Non esistono verità assolute o dogmi insindacabili. Questi sono solo strumenti concepiti per soggiogare la vostra mente

domenica 8 gennaio 2012

LA MESSA: tutte le menzogne che vengono insegnate su di essa confutate mediante la Parola di Dio

 di Giacinto Butindaro

La dottrina dei teologi papisti
I Cattolici romani chiamano la cena del Signore eucarestia, che viene dal greco eucharistia che significa 'ringraziamento', a ricordo del ringraziamento fatto da Gesù Cristo prima di rompere il pane e di distribuire il calice nella notte in cui fu tradito [1]. I teologi papisti a proposito di questo sacramento affermano: 'L'Eucarestia è il Sacramento che, sotto le apparenze del pane e del vino, contiene realmente Corpo, Sangue, Anima e Divinità del Nostro Signore Gesù Cristo per nutrimento delle anime' (Giuseppe Perardi, Nuovo Manuale del Catechista per l'insegnamento del catechismo della dottrina cristiana, Pubblicato per ordine di Pio X, XVII edizione rinnovata e in gran parte rifatta, Torino 1939, pag. 471. Il libro contiene l'Imprimatur [2]), e questo perché secondo la teologia romana l'ostia che viene usata nella comunione, nelle mani del prete, diventa il corpo, sangue, anima e divinità di Gesù Cristo (questa dottrina è chiamata transustanziazione). Voglio a tale proposito citare le parole del Perardi, per farvi comprendere che cosa viene insegnato ai Cattolici romani riguardo all'eucarestia: 'Ministro dell'Eucarestia è il sacerdote; egli pronunciando, nella Messa le parole di Gesù Cristo, cioè della consacrazione, sul pane e sul vino, applicando cioè la forma alla materia, cambia il pane nel Corpo e il vino nel Sangue di Gesù Cristo' (Ibid., pag. 474); 'Dopo la consacrazione, l'ostia non è più pane; il pane è mutato nel vero Corpo di nostro Signore Gesù Cristo. (...) L'ostia sembra pane, o meglio sembra ostia; ma dell'ostia-pane non vi è più la sostanza ma solo le specie, le apparenze esterne; in realtà essa è il corpo di Gesù Cristo, vivo e vero. Nel calice prima della consacrazione si contiene vino con alcune gocce d'acqua (...) Dopo la consacrazione, nel calice non vi è più vino; invece, sotto le specie del vino, vi è il vero e reale Sangue di nostro Signore Gesù Cristo. Il vino si è convertito nel Sangue di Gesù Cristo (...) Perciò come al pronunziarsi della divina parola, nella creazione, le cose che prima non erano, furono; così al pronunziarsi delle parole della consacrazione, quello che era pane, diviene Corpo di Nostro Signore, e quello che era vino, suo Sangue' (Ibid., pag. 483-484). Il dogma della transustanziazione (termine che significa 'cambiamento di sostanza') fu proclamato dal concilio Laterano IV nel 1215 sotto il papato di Innocenzo III, e il concilio di Trento ha lanciato il seguente anatema contro chi non l'accetta: 'Se qualcuno negherà che nel santissimo sacramento dell'eucarestia è contenuto veramente, realmente, sostanzialmente il corpo e il sangue di nostro signore Gesù Cristo, con l'anima e la divinità, e, quindi, tutto il Cristo, ma dirà che esso vi è solo come in un simbolo o una figura, o solo con la sua potenza, sia anatema' (Concilio di Trento, Sess. XIII, can. 1). A sostegno di questo dogma i teologi papisti prendono le parole di Gesù: 'Questo è il mio corpo' (Matt. 26:26) e: 'Questo è il mio sangue' (Matt. 26:28) da lui pronunciate dopo avere reso grazie per il pane e il calice nella notte in cui fu tradito. Va tenuto presente però che, quantunque nell'eucarestia vengano consacrati sia il pane che il vino, l'eucarestia viene servita al popolo solo sotto la specie del pane perché la curia romana vieta il calice a quelli chiamati laici (i preti possono invece comunicarsi sia con il calice che con l'ostia) rifacendosi alla decisione di vietarlo presa dal concilio di Costanza nel 1415, confermata dal seguente decreto del concilio di Trento: 'Poiché, anche se Cristo signore, nell'ultima cena istituì e diede agli apostoli questo sacramento sotto le specie del pane e del vino, non è detto, però, che quella istituzione e quella consegna voglia significare che tutti i fedeli per istituzione del Signore siano obbligati a ricevere l'una e l'altra specie' (Concilio di Trento, Sess. XXI, cap. 1). E per difendere questa soppressione essa ha lanciato l'ennesimo anatema contro chi dirà che tutti i fedeli devono prendere il calice con le seguenti parole: 'Se qualcuno dirà che tutti e singoli i fedeli cristiani devono ricevere l'una e l'altra specie del santissimo sacramento dell'eucarestia per divino precetto (....) sia anatema' (Concilio di Trento, Sess. XXI, can. 1). Ma quali sono le giustificazioni addotte dalla curia romana a questa mutilazione? Le seguenti: 1) Gesù diede il calice solo agli apostoli; 2) quando negli Atti degli apostoli è detto che i discepoli rompevano il pane non è detto che si beveva il vino; 3) il calice è inutile perché il sangue di Cristo si prende già nel pane eucaristico.
Va poi fatto notare che l'eucarestia deve essere presa a digiuno perché nel 1415 il concilio di Costanza decretò quanto segue: '...sebbene Cristo abbia istituito questo venerando sacramento dopo la cena e lo abbia distribuito ai suoi apostoli sotto entrambe le specie del pane e del vino, ciò non ostante, la lodevole autorità dei sacri canoni e la consuetudine autorevole della chiesa ha ritenuto e ritiene che questo sacramento non debba celebrarsi dopo la cena né essere ricevuto da fedeli non digiuni, eccetto il caso di infermità o di altra necessità, concesso o approvato dal diritto o dalla chiesa' (Concilio di Costanza, Sess. XIII). Questo digiuno imposto ai comunicanti è chiamato eucaristico e secondo il Codice di diritto canonico consiste nell'astensione da qualsiasi cibo o bevanda eccetto l'acqua naturale per almeno un'ora prima di prendere l'eucarestia.
Secondo il catechismo cattolico 'l'Eucarestia non è solo un Sacramento, ma è anche il sacrificio permanente del Nuovo Testamento, e come tale si chiama la santa Messa' (Giuseppe Perardi, op. cit., pag. 507) [3]. In altre parole, l'eucarestia, chiamata dai Cattolici anche santa messa, é la ripetizione del sacrificio che Cristo ha compiuto sulla croce, infatti il catechismo cattolico dice a proposito della messa: 'La santa Messa è il sacrificio del Corpo e del Sangue di Gesù Cristo che, sotto le specie del pane e del vino, si offre dal sacerdote a Dio sull'altare, in memoria e rinnovazione del sacrificio della Croce' (Ibid., pag. 509) [4]. Secondo la teologia romana quindi il sacerdote che ha ricevuto l'ordine, sotto le specie del pane e del vino, offre a Dio sull'altare il sacrificio del corpo di Cristo. Questa è la ragione per cui essi affermano che 'durante la Messa l'altare è come il Calvario' (Ibid., pag. 507)! E sempre questa è la ragione per cui è stato dato il nome di ostia a quella cosa che il prete consacra perché hostia è una parola latina che significa 'vittima'. Qualcuno dirà: 'Ma questo sacrificio è anche propiziatorio per la teologia romana?' Certo; infatti il concilio di Trento ha decretato quanto segue: 'Il santo sinodo insegna che questo sacrificio è veramente propiziatorio, e che per mezzo di esso - se di vero cuore e con retta fede, con timore e riverenza ci avviciniamo a Dio contriti e pentiti - noi possiamo ottenere misericordia e trovare grazia in un aiuto propizio. Placato, infatti, da questa offerta, il Signore, concedendo la grazia e il dono della penitenza, perdona i peccati e le colpe anche gravi' (Concilio di Trento, Sess. XXII, cap. II). I passi che i teologi papisti prendono per sostenere questa dottrina sul sacrificio espiatorio della messa offerto dai sacerdoti cattolici a Dio sono i seguenti: 'Poiché ogni sommo sacerdote, preso di fra gli uomini, é costituito a pro degli uomini, nelle cose concernenti Dio, affinché offra doni e sacrificî per i peccati' (Ebr. 5:1); e: 'Poiché dal sol levante fino al ponente grande é il mio nome fra le nazioni, e in ogni luogo s'offrono al mio nome profumo e oblazioni pure..' (Mal. 1:11). Secondo la loro interpretazione data a questi passi i loro sacerdoti sono stati presi fra gli uomini per offrire il sacrificio della messa a Dio per i peccati del popolo e così facendo essi offrono a Dio un oblazione pura che è quella che, secondo loro, il profeta Malachia dice che si offre a Dio in ogni luogo. Contro coloro che non riconosceranno nella messa la ripetizione del sacrificio di Cristo il concilio di Trento ha lanciato i suoi anatemi infatti ha detto: 'Se qualcuno dirà che nella messa non si offre a Dio un vero e proprio sacrificio, o che essere offerto non significa altro se non che Cristo ci viene dato a mangiare, sia anatema' (Concilio di Trento, Sess. XXII, can. 1); ed anche: 'Se qualcuno dirà che col sacrificio della messa si bestemmia contro il sacrificio di Cristo consumato sulla croce; o che con esso si deroga all'onore di esso, sia anatema' (Concilio di Trento, Sess. XXII, can. 4).
La messa, secondo la teologia romana, fa parte del cosiddetto suffragio che i viventi devono compiere a pro delle anime che sono nel purgatorio infatti nel catechismo romano troviamo scritto: 'I mezzi principali con cui possiamo sollevare le anime del Purgatorio sono quelli che il Catechismo ci ha ricordati: cioè; Le preghiere, le Indulgenze, le elemosine, le opere buone e soprattutto la santa Messa. Il frutto di queste opere, applicato alle anime del Purgatorio, prende il nome di suffragio, perché suffraga, cioè allevia le pene delle anime del Purgatorio e ne affretta la liberazione' (Giuseppe Perardi, op. cit., pag. 173). Mediante questo loro suffragio, essi ottengono come contraccambio le preghiere e le intercessioni delle anime che secondo loro sono nel purgatorio! E per sostenere tutto ciò, i teologi papisti si rifanno al fatto descritto nel libro dei Maccabei, secondo il quale Giuda il Maccabeo fece raccogliere del denaro e lo mandò a Gerusalemme affinché venisse offerto un sacrificio per i peccati di alcuni caduti in guerra (cfr. 2 Maccabei 12:38-45).
La messa viene offerta pure in onore ai santi. A tale riguardo così si espresse il concilio di Trento: 'E quantunque la chiesa usi talvolta offrire messe in onore e in memoria dei santi, essa, tuttavia, insegna che non ad essi viene offerto il sacrificio, ma solo a Dio, che li ha coronati. Per cui, il sacerdote non è solito dire: Offro a te il sacrificio, Pietro e Paolo; ma, ringrazio Dio per le loro vittorie, chiede il loro aiuto; perché vogliano intercedere per noi in cielo, coloro di cui celebriamo la memoria qui, sulla terra' (Concilio di Trento, Sess. XXII, cap. III), e: 'Chi dirà che celebrare messe in onore dei santi e per ottenere la loro intercessione presso Dio, come la chiesa intende, è un impostura, sia anatema' (Concilio di Trento, Sess. XXII, can. 5).
La dottrina della transustanziazione ha dato luogo all'introduzione della dottrina che dice che l'ostia é degna di essere adorata. L'adorazione dell'ostia fu introdotta da Onorio III nel 1220, e fu confermata dal concilio di Trento nel 1551 con queste parole: 'Non vi è, dunque, alcun dubbio che tutti i fedeli cristiani secondo l'uso sempre ritenuto nella chiesa cattolica, debbano rendere a questo santissimo sacramento nella loro venerazione il culto di latria, dovuto al vero Dio' (Concilio di Trento, Sess. XIII, cap. V), e così i teologi cattolici insegnano al popolo che l'Eucarestia si conserva nei luoghi di culto [5] della chiesa cattolica perché i fedeli l'adorino. Le conseguenze? Ci sono milioni di persone nel mondo che si inginocchiano davanti all'ostia e l'adorano credendo che essa sia Gesù Cristo stesso e perciò Dio. Anche per difendere il dogma dell'adorazione dell'ostia il concilio di Trento ha lanciato il suo ennesimo anatema contro coloro che non l'accettano. Eccolo: 'Se qualcuno dirà che nel santo sacramento dell'eucarestia Cristo, unigenito figlio di Dio, non debba essere adorato con culto di latria, anche esterno; e, quindi, che non debba neppure essere venerato con qualche particolare festività; ed essere portato solennemente nelle processioni, secondo il lodevole ed universale rito e consuetudine della santa chiesa; o che non debba essere esposto alla pubblica venerazione del popolo, perché sia adorato; e che i suoi adoratori sono degli idolatri, sia anatema' (Concilio di Trento, Sess. XIII, can. 6).
Per ciò che riguarda gli effetti della eucarestia su coloro che la prendono degnamente leggiamo quanto segue: 'L'Eucarestia, in chi la riceve degnamente, conserva e accresce la grazia, che è la vita dell'anima, come fa il cibo per la vita del corpo; rimette i peccati veniali e preserva dai mortali; dà spirituale consolazione e conforto, accrescendo la carità e la speranza della vita eterna di cui è pegno' (Giuseppe Perardi, op. cit., pag. 503).
Ora, nella chiesa romana il sacramento dell'eucarestia non viene reputato assolutamente necessario alla salvezza infatti il Bartmann afferma: 'Quantunque gli adulti siano strettamente obbligati per legge divina e precetto ecclesiastico a ricevere l'Eucarestia, tuttavia essa non è indispensabile per la salvezza. - E' di fede' (Bernardo Bartmann, Teologia Dogmatica, vol. III, pag. 192). E questo perché secondo la teologia romana i sacramenti necessari alla salvezza sono il battesimo e la penitenza per chi è caduto in peccati 'mortali' dopo il battesimo.
Occorre dire però che nella chiesa romana il sacramento dell'eucarestia un tempo era reputato indispensabile alla salvezza infatti sia Innocenzo I (401-417) che Gelasio I (492-496) insegnavano che i bambini non potevano salvarsi senza questo sacramento. Anche Agostino affermava l'assoluta necessità del sacramento dell'eucarestia per la salvezza infatti disse: 'Se tante e così importanti testimonianze concordano, nessuno senza il Battesimo ed il sangue del Signore può sperare la salvezza e la vita eterna, invano, senza questi sacramenti, la vita eterna è promessa ai bambini' (Citato da Bernardo Bartmann in op. cit., pag. 193). Questa assoluta necessità del sacramento dell'eucarestia per la salvezza dei bambini è stata poi condannata dal concilio di Trento in questi termini: 'Se qualcuno dirà che la comunione eucaristica è necessaria ai bambini anche prima che abbiano raggiunto l'età di ragione, sia anatema' (Concilio di Trento, Sess. XXI, can. 4). Ora, benché, secondo quello che il concilio di Trento ha decretato, questo sacramento non è indispensabile alla salvezza, Giuseppe Perardi nel Nuovo Manuale del Catechista ne parla in maniera da attribuirgli il potere di salvare infatti afferma: 'Dovendo l'infermo in pericolo di morte, fare la comunione, anche i parenti, i congiunti, hanno dovere e ben grave di avvertirlo del suo stato e di aiutarlo a provvedere per tempo al suo dovere e al suo bisogno; hanno anzi responsabilità dell'anima sua. Da loro può dipendere che si salvi o si perda, secondo che riceve o no i Sacramenti [comunione ed estrema unzione]' (Giuseppe Perardi, op. cit., pag. 497); e parlando di quelli che per vani pretesti non fanno la comunione dice: 'Verrà l'ora della pena, della tentazione, della morte; avrebbero bisogno della comunione per conforto, per aiuto, per salvezza; ma o non la faranno, o, generalmente, non la faranno bene. Infelici in vita coloro che non frequentano la comunione; più infelici nell'eternità!' (Ibid., pag. 501). E sempre questo teologo per sostenere che prendere la comunione significa ricevere la vita eterna in se stessi perché si riceve la carne ed il sangue di Cristo cita le seguenti parole di Gesù: 'In verità, in verità io vi dico che se non mangiate la carne del Figliuol dell'uomo e non bevete il suo sangue, non avete la vita in voi. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha vita eterna; e io lo risusciterò nell'ultimo giorno. Perché la mia carne é vero cibo e il mio sangue é vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me, ed io in lui. Come il vivente Padre mi ha mandato e io vivo a cagion del Padre, così chi mi mangia vivrà anch'egli a cagion di me... chi mangia di questo pane vivrà in eterno' (Giov. 6:53-57,58); e le commenta dicendo: 'Gesù promette la risurrezione finale e la vita eterna a chi mangia la sua carne e minaccia la privazione della vita eterna a chi non mangia la sua carne..' (Ibid., pag. 481), ed anche: 'Gli Ebrei mangiarono la manna e morirono; chi mangia l'eucarestia vivrà eternamente' (Ibid., pag. 505). Badate che queste parole del Vangelo scritto da Giovanni erano prese anche da Innocenzo I, Gelasio I e Agostino per sostenere l'assoluta necessità del sacramento dell'eucarestia per la salvezza.

