di vedere le terre opache. Tutti i movimenti nello spazio sono relativi; nessuna stella si trova al centro dell'universo, ma ognuna è centro del suo cielo nel suo sistema. In questo senso vi sono cieli innumerevoli. Non si dà un "sopra" e un "sotto" se non in senso relativo. Dicasi lo stesso della leggerezza e della gravità. Nessun corpo è in se' pesante, mo solo in rapporto al suo centro di attrazione. Bruno ha un presentimento della gravitazione universale nella seguente affermazione: i corpi si muovono liberamente nello spazio e si mantengono nella loro reciproca posizione grazie alla forza di attrazione. I soli si muovono attorno al loro asse, e oltre questo si ha un movimento nello spazio. Dal Cusano, Bruno conosce le macchie solari. Prima del Tycho Brahe, ricava dal movimento delle comete la prova che non esistono sfere fisse, alle quali stiano appiccicati i piani e meno ancora che si tratti di sfere di cristallo. Il mondo di Bruno è il mondo reale, come lo conosce la scienza contemporanea. Non sarà mai dimenticato che egli fu il primo che comprese la vera costituzione del cosmo. La sua concezione dell'infinito rovescia la concezione geocentrica della chiesa e sviluppa la concezione eliocentrica di Copernico. La personalità morale di Bruno s'intravede in questa risolutezza nel giungere alle conclusioni estreme. Dove il cauto astronomo trovava un limite o una barriera, egli non si arresta. Bruno non ha le positive cautele degli scienziati di mestiere, pieno com'è del convincimento del potere sterminato della ragione. Se Copernico si accontenta di rivoluzionare il sistema del nostro sole, egli non capisce perchè non si debba andare più in là.

Giordano Bruno nella teologia proclamò il panteismo. Nella cosmologia intuì l'infinità dello spazio. Nell'astronomia sostituì il sistema eliocentrico a quello geocentrico. Nella biologia affermò l'esistenza della vita in tutta la natura. Nella psicologia dimostrò il pampsichismo, cioè l'animismo universale. Nell'etica gettò le basi di una morale positiva, areligiosa e indipendente sostenendo che tutto l'universo è pervaso da una teleologia immanente, per cui si perfeziona e si migliora ogni cosa, essendo la natura causa, legge e finalità a se stessa. Distruttore dei pregiudizi dei suoi tempi, egli - soprattuto - ricostruì la scienza e la filosofia della natura; distrusse le antitesi della metafisica, nella filosofia e nella scienza. Combattè l'antitesi tra la forma e la materia, sostenuta dai filosofi dualisti. Combattè l'antitesi tra il cielo e la terra, sostenendo l'unità di questi, la teoria geocentrica e l'ipotesi della pluralità dei mondi. combattè l'antitesi tra lo spirito e la materia, tra l'anima e il corpo, tra il senso e l'intelletto, sostenuta dagli psicologi dualisti, conciliando questi termini, creduti contraddittori, e sostenendo l'unità dello spirito e della materia, l'inseparabilità dell'anima e del corpo e l'identità del senso e dell'intelletto. Contro le antitesi tra la causalità cosmica e la volontà divina, tra la necessità naturale e la libertà morale, tra la finalità trascendente e la finalità immanente, tra il bene ed il male, si sforzo di conciliare tutte queste antinomie, riportando i contrari all'unità assoluta, dove tutte le differenze restano eliminate. Contro il dualismo tra Dio e la Natura, sostenne che Dio non è una causa esteriore al mondo, ma un artista interiore, un principio efficiente, informativo dal di dentro. L'erroneo concetto del cristianesimo aveva scisso Dio dalla Natura, segregato la Natura dall'uomo. La Natura era decaduta, maledetta, asilo di demoni, di spiriti malvagi. L'unità nell'infinito o nell'immenso è il concetto fondamentale del brunismo. L'infinito non solo risplende nella massima esplicazione dell'universo, ma anche nell'opposto limite, cioè nella complicazione del minimo elemento, nella monade. In tutto c'è vita. L'universo è contenuto in potenza nella monade, così come nell'individuo è contenuta la specie, la nazione, l'umanità.

Bruno è stato spesso visto dai clericali quasi come un anticristo. Ora, occorre dire chiaro che Bruno criticò la Chiesa e il clero del suo tempo, scardinò molti dei dogmi del cristianesimo, ma non fu maestro di irreligiosità. Per lui ogni parte, anche minuscola dell'universo, è la divinità stessa. L'universo si confonde con la sostanza, cioè con Dio. La conoscenza del divino è razionale, cioè si giunge ad essa con la nostra ragione, ed è questa la forma più perfetta per conoscere la divinità. I preti non c'entrano niente. Ma negli Eroici Furori egli spiega che la divinità si conosce in due modi: per via di ragione e per contatto mistico. Bruno naturalmente dà dignità solo alla prima maniera. Coloro che conoscono Dio per ratto mistico - dice - sono simili all'"asino che porta i sacramenti". Conoscono il vero, ma non c'è merito. Vi sono per lui due modi di conoscere: quello che dà la filosofia e quello che dà la religione. Bruno sceglie il primo, ma non rigetta il secondo. Nel De Umbris Idearum dice che "la religione è l'ombra della verità: ma non è il contrario della verità". E' una conoscenza incerta, pallida, dubbia, una conoscenza contraddittoria escura, che non dà pieno affidamento, ma comunque è un grado della verità. L'ombra è un invito a passare nella luce. La religione deve intendersi come un invito ad assurgere alla filosofia. L'essenziale per Bruno, non è la religione, ma la morale. Una morale senza dogmi (come è stata giustamente definita), che elimina la necessità di una educazione ecclesiastica. Che mira alla liberazione attraverso lo sforzo e la volontà individuale. La filosofia bruniana è una filosofia dell'eroismo, diretta a liberare gli uomini dalla paura. Quando la paura - afferma - sia caduta dal nostro animo, noi siamo veramente uomini, parte consapevole, cioè, dell'infinito.