Confutazione

La cena del Signore va ministrata a tutti i credenti sia con il pane che con il calice

La decisione che ha soppresso la distribuzione del calice ai Cattolici va apertamente contro la Parola di Dio che dice: 'Il Signor Gesù, nella notte che fu tradito, prese del pane; e dopo aver rese grazie, lo ruppe e disse: Questo é il mio corpo che é dato per voi; fate questo in memoria di me. Parimente, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: Questo calice é il nuovo patto nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne berrete, in memoria di me' (1 Cor. 11:23-25). Come si può ben vedere Gesù istituì la santa cena con del pane e del vino e non solamente con del pane, quindi assieme al pane dev'essere distribuito a tutti i fedeli anche il calice del Signore contenente il frutto della vigna secondo che è scritto in un altro luogo: 'Poi, preso un calice e rese grazie, lo diede loro, dicendo: Bevetene tutti...' (Matt. 26:27).
Ora dimostriamo la falsità delle ragioni addotte dai papisti alla soppressione del calice. In risposta alla prima ragione diciamo: è vero che Gesù diede il calice solo ai suoi apostoli, ma questo perché egli volle mangiare la Pasqua solo assieme a loro e non assieme a tutti i suoi discepoli. E non perché aveva classificato i suoi discepoli in due classi. E poi è altresì vero che anche il pane Gesù lo diede solo ai suoi apostoli; come mai dunque i preti lo danno anche ai 'laici'? In risposta alla seconda diciamo: il fatto che negli Atti degli apostoli è scritto che i discepoli rompevano il pane ma non bevevano il calice non significa che essi non bevevano il calice del Signore, anzi siamo sicuri che assieme al pane essi bevevano il vino, in ubbidienza all'ordine di Cristo dato ai suoi apostoli. Gli apostoli insegnavano tutte le cose che Gesù aveva loro ordinato di insegnare, tra cui anche il bere il calice assieme al mangiare il pane. E poi, ai Corinzi, Paolo parlando ai santi dice: 'Or provi l'uomo se stesso, e così mangi del pane e beva del calice' (1 Cor. 11:28); il che conferma che tutti i credenti, dopo essersi esaminati, possono bere del calice, e non solo una parte di essi. Infine, in risposta alla terza asserzione che dice che il sangue è contenuto già nel pane, diciamo: Ma allora se è così perché i preti bevono anche il calice oltre che mangiare il pane? Che fanno dunque? Si comunicano con il sangue di Cristo due volte e non una sola? Ed ancora: 'Non può essere come dicono i teologi papisti perché altrimenti Gesù avrebbe dato solo il pane ai suoi discepoli e non anche il vino'.
Ecco dimostrata la falsità delle giustificazioni papiste fatte per giustificare la soppressione del calice. Poi, oltre a tutto ciò, bisogna dire che non é vero che nel momento in cui i fedeli mangiano il pane e bevono del calice del Signore mangiano il vero corpo del Signore e il vero sangue del Signore, e questo perché, sia dalle parole di Gesù che da quelle di Paolo sulla cena emerge che essi sono dei simboli che rappresentano il pane ed il sangue del Signore.
Quindi, per concludere questa parte, la cena del Signore deve essere ministrata ai credenti sotto le due specie del pane e del vino, come fece Gesù.


Quando si benedicono il pane e il calice del Signore non avviene nessun cambiamento di sostanza degli elementi

Noi credenti rigettiamo la transustanziazione; le ragioni di questo nostro rifiuto sono le seguenti che proviamo con le Scritture.

    Gesù ha detto circa la santa cena da lui istituita: 'Fate questo in memoria di me' (1 Cor. 11:24); quindi Egli non può essere presente realmente e sostanzialmente nel pane e nel vino con il suo corpo, il suo sangue assieme alla sua anima e alla Divinità perché altrimenti si sarebbe contraddetto.Noi mangiando il pane e bevendo il vino alla santa cena annunziamo la morte del Signore 'finch'egli venga' (1 Cor. 11:26); quindi egli ha da venire e non viene a dimorare nel pane e nel vino dopo che viene fatta la benedizione.Quando Gesù prese il calice rese grazie e poi lo diede ai suoi discepoli, affinché ne bevessero, disse loro: 'Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue....' (Matt. 26:28), e subito dopo disse loro: 'Io vi dico che d'ora in poi non berrò più di questo frutto della vigna, fino al giorno che lo berrò nuovo con voi nel regno del Padre mio' (Matt. 26:29). Quindi la sostanza del vino rimase intatta ed esso non fu transunstanziato in sangue come dicono i teologi cattolici, perché Gesù dopo avere benedetto il calice lo chiamò 'frutto della vigna'.Quando si benedice il calice della benedizione contenente il frutto della vigna la sostanza del vino non cambia per nulla; non avviene un miracolo mediante il quale il vino viene cangiato in sangue. Un miracolo di mutamento di sostanza avvenne in Egitto quando le acque d'Egitto furono cangiate in sangue (cfr. Es. 7:14-21); allora sì che l'acqua per diversi giorni fu vero sangue. Un altro miracolo di sostanza avvenne in Cana di Galilea quando Gesù mutò l'acqua in vino (cfr. Giov. 2:1-10). Ma di certo non possiamo dire che una cosa del genere avvenga al vino contenuto nel calice del Signore.Luca, a proposito dell'istituzione della santa Cena operata da Gesù Cristo, dice che Gesù 'dette loro il calice dicendo: Questo calice è il nuovo patto nel mio sangue, il quale è sparso per voi' (Luca 22:20); quindi egli chiamò quel calice il Nuovo Patto. Ora, noi sappiamo che il Nuovo Patto è un alleanza che Dio ha fatto con noi mediante il sangue del Cristo e non un calice, perciò con quelle parole Gesù volle dire che quel calice raffigurava il Nuovo Patto nel suo sangue. La stessa cosa quindi va detta delle parole di Gesù: 'Questo è il mio sangue' (Mar. 14:24), in riferimento al vino del calice. Gesù non intese dire che quel vino era il suo vero sangue, che peraltro non aveva ancora sparso, ma un simbolo del suo sangue. In conclusione, il vino nel calice rappresenta sia il Nuovo Patto che il sangue di Cristo.Paolo dice ai Corinzi: 'Il calice della benedizione che noi benediciamo, non è egli la comunione col sangue di Cristo? Il pane che noi rompiamo, non è egli la comunione col corpo di Cristo?' (1 Cor. 10:16); quindi noi, quando beviamo il calice del Signore abbiamo comunione col sangue di Cristo, e quando mangiamo il pane abbiamo comunione col corpo di Cristo. Questo esclude che il vino ed il pane possano essere il vero sangue di Cristo ed il vero corpo di Cristo, come dicono i teologi cattolici romani. Questo lo si può dedurre anche dal paragone che più avanti fa l'apostolo. Paolo dice: 'Guardate l'Israele secondo la carne; quelli che mangiano i sacrificî non hanno essi comunione con l'altare?' (1 Cor. 10:18); il che significa che gli Israeliti mangiando i sacrifici offerti sull'altare avevano comunione con l'altare che era santissimo. Ma non per questo affermiamo che i sacrifici che essi mangiavano erano l'altare, perché questo sarebbe assurdo. Quindi anche nel caso del pane e del vino che sono gli elementi che vengono benedetti alla cena del Signore, non si può affermare che a motivo del fatto che coloro che li ingeriscono hanno comunione con il corpo ed il sangue di Cristo essi siano veramente e sostanzialmente la carne ed il sangue di Cristo. Essi quando vengono benedetti non mutano sostanza, ma rimangono tali e quali erano prima che fossero benedetti, e coloro che li assimilano si mettono in comunione col corpo di Cristo. Ma ditemi: Se quegli elementi cambiassero sostanza e diventassero il vero corpo e sangue di Cristo come potrebbero continuare ad essere ancora soggetti alla decomposizione? Come potrebbe il pane ancora ammuffirsi e fare i vermi, e il vino diventare aceto?Pietro disse che il cielo deve tenere accolto Gesù 'fino ai tempi della restaurazione di tutte le cose' (Atti 3:21); quindi Cristo è in cielo. Ma il prete pretende con la messa di farlo scendere dal cielo nell'ostia; questa è follia!Gesù disse ai suoi: 'I poveri li avete sempre con voi; ma me non mi avete sempre' (Matt. 26:11); quindi è irragionevole che Cristo sia presente corporalmente nell'ostia consacrata perché questo significherebbe che Cristo sarebbe sempre corporalmente con noi. A conferma del fatto che Cristo non può essere sostanzialmente, realmente e corporalmente nel pane che si spezza alla cena del Signore citiamo le parole di Paolo che disse ai Corinzi: 'Sappiamo che mentre abitiamo nel corpo, siamo assenti dal Signore' (2 Cor. 5:6), e quelle che disse ai Filippesi: 'Ho il desiderio di partire e d'esser con Cristo' (Fil. 1:23). Quindi pure Paolo quando mangiava il pane e beveva del calice del Signore sapeva di essere assente dal Signore, e che il Signore era assente corporalmente; infatti lui desiderava di dipartirsi dal corpo per andare con Cristo in cielo. I teologi cattolici invece insegnano che quel medesimo Gesù che è ora glorioso in cielo che nacque da Maria e che morì sulla croce è nell'eucarestia, e difatti asseriscono che in essa 'vi è Gesù in persona'. E così fanno credere alle persone che Gesù si trova corporalmente nell'ostia conservata nel tabernacolo del loro luogo di culto, e le invitano ad andarlo a visitare infatti così si esprime il Perardi: 'Visitate spesso Gesù nell'Eucarestia' (Giuseppe Perardi, op. cit., pag. 489). Ecco quali menzogne ha partorito la dottrina della transustanziazione! e la gente ci crede.Gesù ha detto: 'Dovunque due o tre son raunati nel nome mio, quivi son io in mezzo a loro' (Matt. 18:20), ed ancora: 'Io sono con voi tutti i giorni, sino alla fine dell'età presente' (Matt. 28:20). Quindi Gesù Cristo è in mezzo ai credenti e coi credenti dovunque essi si riuniscono nel suo nome ed anche quando non sono riuniti per rompere il pane per annunziare la sua morte. Queste parole di Gesù annullano la presuntuosa dottrina dei teologi papisti perché ci fanno comprendere quanto falsa essa sia e quanto inutile sia credere alla dottrina della transustanziazione e alle dottrine ad essa collegate, infatti vi domando: 'Se Gesù è sempre e dovunque con noi che bisogno c'é di credere nella transustanziazione?' Che bisogno c'é di credere che Gesù si trovi in persona nel pane della comunione? Può forse il pane consolarci come fa il Consolatore mandato da Cristo? Può forse il pane essere sempre vicino a noi? Che assistenza può darci il pane che noi rompiamo? Eppure, sembrerà incredibile questo, ai Cattolici l'ostia del prete viene fatta passare per Gesù stesso!Il fatto che Gesù quando istituì la santa cena disse del pane: 'Questo è il mio corpo', e del vino: 'Questo è il mio sangue' non deve trarre in inganno nessuno. Il verbo essere in questo caso vuole dire 'significa' o 'rappresenta' il mio corpo e il mio sangue. Abbiamo alcuni esempi nella Scrittura che confermano ciò: Quando Daniele interpretò al re il sogno che lui aveva fatto gli disse: 'La testa d'oro sei tu..' (Dan. 2:38), intendendo con questo che la testa d'oro di quella statua rappresentava il regno di Babilonia che era nelle mani di Nebucadnetsar. Quando Giuseppe interpretò i sogni al coppiere e al panettiere di Faraone disse loro: 'I tre tralci sono tre giorni... I tre canestri sono tre giorni' (Gen. 40:12,18); anche in questo caso quel 'sono' sta per 'significano'. Il pane e il vino quindi quantunque siano chiamati il corpo ed il sangue di Cristo simboleggiano il corpo ed il sangue di Cristo, e perciò sono solo dei simboli. Questo comunque non deve portare nessuno a sprezzare questi simboli, perché chi li sprezza viene giudicato da Dio secondo che é scritto nella epistola di Paolo ai Corinzi: 'Chiunque mangerà il pane o berrà del calice del Signore indegnamente, sarà colpevole verso il corpo ed il sangue del Signore' (1 Cor. 11:27). Mangiare del pane e bere del calice indegnamente significa non discernere in quegli elementi il corpo ed il sangue del Signore secondo che é scritto: 'Chi mangia e beve, mangia e beve un giudicio su se stesso, se non discerne il corpo del Signore' (1 Cor. 11:29).
    Per concludere diciamo quindi che la transustanziazione è una delle tante menzogne presenti nella chiesa cattolica romana che i teologi cattolici romani cercano di fare apparire vera interpretando a loro capriccio le Scritture.

Spiegazione delle parole di Gesù: 'Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha vita eterna'

Ora, queste parole del Signore devono essere intese spiritualmente e non letteralmente perché Gesù poco dopo disse pure: 'Le parole che vi ho dette, sono spirito e vita' (Giov. 6:63), quindi esse non significano che se uno prende la comunione ha la vita eterna mentre se non la prende andrà in perdizione. Le seguenti riflessioni e considerazioni, fatte servendoci di altre Scritture, confermano che le suddette parole che Gesù rivolse nella sinagoga di Capernaum hanno un significato puramente spirituale.