I maestri e le fonti
Si è discusso spesso su chi fossero i cosiddetti "invisibili" di Bruno. Coloro che prima di lui si erano scontrati con le dottrine e le chiusure mentali dei tempi. Quelli che con diversa passione avevano assaporato il piacere della conoscenza e avevano scelto di intraprendere il lungo cammino che porta alla ricerca della verità. La lettura di alcuni di questi autori, proibiti nel convento di San Domenico, dove Bruno studia, gli procurano le prime accuse di natura eretica. Quella di altri, che sarebbe riduttivo riportare in queste pagine (Platone, Aristotele, Socrate...), gli lasciano intravedere in positivo e negativo quello che di lì a poco diverrà il proprio pensiero filosofico. Sono le ombre di questi sapienti che lo sosterranno negli ultimi anni di vita, passati nel carcere in solitudine. Quelli che Bruno non tradirà mai con l'abiura, nel cui nome sopporterà torture e digiuni, ma soprattutto per le cui idee affronterà il tragico epilogo.

  • Ermete Trismegisto - Corpus Hermeticum
  • Tommaso D'Aquino (1126 - 1198)
  • Ibn Rushd - Averroè' (1126 - 1198)
  • Ramon Lull (1232 - 1316)
  • Niccolò Cusano (1400 - 1464)
  • Marsilio Ficino (1433 - 1499)
  • Pico della Mirandola (1463 - 1494)
  • Erasmo da Rotterdam (1469 - 1536)
  • Paracelso (1493 - 1541)
  • Tommaso Campanella (1568 - 1639)

Opere di Giordano Bruno

1568/71 (?)
# Arca di Noè (andata persa)

1576 (?)
# "Gli pensier gai" (non pubblicata)
# "Tronco d'acqua viva" (non pubblicata)

1576/81
# Lezioni sulla sfera (non pubblicata)
# Lezioni sul "De Anima" di Aristotele (non pubblicata)

1577
# De segni de'tempi (andata persa)

1579/81
# Censure contro il De la Faye (andata persa)
# Clavis Magna (andata persa)

1581/82
# De’ predicamenti di Dio (andata persa)

1582
# Candelaio
# De umbris idearum
# Cantus circaeus
# De compendiosa architectura
# Purgatorio de l’Inferno (andata persa)

1583
# Ars reminiscendi
# Explicatio triginta sigillorum
# Sigillus sigillorum

1584/85
# La cena de le ceneri
# De la causa
# Principio et uno
# De l'infinito
# Universo et mondi
# Spaccio de la bestia trionfante
# Cabala del cavallo pegaseo
# De gl'heroici furori

1585
# Arbor philosophorum (andata persa)
# Figuratio Aristotelici Physici auditus
# Dialogi duo de Fabricii Mordentis prope divina adinventione
# 120 Articuli adversus Peripateticus

1586
# De Lampade combinatoria
# De progressu et lampade venatoria logicorum
# Artificium perorandi
# Animadversiones circa lampadem lullianam
# Lampas triginta statuarum
# Oratio valedictoria

1587
# Lezioni sull’"Organo" di Aristotele (andata persa)

1588
# De specierum scrutinium

1589
# De Magia
# Theses de magia
# De magia mathematica
# De rerum principiis
# Medicina lulliana
# Summa terminorum metaphysicorum
# De Imaginium
# Signorum et idearum compositione
# Oratio consolatoria

1589/91
# Delle sette arti liberali (andata persa)
# Delle sette arti inventive (andata persa)

1591
# De triplici minimo et mensura
# De monade
# Numero et figura
# De innumerabilibus
# Immenso et infigurabili
# De vinculis in genere
# De rerum imaginibus (andata persa)
# Templum Mnemosynes (andata persa)
# De multiplici mundi vita (andata persa)
# De naturae gestibus (andata persa)
# De principiis veri (andata persa)
# De astrologia (andata persa)

Fonti:
Giordano Bruno.info
"Giordano Bruno" di Michele Ciliberto, Laterza, Bari 1992;
"Giordano Bruno" di Giovanni Aquilecchia, Ist. Encicl. Ital., Roma 1971;
" Il processo di Giordano Bruno" di Luigi Firpo, Salerno Edit.., Roma 1993)