    Confrontando queste parole di Gesù: 'Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha vita eterna; e io lo risusciterò nell'ultimo giorno' (Giov. 6:54), con queste altre: 'Poiché questa é la volontà del Padre mio: che chiunque contempla il Figliuolo e crede in lui, abbia vita eterna; e io lo risusciterò nell'ultimo giorno' (Giov. 6:40), si intende che mangiare la carne di Gesù e bere il suo sangue significa contemplarlo e credere in lui, perciò per ricevere la vita eterna si deve credere.
    Confrontando queste parole di Gesù: 'Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me, ed io in lui' (Giov. 6:56), con queste parole di Giovanni: 'E questo é il suo comandamento: che crediamo nel nome del suo Figliuolo Gesù Cristo, e ci amiamo gli uni gli altri, com'Egli ce ne ha dato il comandamento. E chi osserva i suoi comandamenti dimora in Lui, ed Egli in esso' (1 Giov. 3:23-24) é evidente che chi mangia la carne di Gesù e beve il suo sangue é chi crede nel suo nome ed osserva i suoi comandamenti.
    Se per ricevere la vita eterna bisognasse mangiare il pane e bere il calice del Signore, la vita eterna non sarebbe più il dono di Dio, ma bensì qualcosa che la si può ricevere in cambio di una opera buona quale il mangiare la cena del Signore. In questo caso sarebbe annullata la grazia e sarebbe resa vana la promessa della vita eterna basata sulla fede. Se fosse così non ci sarebbe bisogno di esortare i peccatori a ravvedersi e a credere nel nome del Signore Gesù, perché basterebbe dargli il pane ed il vino che secondo alcuni sono veramente la carne ed il sangue di Gesù. Ma non si può accettare una simile dottrina perché non é confermata dalla Scrittura e neppure dai fatti. Quali fatti? Questi. In seno alla chiesa romana i peccatori, gli adulteri, i ladri, gli avari, gli idolatri mangiano l'ostia ed alcuni bevono anche il calice e non hanno la vita eterna in loro stessi, infatti essi dicono che non ce l'hanno. Ma non solo, essi ci accusano di presunzione perché noi diciamo di avere la vita eterna per la grazia di Dio. Nel mezzo delle chiese di Dio alcuni conduttori che non hanno abbastanza discernimento fanno prendere la cena del Signore pure a persone che non sono ancora nate di nuovo, ma esse, siccome che non si sono ancora ravvedute e non hanno ancora creduto con il loro cuore nel Vangelo, senza vita sono prima di mangiare la cena e senza vita sono dopo avere mangiato il pane e bevuto del calice del Signore; a dimostrazione questo, che il mangiare e bere questi elementi non conferisce la vita eterna a coloro che la prendono.
    Il Signore quando in quella notte disse ai suoi: 'Bevetene tutti, perché questo é il mio sangue, il sangue del patto, il quale é sparso per molti per la remissione dei peccati' (Matt. 26:28), non era ancora stato crocifisso sulla croce, e perciò ancora non aveva sparso il suo sangue, eppure chiamò il frutto della vigna il suo sangue. Di conseguenza le parole di Gesù erano spirituali. Certo, noi riconosciamo che vi sono diverse cose attorno alla cena del Signore che sono imperscrutabili e perciò incomprensibili, tra cui appunto il fatto che Gesù chiamò il frutto della vigna il suo sangue ed il pane il suo corpo, e che quando noi mangiamo del pane e beviamo del calice del Signore abbiamo comunione con il corpo ed il sangue del Signore, ma è necessario vegliare per non cadere nell'errore nel quale sono caduti i teologi cattolici romani in seguito ad arbitrarie interpretazioni scritturali.
    Gesù spesso parlò in similitudini infatti disse di lui: 'Io son la porta delle pecore... Io son la porta; se uno entra per me, sarà salvato..' (Giov. 10:7,9), e: 'Io son la via...' (Giov. 14:6); e dopo essere risorto, quando apparve a Giovanni gli disse: 'Io son la radice e la progenie di Davide, la lucente stella mattutina' (Ap. 22:16). Quindi non c'é da meravigliarsi se nei giorni della sua carne il Figlio di Dio disse: 'La mia carne é vero cibo e il mio sangue é vera bevanda' (Giov. 6:55), e: 'Se non mangiate la carne del Figliuol dell'uomo e non bevete il suo sangue, non avete la vita in voi' (Giov. 6:53). Certo, questo parlare é duro ma noi l'accettiamo, e non vogliamo essere come quei suoi discepoli che dissero: 'Questo parlare é duro; chi lo può ascoltare?' (Giov. 6:60), e rimasero scandalizzati dalle sue parole. 'Beato colui che non si sarà scandalizzato di me' (Matt. 11:6), disse Gesù, quindi non scandalizziamoci delle suddette parole del Signore perché esse sono verità, ma ricordatevi che esse sono da intendere spiritualmente secondo che disse Gesù: 'Le parole che vi ho dette, sono spirito e vita' (Giov. 6:63).

Gli effetti del mangiare il pane e del bere del calice del Signore secondo la Scrittura

Come abbiamo visto il catechismo cattolico afferma che l'eucarestia in chi la riceve degnamente opera delle cose miracolose, infatti accresce e conserva la grazia, rimette i peccati veniali e preserva dai mortali, consola e conforta e accresce la carità e la speranza della vita eterna. Era inevitabile, dobbiamo dire, che dando quell'errato significato alla cena del Signore, i teologi cattolici tirassero fuori pure tutti questi effetti straordinari. Ma che dice la Scrittura? La Scrittura non dice che la cena del Signore conserva e accresce la grazia, che rimette certi peccati e preserva da altri, e non dice neppure che dà conforto e accresce la carità e la speranza della vita eterna. Tutto quello che essa dice è che ogniqualvolta mangiamo quel pane e beviamo quel vino noi annunziamo la morte del Signore finché egli venga secondo che è scritto: 'Ogni volta che voi mangiate questo pane e bevete di questo calice, voi annunziate la morte del Signore, finch'egli venga' (1 Cor. 11:26); e che noi abbiamo comunione con il corpo ed il sangue di Cristo secondo che è scritto: 'Il calice della benedizione che noi benediciamo, non è egli la comunione col sangue di Cristo? Il pane che noi rompiamo, non è egli la comunione col corpo di Cristo?' (1 Cor. 10:16). Qualcuno dirà: Tutto qui? Sì, tutto qui. Naturalmente è superfluo dire che si prova gioia nel partecipare alla cena del Signore, appunto perché si ricorda la morte del Signore e quindi il suo grande amore verso di noi, e si ha comunione con il suo corpo ed il suo sangue.

L'adorazione dell'ostia è idolatria

La Scrittura non insegna affatto che noi dobbiamo adorare il pane che rompiamo alla cena del Signore; esso è pane e quindi non è degno di essere adorato. Gesù disse: 'Iddio é spirito; e quelli che l'adorano, bisogna che l'adorino in ispirito e verità' (Giov. 4:24). Anche Gesù è degno di essere adorato perché Dio dice: 'Tutti gli angeli di Dio l'adorino' (Ebr. 1:6) ma anche Lui va adorato in ispirito e verità come il Padre suo. Che cosa costituisce quindi l'adorazione dell'ostia? L'adorazione dell'ostia non è altro che una delle tante forme di idolatria che é presente in questa pseudochiesa e che la curia romana ordina di perpetrare a danno di milioni di anime nel mondo.

Il digiuno imposto ai comunicanti va contro la Parola di Dio

L'ordine di prendere l'eucarestia a digiuno è contrario alla Parola di Dio perché Gesù distribuì il pane e il calice ai suoi discepoli mentre essi mangiavano; difatti Marco dice: 'E mentre mangiavano, Gesù prese del pane; e fatta la benedizione, lo ruppe e lo diede loro e disse: Prendete, questo è il mio corpo. Poi, preso un calice e rese grazie, lo diede loro, e tutti ne bevvero. E disse loro: Questo è il mio sangue, il sangue del patto, il quale è sparso per molti..' (Mar. 14:22-24); e Luca afferma che Gesù distribuì ancora il calice dopo la cena dicendo: 'Parimente ancora, dopo aver cenato, dette loro il calice dicendo: Questo calice è il nuovo patto nel mio sangue, il quale è sparso per voi' (Luca 22:20). Ancora una volta constatiamo chiaramente come alla curia romana della Parola di Dio non importa proprio nulla; quello che gli importa è la tradizione e nient'altro.


L'eucarestia non è affatto la ripetizione del sacrificio di Cristo e neppure un'offerta propiziatoria che il sacerdote cattolico offre a Dio per i peccati

Ora dimostreremo mediante le Scritture che Gesù Cristo non ha affatto istituito la messa, che i preti non sono affatto dei sacerdoti ordinati da Dio e che la messa che essi offrono non è il rinnovamento del sacrificio di Cristo.

    Se come dicono loro la messa è la ripetizione del sacrificio di Cristo ed è stata istituita da Cristo, che ripetizione di quale sacrificio era l'eucarestia istituita da Cristo dato che Cristo ancora non aveva offerto se stesso sulla croce? Non è forse questa una chiara contraddizione che annulla la messa come ripetizione del sacrificio di Cristo? Certamente che lo è perché seguendo la logica dei teologi papisti Gesù affinché la cena fosse dichiarata una ripetizione del suo sacrificio, avrebbe dovuto istituirla dopo la sua morte e non prima. E' da escludersi quindi che la cena del Signore sia stata istituita da Cristo quale ripetizione del suo sacrificio perché Gesù Cristo, in quella notte, istituì la santa cena e disse ai suoi di compierla in sua memoria, quindi per ricordare il suo sacrificio che di lì a poco avrebbe compiuto una volta per sempre. Cosa che per altro i teologi non negano infatti affermano che Gesù istituì l'eucarestia anche a perpetuo ricordo della sua passione e morte; quindi non solo quale sacrificio permanente del Nuovo Testamento. Ma anche qui non possiamo non dire che si contraddicono di nuovo, perché non è ammissibile che la cena del Signore sia contemporaneamente l'annunzio della morte di Cristo e la morte stessa di Cristo. Sarebbe come dire che facendo una determinata cosa per ricordare un fatto compiuto da una persona, nello stesso tempo si ripete quel fatto compiuto da quella persona molto tempo prima!
    Gesù disse sia quando diede il pane e sia quando diede il calice ai suoi discepoli: 'Fate questo in memoria di me' (1 Cor. 11:24); e Paolo dice: 'Ogni volta che voi mangiate questo pane e bevete di questo calice, voi annunziate la morte del Signore, finch'egli venga' (1 Cor. 11:26); quindi la celebrazione della cena del Signore é la ricordanza del sacrificio espiatorio di Cristo perché con essa viene annunziata la sua morte, e non è la ripetizione del sacrificio di Cristo perché esso é stato fatto una volta per sempre e non può essere ripetuto in nessuna maniera. Per comprendere come la cena del Signore è un atto fatto per ricordare il sacrificio di Cristo e non è il rinnovamento di esso è necessario ricordarsi della Pasqua giudaica. Ora la Pasqua venne istituita da Mosè per ordine di Dio mentre il popolo d'Israele era in Egitto; in essa i Giudei dovevano immolare un agnello senza difetto, arrostirlo al fuoco e mangiarlo con pane senza lievito e con delle erbe amare; e tutto ciò ogni anno. Ma perché dovevano annualmente fare questo rito? Per ricordare il giorno in cui Dio li aveva tratti fuori dall'Egitto dopo una schiavitù secolare, infatti Dio disse: 'Quel giorno sarà per voi un giorno di ricordanza... E in quel giorno tu spiegherai la cosa al tuo figliuolo, dicendo: Si fa così, a motivo di quello che l'Eterno fece per me quand'uscii dall'Egitto' (Es. 12:14; 13:8). Ora, è chiaro che nessuno può dire che ogni qual volta i Giudei celebravano la Pasqua si rinnovava per loro la liberazione dall'Egitto perché essa era avvenuta tempo addietro in Egitto e non poteva essere in nessuna maniera rinnovata. Nella stessa maniera anche la cena del Signore fu istituita da Cristo per ordine di Dio per ricordare la sua morte, avvenuta una volta per sempre alla fine dei secoli, mediante la quale noi siamo stati liberati dalla schiavitù del peccato. Ed anche qui bisogna dire che siccome che la cena del Signore si fa in ricordanza del sacrificio di Cristo e quindi anche in ricordanza della liberazione dal peccato da noi ricevuta mediante l'offerta del suo corpo e del suo sangue, essa non può essere la ripetizione del sacrificio di Cristo e di conseguenza non può essere neppure la ripetizione della nostra liberazione.
    Cristo ha offerto se stesso una volta per sempre perché la Scrittura dice: 'Noi siamo stati santificati, mediante l'offerta del corpo di Gesù Cristo fatta una volta per sempre' (Ebr. 10:10), ed anche che egli è entrato 'nel cielo stesso, per comparire ora, al cospetto di Dio, per noi; e non per offrir se stesso più volte, come il sommo sacerdote, che entra ogni anno nel santuario con sangue non suo; ché, in questo caso, avrebbe dovuto soffrir più volte dalla fondazione del mondo; ma ora, una volta sola, alla fine de' secoli, é stato manifestato, per annullare il peccato col suo sacrificio' (Ebr. 9:24-26). La messa che fa il prete quindi é un atto di presunzione in abominio a Dio e che inganna tutti coloro che ci credono, perché il prete pretende con la messa di rinnovare il sacrificio di Cristo, mentre la Scrittura insegna che Cristo Gesù nella pienezza dei tempi ha offerto se stesso per i nostri peccati una volta per sempre. Certo, il clero romano ammette che il sacrificio della messa è un sacrificio incruento in cui Cristo non versa il suo sangue, ma questo non giustifica affatto la messa. Cristo non l'ha comandata quindi non va fatta e basta. E' un sacrificio incruento senza spargimento di sangue? Per noi non è né un sacrificio e neppure incruento; ma solo un rito in abominio a Dio. Ma dato che i teologi papisti parlano in questa maniera a riguardo della messa e dicono nello stesso tempo che essa viene offerta per placare Dio e dargli soddisfazione dei nostri peccati, e dato che la Scrittura dice che 'senza spargimento di sangue non c'è remissione' (Ebr. 9:22), noi domandiamo loro: 'Ma non vi rendete conto che vi contraddite da voi stessi? Dite: 'Nel sacrificio della Messa Gesù placa per noi l'Eterno Padre, offrendogli se stesso, affinché dopo il peccato non ci punisca come avremmo meritato (...) e offre a soddisfazione per i nostri peccati' (Giuseppe Perardi, op. cit., pag. 513), e nello stesso tempo dite che la messa è un sacrificio senza spargimento di sangue, quindi senza il potere di rimettervi i vostri peccati! E poi, ancora: 'Ma come fate a dire che la vostra messa è il sacrificio di Cristo e poi nello stesso tempo dire che non avviene nessun spargimento di sangue quando la Scrittura insegna che quando Gesù offrì se stesso a Dio vi fu lo spargimento del suo sangue? Ma è o non è un sacrificio? Quante contraddizioni si notano nelle parole dei teologi papisti anche quando parlano della messa!
    I sacerdoti che furono presi da Dio di fra gli uomini per offrire sacrifici per i peccati del popolo erano Leviti, e precisamente dell'ordine di Aaronne. Oltre a ciò il loro sacerdozio era trasmissibile, infatti quando essi morivano passava ai loro figli. Cristo Gesù invece è stato sì anche lui preso di fra gli uomini, ma egli é stato costituito Sommo Sacerdote in eterno secondo l'ordine di Melchisedec, che è un ordine superiore a quello di Aaronne perché Melchisedec è superiore ad Aaronne. Egli, quale Sommo Sacerdote dei futuri beni, dopo avere offerto se stesso per i nostri peccati è risuscitato dai morti e non muore più. Per questa ragione, a differenza del sacerdozio levitico, il suo sacerdozio non é trasmissibile secondo che é scritto: 'Quelli sono stati fatti sacerdoti in gran numero, perché per la morte erano impediti di durare; ma questi, perché dimora in eterno, ha un sacerdozio che non si trasmette' (Ebr. 7:23,24); quindi possiamo dire che Egli sia stato l'ultimo Sacerdote legittimato da Dio ad offrire un sacrificio per il popolo. Con il sacerdozio di Cristo è stato annullato il sacerdozio levitico appunto perché ora non c'é più bisogno che essi offrano sacrifici d'espiazione per gli uomini. I sacerdoti cattolici quindi sono degli impostori che però riescono a farsi passare come sacerdoti istituiti da Dio a offrire il sacrifico della messa. Come se Dio avesse rinnegato la sua Parola per compiacere a questa razza di gente che si crede pura ma non é ancora lavata dalla sua sozzura! Questi seduttori hanno abilmente mischiato il sacerdozio levitico, i sacrifici espiatori della legge e l'altare dell'Antico Patto con il sacrificio di Cristo e la cena del Signore da fare con il pane e il vino e ne hanno fatto la messa. Che dire? Bisogna riconoscere che Satana é riuscito a sedurre moltitudini di persone facendo leva sulla Parola di Dio!
    I sacrifici espiatori che i sacerdoti secondo l'ordine di Aaronne dovevano offrire erano l'ombra del perfetto ed unico sacrificio espiatorio che Cristo avrebbe offerto nella pienezza dei tempi. Quindi essi erano imperfetti e difatti é scritto: 'S'offron doni e sacrificî che non possono, quanto alla coscienza, render perfetto colui che offre il culto, poiché si tratta solo di cibi, di bevande e di varie abluzioni, insomma, di regole carnali imposte fino al tempo della riforma' (Ebr. 9:9,10), ed anche: 'La legge, avendo un'ombra dei futuri beni, non la realtà stessa delle cose, non può mai con quegli stessi sacrificî, che sono offerti continuamente, anno dopo anno, rendere perfetti quelli che s'accostano a Dio' (Ebr. 10:1), e: 'Ogni sacerdote è in piè ogni giorno ministrando e offrendo spesse volte gli stessi sacrificî che non possono mai togliere i peccati' (Ebr. 10:11).

    Ma ora che Cristo ha offerto se stesso una volta per sempre per i nostri peccati, noi non abbiamo più bisogno di qualche sacerdote che sulla terra offra un sacrificio per i nostri peccati (la messa), perché Gesù ha adempiuto ogni cosa concernente l'espiazione dei peccati morendo sulla croce. I Cattolici quindi con la loro messa dimostrano di non considerare il sacrificio di Cristo perfetto e fatto una volta per sempre per i nostri peccati. Ma anche qui bisogna dire che i teologi cattolici romani cadono in un ennesima contraddizione perché da un lato affermano che il sacrificio di Cristo è stato sufficiente per compiere l'espiazione dei peccati e dall'altro affermano che la messa dato che è una ripetizione del sacrificio di Cristo soddisfa i peccati degli uomini! Insomma è come se qualcuno vi dicesse: 'Qualcuno ha estinto i miei debiti che avevo con Tizio, perché ha pagato a Tizio tutta la somma che io gli dovevo; ma io voglio finire di pagargli tutti i miei debiti!' Giudicate da voi stessi fratelli quello che dico.
    La messa che essi dicono essere un'oblazione pura offerta a Dio è invece un profumo in abominio a Dio perché essi mediante questo loro sacrificio sull'altare pretendono di fare morire Cristo e di offrirlo a Dio per i peccati del popolo. Il teologo Perardi infatti dice: 'Il sacrificio della Messa è lo stesso sacrificio della Croce' (Giuseppe Perardi, op. cit., pag. 510). E qui c'è bisogno di dire questo: secondo il catechismo cattolico il prete quale sacerdote di Dio offre sull'altare la vittima che è Gesù, quindi il prete come sacrificatore risulta superiore alla vittima che egli offre cioè a Gesù. Inoltre il prete, secondo l'aberrante teologia papista, ha potestà sul corpo di Cristo, difatti lo prende e lo porta dove vuole, lo dà a mangiare a chi vuole, lo chiude dove vuole; ma tutto questo è inaccettabile perché rappresenta un dispregio verso Colui che è al di sopra di tutti; tutto questo è veramente esecrabile, ripugnante. O Cattolici, rientrate in voi stessi; fino a quando andrete dietro alla vanità ed alla menzogna? Investigate le Scritture!
    Sotto la grazia tutti i credenti in Cristo Gesù, cioè tutti i membri della Chiesa di Dio, sono dei sacerdoti secondo che è scritto: 'Ma voi siete una generazione eletta, un real sacerdozio..' (1 Piet. 2:9), ed ancora: 'Tu sei degno di prendere il libro e d'aprirne i suggelli, perché sei stato immolato e hai comprato a Dio, col tuo sangue, gente d'ogni tribù e lingua e popolo e nazione, e ne hai fatto per il nostro Dio un regno e de' sacerdoti; e regneranno sulla terra' (Ap. 5:9,10). E siccome sono sacerdoti devono anche loro offrire a Dio dei sacrifici come li offrivano i sacerdoti leviti, ma essi non sono costituiti da vittime di animali da offrire su qualche altare in qualche santuario terreno, ma dalla lode, dalla preghiera e dalle offerte. Le seguenti Scritture attestano ciò: 'Siete edificati qual casa spirituale, per essere un sacerdozio santo per offrire sacrificî spirituali, accettevoli a Dio per mezzo di Gesù Cristo' (1 Piet. 2:5); 'La mia preghiera stia nel tuo cospetto come l'incenso..' (Sal. 141:2), e: 'I ventiquattro anziani si prostrarono davanti all'Agnello, avendo ciascuno una cetra e delle coppe d'oro piene di profumi, che sono le preghiere dei santi' (Ap. 5:8); 'Per mezzo di lui, dunque, offriam del continuo a Dio un sacrificio di lode; cioè, il frutto di labbra confessanti il suo nome! E non dimenticate di esercitar la beneficenza e di far parte agli altri de' vostri beni; perché è di tali sacrificî che Dio si compiace' (Ebr. 13:15,16).

    Il passo di Malachia si riferisce appunto ai sacrifici spirituali che un giorno noi Gentili in Cristo Gesù avremmo offerto al nome del Signore, e non al sacrificio della messa che i sacerdoti cattolici avrebbero offerto a Dio dai quattro canti della terra!

Le messe per i morti sono funzioni vane

Abbiamo visto che i teologi papisti per confermare che sia lecito offrire la messa per coloro che sono morti e sono nel purgatorio prendono il gesto compiuto da Giuda Maccabeo che fece offrire un sacrificio per il peccato di quei Giudei caduti in battaglia. Ma noi riteniamo che questo fatto non conferma affatto la messa in favore dei defunti, ma conferma che Giuda il Maccabeo ha compiuto qualcosa di antiscritturale perché nella legge di Mosè non sta scritto da nessuna parte che Dio ordinò agli Israeliti di offrire sacrifici espiatori per i morti, ma solo per i vivi. Quindi a prescindere dal fatto che il purgatorio non esiste, e che la messa non è un sacrificio, dinanzi alla Parola di Dio crolla anche il sostegno su cui si poggia la messa per i morti.
Ma la messa, benché sia un rito inutile e sacrilego, rimane ancora in piedi nella chiesa romana con tutta la sua pompa; essa rappresenta il momento più solenne del culto cattolico romano, a cui il clero romano è molto attaccato. E i teologi papisti la difendono strenuamente facendo acrobazie esegetiche di ogni genere e discorsi vani di ogni genere che si vanno ad infrangere contro la Parola di Dio e cadono a terra. Ma perché la messa è difesa strenuamente dalla chiesa romana e rappresenta qualcosa di irrinunciabile per la chiesa romana? Perché se venisse a mancare verrebbe a mancare una delle principali miniere di denaro da cui il clero romano attinge i suoi capitali. Le messe hanno un prezzo (attenzione però, perché i Cattolici si difendono dicendo che le messe non sono in vendita; a parole questo, ma non nei fatti). Messa è sinonimo di soldi per i preti e per il papato; e nello stesso tempo rappresenta una consolazione per i Cattolici: le cose messe assieme riescono ancora dopo secoli a reggersi in piedi.

Le messe in onore dei santi sono funzione vane

Come abbiamo visto coloro che si riunirono a Trento in quel concilio con un abile gioco di parole hanno cercato di fare passare le messe che essi offrono nella realtà ai santi (prendiamo per esempio i santi apostoli Paolo e Pietro) come dei sacrifici rivolti a Dio e non ai santi, per evitare l'accusa di idolatria. Perché dico gioco di parole? Perché non si capisce affatto cosa significa offrire a Dio un sacrificio in onore di terzi. In altre parole viene di domandarsi, ma allora l'onore a chi lo rivolgono? A Dio o ai santi? Ma come fanno a dire che offrono un sacrificio in onore a Dio e nello stesso tempo in onore di creature morte da tempo che sono nel cielo con lui? Ma allora vogliono dire che onorando il padrone onorano anche i suoi servi che sono in cielo? Ma non è qualcosa di illogico tutto ciò? Eppure questo è l'insegnamento che viene rivolto a milioni di anime sparse per il mondo! O uomini che siete stati ingannati da questi precetti d'uomini privati della verità, rientrate in voi stessi e uscite da questa falsa chiesa!
La Scrittura ci insegna che noi credenti dobbiamo offrire dei sacrifici spirituali (da cui è esclusa la messa) ma questi sacrifici li dobbiamo offrire a Dio, solo a lui e non ai santi apostoli che sono in cielo. Ecco le Scritture che lo confermano: 'Io vi esorto dunque, fratelli, per le compassioni di Dio, a presentare i vostri corpi in sacrificio vivente, santo, accettevole a Dio; il che è il vostro culto spirituale' (Rom. 12:1); 'Siete edificati qual casa spirituale, per essere un sacerdozio santo per offrire sacrificî spirituali, accettevoli a Dio per mezzo di Gesù Cristo' (1 Piet. 2:5); 'Per mezzo di lui, dunque, offriam del continuo a Dio un sacrificio di lode' (Ebr. 13:15).

NOTE

[1] 'Poi, avendo preso del pane, rese grazie (verbo greco: eucharisteo) e lo ruppe....' (Luca 22:19); 'Poi, preso un calice e rese grazie (verbo greco: eucharisteo), lo diede loro...' (Matt. 26:27).

[2] Per esporre le dottrine della chiesa cattolica romana ho deciso di usare in massima parte questo manuale. E' vero che esso è ormai abbastanza vecchio ma questo è relativo perché il suo contenuto è confermato, tranne che in alcune piccole cose, dai catechismi della chiesa cattolica più recenti. I corsivi presenti nelle citazioni sono nel testo.

[3] Sacrificio istituito da Gesù Cristo stesso perché Perardi dice: 'Gesù Cristo istituì l'Eucarestia, perché fosse nella Messa il sacrificio permanente del Nuovo Testamento' (Ibid., pag. 476).

[4] Il nome messa deriva dal latino Missa (p. pass. di Mittere 'mandare') che era parte della formula di congedo con cui i sacerdoti pagani alla fine delle loro funzioni licenziavano il popolo: Ite, Missa, est che significava 'Andate, è stata mandata'.

[5] Siccome non tutti i luoghi di culto della chiesa cattolica si possono chiamare basiliche perché 'le Basiliche sono Chiese celebri anche come importanza materiale, - che dal Papa furono onorate di tale titolo' (Giuseppe Perardi, Manuale del Catechista, Padova 1962, pag. 643), e siccome che nessuno di essi si può chiamare neppure Chiesa perché la Scrittura insegna che la Chiesa è l'assemblea dei riscattati dal presente secolo malvagio e quindi un edificio non fatto di pietre, mattoni o cemento, ma un edificio spirituale che ha da servire di dimora a Dio (cfr. Ef. 2:22; Atti 12:5; Rom. 16:5) ho deciso di chiamarli semplicemente luoghi di culto e di tanto in tanto basiliche solo quando il titolo di basilica gli è riconosciuto dai Cattolici romani o mi riferisco ai luoghi di culto del periodo storico in cui venivano tutti denominati basiliche.

MA CHI ERA GESU' /1

 di Walter Peruzzi


Articolo tratto da Cattolicesimo reale 


Nella seconda metà del 2011 sono usciti vari saggi interessanti su Gesù. Fra questi il pamphlet di Paolo Flores d’Arcais, Gesù. L’invenzione del Dio cristiano (add editore, giugno 2011), in aperta polemica col Gesù di Nazaret di Joseph Ratzinger uscito poco prima; il denso volumetto dello studioso cattolico Elio Rindone, Chi è Gesù di Nazareth? Idee nuove dopo il Concilio (ilmiolibro.it), che pure rifiuta la lettura tradizionale riproposta da Benedetto XVI; Umano e politico. Biografia demistificata del Cristo (Lulu, agosto 2011), di Enrico Galavotti, ottavo di nove volumi dedicati al cristianesimo primitivo, ai Vangeli, alle lettere di Paolo e altri libri del Nuovo Testamento (1); Alla ricerca di un uomo chiamato Gesù (Tempesta editore, settembre 2011) di Roberto Renzetti, che cura l’ottimo sito “Fisica/mente”; Gesù. La storia tradita (ilmiolibro.it, novembre 2011) di Mac, punto d’arrivo di una ricerca avviata da anni (2). Ad essi vorrei aggiungere un articolo di Mario Trevisan, Una infondata vulgata che non merita di essere condivisa, “L’Ateo”, n. 6/2011, sintesi di posizioni sviluppate nel suo precedente saggio Povero Cristo, Lulu.com, 2009.

Consigliato ai cattolici
Riservandomi di tornare prossimamente sui testi degli autori non credenti, ossia quasi tutti quelli sopra citati, vorrei soffermarmi qui su quello di un cattolico, Elio Rindone, che critica l’apologetica tradizionale utilizzando le ricerche sviluppate nel Novecento da teologi protestanti e, dopo il Concilio Vaticano II, anche cattolici.
Il suo libro, chiaro, conciso e argomentato, particolarmente raccomandabile per dei lettori cattolici, afferma che i Vangeli non sono «un resoconto trasparente degli eventi storici» ma un’elaborazione e «un’interpretazione teologica» di tali eventi da parte delle prime comunità cristiane. Rindone sostiene inoltre che un evento cruciale come la resurrezione va inteso in senso simbolico e che ha un valore metaforico anche il termine «figlio di Dio» usato per Gesù, sicché oggi non è più sostenibile quanto affermato dal Concilio di Calcedonia e cioè che Cristo sia vero dio e vero uomo, seconda persona della trinità, incarnatasi e morta in croce per redimere l’umanità dal peccato originale. Per Rindone anzi, come rimarca in una recensione molto partecipe Marcello Vigli, esponente delle comunità di base, la «interpretazione tradizionale della figura di Gesù… è un travisamento del Vangelo» (3).

Uomo, non Dio

Questo conclusioni, che negano la storicità dei Vangeli e la divinità di Cristo,

sono piuttosto insolite in ambito cattolico, benché non uniche. Posizioni simili ha espresso infatti l’ex-parroco dell’Isolotto Enzo Mazzi che ancora nel marzo scorso, recensendo il Gesù di Ratzinger, scriveva: «I Vangeli non sono la storia di Gesù ma la riflessione teologica in forme narrative o rituali delle comunità cristiane del primo secolo» (4). Richiamandosi  inoltre a I detti di Gesù, ricostruzione moderna di un testo anteriore ai quattro Vangeli circolante solo oralmente, Mazzi sottolineava come tale testo fornisca una immagine diversa e più condivisibile di Gesù e del cristianesimo primitivo poiché in esso «non c’è notizia dei fatti della nascita, della morte e della resurrezione» e c’è «solo un’eco flebile del processo di mitizzazione della persona di Gesù che è appena agli inizi e che però presto sfocerà nella divinizzazione. E’ assente l’essere divino-umano, il dio incarnato che si sacrifica per redimere l’umanità peccatrice» .
Rindone tuttavia, pur attribuendo anche una valenza sociale al messaggio cristiano, ne sottolinea il valore eminentemente religioso e di «fede in Gesù». Mazzi insiste invece sul messaggio politico rivoluzionario: il «movimento messianico di impegno per la realizzazione del “Regno di Dio”… tradotto in termini moderni si potrebbe definire come movimento per un “mondo nuovo possibile”.  Il Gesù del “Proto-Vangelo” è soprattutto un “figlio dell’uomo” che alla lettera può significare “Figlio dell’umanità”, parte di un movimento storico di liberazione radicale».

Cattolici senza dogmi
Queste posizioni, certo molto minoritarie, non sono però isolate, almeno in seno a quel cattolicesimo critico rappresentato in Italia da alcuni preti, dalle comunità cristiane di base o da movimenti e riviste come “Noi siamo chiesa”, “Adista” ecc.
E neppure si tratta di un dissenso dal cattolicesimo ufficiale limitato alla questione cristologica. Esso investe una serie di dogmi e di norme morali «non negoziabili»: c’è chi nega i dogmi mariani, sostenendo che Maria non fu affatto vergine ma conobbe i piaceri del sesso (Barbero); chi, come il teologo Vito Mancuso, pur volendo i crocifissi sui muri e la religione fra i banchi di scuola, propone di abolire tre-quattro dogmi, fra cui quello del peccato originale; chi afferma che Dio non ha tempo per occuparsi di masturbazione (don Gallo), benché essa sia ancora punita dal catechismo con la pena eterna; che il papa è fallibile (Kung); che la Chiesa è un’istituzione umana (Vigli), anzi «soffoca Cristo e il cristianesimo» (don De Capitani); che l’Inferno non esiste, che non sono ispirate  da Dio le parti più orrifiche della Bibbia, che Cristo è «cibo eucaristico» solo in senso simbolico, che della sua vita ognuno fa quel che vuole e chi più ne ha più ne metta (o ne tolga).
Ora, è certo rassicurante non aver a che fare con oscurantisti clericali o progressisti bigotti come quelli di “Famiglia cristiana”, ma con cattolici che non credono a vergini partorienti e morti risorti il terzo giorno; e che sono d’accordo con noi nella difesa dello stato laico, di lavoratori e di migranti contro berlusconiani, neonazisti, leghisti, amici di Marchionne e altra gentaglia, cattolica o atea che sia.
Ma un problema sicuramente c’è.

Un cattolicesimo a due velocità?
Le poche decine di migliaia di cattolici (a essere larghi) che professano questo cattolicesimo senza dogmi non possono non sapere che papa, vescovi e preti insegnano al restante miliardo di fedeli quelle che sono (dal loro punto di vista) delle  minchiate o delle bugie. Quelle stesse che la Chiesa ha insegnato, per venti secoli, ai cattolici vissuti prima di loro. Infatti si può contorcersi quanto si vuole, virando sul simbolico,  ma Gesù o è Dio o non lo è, il papa o è infallibile o si sbaglia, Maria o è assunta in cielo o è sepolta in terra ecc.
Certo, sbaraccati i dogmi, si può ancora avere «fede in Gesù» e in un al di là di qualche genere, cioè dirsi cristiani. Ma cattolici, ossia membri di una istituzione che insegna il falso come verità di fede?!
Né può valere l’argomento che mi sono spesso sentito ripetere da questi amici e cioè che la Chiesa, con tutti i suoi errori, ha pur sempre il merito di aver conservato e trasmesso fino ad oggi la memoria di Gesù. Il libro di Rindone mostra il contrario e cioè che essa ha trasmesso e trasmette una immagine divinizzata e  falsa di Gesù, da cui solo pochi cattolici riescono con fatica a liberarsi contrastando quel che il magistero fa credere alla stragrande maggioranza dei fedeli circa un’inesistente seconda persona della trinità.
Come si può allora, e perché, convivere con la menzogna “coprendo” un’istituzione che è una fabbrica di bugie e  legittimando un cattolicesimo a due velocità (quello degli spiriti critici, libero da grossolanità dogmatiche, presentabile in società; e quello ad uso delle masse sprovvedute, che credono e praticano quanto il papa impone loro, o vivono col senso di colpa per non riuscirci fino in fondo)?

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Note
(1) Fra questi: Gli apostoli traditori. Gli sviluppi del Cristo impolitico, 2010; Cristianesimo primitivo. Dalle origini alla svolta costantiniana, 2010; Ateo e sovversivo. I lati oscuri della mistificazione cristologica, 2010; Le diatribe del Cristo. Veri e falsi problemi nei vangeli, 2010. Tutti editi da Lulu. Si veda anche Studi sul nuovo testamento nel sito “HomoLaicus” curato dall’autore (http://www.homolaicus.com/nt/vangeli/index.htm).
(2) Vedi il sito www.deiricchi.it) e i due precenti  volumi Il vero profeta, www.macrolibrarsi.it/libri/, 2006 e Giovanni Battista. La storia mai raccontata, ibidem, 2009.
(3) M. Vigli, Quando ha ancora un senso di scrivere di teologia, Cdb, http://www.cdbitalia.it/2011/12/04/.
(4) E. Mazzi, Il libro di Ratzinger, il Gesù storico e la verità della Chiesa, “il manifesto”, 13 marzo 2011.

Link articolo

venerdì 6 gennaio 2012

UN DRAGO NEL MIO GARAGE

Autore: Carl Sagan
Titolo: Il Mondo Infestato Dai Demoni
Sottotitolo: La scienza e il nuovo oscurantismo
    Capitolo 10. Un drago nel mio garage (pp. 216-239)
 
«Nel mio garage c'è un drago che sputa fuoco.» Supponiamo (sto seguendo un approccio di terapia di gruppo praticato dallo psicologo Richard Franklin) che io vi dica seriamente una cosa del genere. Senza dubbio voi vorreste verificarla, vedere il drago con i vostri occhi. Nel corso dei secoli ci sono state innumerevoli storie di draghi, ma nessuna vera prova. Che opportunità fantastica! 
«Ce lo mostri», mi dite. Vi conduco nel mio garage. Voi guardate e vedete una scala, dei barattoli vuoti, un vecchio triciclo, ma nessun drago. «Dov'è il drago?» chiedete. «Ah, è proprio qui», vi rispondo, facendo dei cenni vaghi. «Dimenticavo di dirvi che è un drago invisibile.» Voi proponete di spargere della farina sul pavimento del garage per renderne visibili le orme. «Buona idea», dico io, «ma questo è un drago che si libra in aria.» Allora proponete di usare dei sensori infrarossi per scoprire il suo fuoco invisibile. «Idea eccellente, se non fosse che il fuoco invisibile è anche privo di calore.» Voi proponete allora di dipingere il drago con della vernice spray per renderlo visibile. 
«Purtroppo, però, è un drago incorporeo e la vernice non fa presa su di lui.» E così via. A ogni prova fisica che voi proponete, io ribatto adducendo una speciale spiegazione del perché essa non funzionerà.
Ora, qual è la differenza fra un drago volante invisibile, incorporeo, che sputa un fuoco privo di calore e un drago inesistente? Che senso ha la mia asserzione dell'esistenza del drago se non esiste alcun modo per invalidarla, alcun esperimento concepibile per confutarla? Il fatto che non si possa dimostrare che la mia ipotesi è falsa non equivale certo a dimostrare che è vera. Le affermazioni che non possono essere sottoposte al test dell'esperienza, le asserzioni non «falsificabili», non hanno alcun valore di verità, per quanto possano ispirarci o stimolare il nostro senso del meraviglioso. Quello che io vi chiedo, dicendovi che nel mio garage c'è un drago, è in pratica di credermi sulla parola, in assenza di alcuna prova. 
L'unica cosa che voi avete realmente appreso dalla mia affermazione che nel mio garage c'è un drago è che c'è qualcosa di strano nella mia testa. In assenza di alcuna prova fisica, voi vi chiederete che cosa mi abbia convinto. Penserete certamente alla possibilità che io abbia fatto un sogno o abbia avuto un'allucinazione. Ma allora, perché sto prendendo tanto sul serio la mia idea? Forse ho bisogno di aiuto. Come minimo, può darsi che io abbia gravemente sottovalutato la fallibilità umana. 
 
Immaginiamo che, benché nessuno dei test dia esito positivo, voi vogliate rimanere scrupolosamente aperti a qualsiasi possibilità. Perciò non rifiutate decisamente la nozione che nel mio garage ci sia un drago che sputa fiamme, ma adottate semplicemente una posizione di attesa sospendendo il giudizio. Le prove esistenti sono fortemente contrarie all'ipotesi del drago, ma se ne emergeranno altre voi siete pronti a esaminarle e a vedere se vi convincono. Senza dubbio non sarebbe bello se io mi offendessi perché non mi credete; o se vi criticassi accusandovi di essere noiosi e privi di immaginazione, semplicemente per avere espresso il giudizio di «non dimostrato». 
Immaginiamo che il responso dell'esperienza fosse stato diverso. Il drago è invisibile, va bene, ma lascia delle impronte sulla farina. Il rivelatore nell'infrarosso segnala che esso emana calore. La vernice spray permette di vedere una cresta dentellata che danza in aria. Per quanto scettici possiate essere stati in precedenza sull'esistenza dei draghi - per non parlare dei draghi invisibili -, ora dovete riconoscere che qui c'è qualcosa e che ciò che si osserva sembra conciliarsi con un drago invisibile che sputa fuoco. 
Consideriamo ora un altro scenario. Supponiamo che a sostenere la strana idea dell'esistenza dei draghi non ci sia solo io. Supponiamo che anche vari altri vostri conoscenti - tra cui persone che non si conoscono certamente fra loro - vi dicano di avere dei draghi nei loro garage, ma che in ogni caso le prove siano terribilmente elusive. Tutti noi ammettiamo che ci dà fastidio dover credere a una convinzione tanto strana e così mal sostenuta da prove fisiche. Nessuno di noi è pazzo. Noi ci chiediamo che senso avrebbe se in tutto il mondo dei draghi invisibili fossero effettivamente nascosti nei nostri garage, con tutti noi a crederci. Io penso che non sia così. Ma se tutti quei miti antichi dell'Europa e della Cina, dopo tutto, non fossero solo dei miti... 
Meno male che adesso c'è chi dice di aver visto delle impronte nella farina. Quelle impronte, però, non si producono mai alla presenza di persone scettiche. Si presenta allora una spiegazione alternativa: a un attento esame appare chiaro che le orme potrebbero essere una contraffazione. Un altro entusiasta dei draghi si presenta con un dito bruciato e lo attribuisce a una rara manifestazione fisica del respiro infuocato del drago. Anche questa volta, però, ci sono altre possibilità. È chiaro che per scottarsi le dita non occorre esporle all'alito infuocato di un drago invisibile. Tali «prove» - per quanto importanti possano considerarle i fautori dei draghi - non sono affatto conclusive. Ancora una volta, l'unico approccio ragionevole consiste nel rifiutare provvisoriamente l'ipotesi dei draghi, nell'essere disponibili a valutare futuri dati fisici che dovessero presentarsi, e nel chiedersi per quale motivo un così gran numero di persone sobrie e sane di mente condividano la stessa strana illusione.

 

giovedì 5 gennaio 2012

FESTE DI PURIFICAZIONE

Dai Lupercalia dell’antica Roma alla Febronia di Nisibi, le feste ante litteram della Candelora e di San Valentino

di Maria Stelladoro



Per quanto riguarda la risemantizzazione cristiana di culti pagani, la ricorrenza di Febronia può essere considerata un continuum dei Lupercalia, feste catartiche nell’antica Roma pagana, come attesta il fatto che anticamente la santa era celebrata a febbraio[1]. Le fonti antiche sia quelle pagane che quelle cristiane (tra cui: Agostino, Cassio Dione, Cicerone, Dionisio d’Alicarnasso, Giovenale, Livio, Ovidio, papa Gelasio I, Plutarco, Svetonio, Valerio Massimo, Varrone e Virgilio)[2] ci informano delle festività pagane dei Lupercalia e di quelle connesse a Giunone purificata, poi soppiantata dalla Candelora che sostituisce la purificazione della Vergine Maria a quella di Giunone sempre nel mese di Febbraio. Quindi il tema della purificazione assorbe sia culti pagani che cristiani che si intersecano a vicenda prima di vedere il trionfo della cristianità.

Anticamente, ma anche oggi in alcuni calendari, la ricorrenza di Febronia ricadeva, come si diceva, il 14 febbraio. Ciò in quanto si credeva ad una mutuazione del culto della v. e m. cristiana da preesistenti festività pagane alquanto famose sia nell’antica civiltà etrusca che a Roma e che ricorrevano nel mese di Febbraio (=Februarius deriverebbe da februare, cioè purificare[3]). Infatti, il termine latino februarius è collegato a februa, che erano costituiti da panni o focacce di farro o fronde di un albero o qualunque altra cosa con cui fosse possibile aspergere il sangue delle vittime sacrificali (=panni), purificare le case (=focacce salate), adornare le tempie dei sacerdoti (=fronde)[4]. Legami della festività di Febronia si vogliono vedere anche con l’attuale festa di san Valentino, originariamente festa purificatoria di Giunone Februa, poi ribattezzata come festa di santa Febronia e differita al 25 giugno. Le feste Lupercalia erano celebrate il 14-15 febbraio per commemorare il ritrovamento dei gemelli sotto il fico del Palatino fino al 486, quando il futuro papa Gelasio le trasformò nella festa di san Valentino[5].

Non meno importanti erano le Quirinalia (=17 febbraio), ovvero le celebrazioni al dio Qurino, che altri non è che Romolo, nella sua vita dopo la morte. Al contrario del significato del suo nome (lancia) era il dio della pace e faceva parte della triade divina di Roma: Giove, Marte e Quirino[6].

A introdurre le due festività una lunghissima cerimonia[7], che iniziava con le onoranze rese alle tombe dei propri cari e con le invocazioni ai Lari[8], cui seguivano i Lupercali, in ricordo della lupa che aveva nutrito i due gemelli Romolo e Remo. Il fine di questa festa assai sfrenata era quello di propiziare la fecondità. Essa si strutturava in tre momenti: i Quirinali in onore del dio Quirino; i Fornaciari, in onore della dea del pane; ed infine i Terminali in onore del dio Termine, che proteggeva i confini del territorio romano. Duravano per tutto il mese di Febbraio i festeggiamenti per prepararsi a passare alla rifondazione dell’anno nuovo nel mese di Marzo.

Nelle calende di febbraio i Romani erano soliti illuminare l’Urbe per tutta la notte con fiaccole e candele, in onore della dea Februa, madre di Marte, dio della guerra, e invocavano il figlio per la vittoria contro i nemici.

Ma per i cristiani il mese di Febbraio era dedicato anche ad una festività purificatrice: la Candelora, cioè il rito di purificazione di Maria che, come tutte le donne ebree, dopo aver partorito Gesù, si sottopose al prescritto periodo di isolamento di quaranta giorni, per precauzioni igieniche e pratica religiosa[9].

RISEMANTIZZAZIONE[10]CRISTIANA DI CULTI PAGANI




Il culto di s. Febronia pare essere una risemantizzazione di preesistenti culti pagani. Il suo nome fu associato infatti a quello del mese di Febbraio ed etimologicamente anche ai nomi Februus, Febris, Februalia, Februare. Cosa rappresentavano questi termini in epoca pagana? Che valore assunsero in epoca cristiana? Secondo quale procedimento e con quale accezione semantica, cultuale, culturale e devozionale furono associati a Febronia? Febris sembra derivare dal dio etrusco Februus, che era il dio della morte e della purificazione. Nella mitologia romana tale divinità avrebbe assunto il nome di Febris e sarebbe stata associata alla guarigione dalla malaria. I Februalia, le festività tributate a questo numen, coincidevano con i Lupercalia, dedicati sia al dio Fauno sia alla Febris che era una divinità malefica particolarmente celebrata con i riti dei Lupercalia nel mese di Febbraio, culminanti il 14. In epoca cristiana tale data divenne in un primo momento quella dell’antica festa di santa Febronia, che poi fu spostata al 25 giugno (dies natalis della santa di Nisibi), mentre il 14 febbraio divenne la festa di san Valentino. Nell’antica Roma a Febris erano stati dedicati tre santuari: quello più antico era un tempio arcaico sul Palatino. Gli altri due erano, uno sull’Esquilino, e l’altro sulla sommità del Vicus Longus (=Tempio di Febris)[11]La festa romana dei Lupercali (=Lupercalia) si celebrava nei giorni nefasti di febbraio, considerato un mese purificatorio[12], cioè il 15 febbraio ed erano in onore del dio Fauno-Luperco (=Lupercus), in quanto protettore degli ovini e dei caprini dall’attacco dei lupi.Plutarco fornisce una puntuale descrizione dei Lupercalia[13] e informa che i Lupercalia erano celebrati nella grotta chiamata Lupercale, sul Palatino dove Romolo e Remo sarebbero cresciuti allattati dalla mitica lupa. Stando a Plutarco[14] sembra trattarsi di riti di purificazione. La festività si svolgeva il 15 febbraio perché questo mese era il culmine del periodo invernale nel quale i lupi, affamati, si avvicinavano agli ovili minacciandone le greggi. Per Dionigi di Alicarnasso[15] i Lupercalia ricordavano il miracoloso allattamento dei due gemelli Romolo e Remo da parte di una lupa che da poco aveva partorito. Per Dionisio di Alicarnasso[16]e Plutarco[17], i Lupercali potrebbero essere stati istituiti da Evandro, in ricordo di un rito arcade, che consisteva in una corsa a piedi degli abitanti del Palatino (conosciuto pure con il nome di Pallanzio, mutuato dalla città di Pallanteo nell’Arcadia), senza abiti e con le pudenda coperte dalle pelli degli animali sacrificati. Era un rito in onore di Pan Liceo, cioè del dio dei lupi.Per Ovidio[18] sotto Romolo, visto il proliferare di donne sterili, sarebbero state istituite delle processioni di uomini e donne supplici fino al bosco sacro di Giunone, ubicato ai piedi dell’Esquilino. La dea avrebbe risposto che le donne dovevano essere penetrate da un caprone sacro, la qual cosa cosa avrebbe suscitato profondo sdegno e sgomento nelle donne.

Fortunatamente un augure etrusco diede all’oracolo la corretta interpretazione: dopo avere sacrificato alla dea un sacro caprone, ne tagliò la sua pelle a strisce con le quali colpì la schiena delle donne che, finalmente, dopo dieci mesi lunari vinsero la sterilità e partorirono. Quale l’etimo del rituale dei Lupercalia? Incerta è l’etimologia delle seguenti parole Lupercalia, Luperci e Lupercus, anche se hanno in comune la stessa base, cioè lupus (=lupo). Varie sono le teorie in proposito: per un gruppo di studiosi, quali Ludwig Deubner[19], Ludwig Preller[20], Georg Wissowa[21] e pare trattarsi di un composto formato dalle parole lupus e arcere (=cacciare: da qui il senso di caccia al lupo); per un altro gruppo di studiosi, fra cui Henri Jordan[22], Theodor Mommsen[23] e Walter Otto[24], si potrebbe pensare ad un derivato sul tipo della parola latina noverca (=matrigna). Ma, in questo caso, cosa c’è nei Lupercalia che legittimi il riferimento ai lupi? Nulla pare esserci! Lo studioso Émile Benveniste[25] vede nella partizione del fonema noverca riferimenti al gr. nearós e all’arm. nor, cosa che rende impossibile il confronto con Lupercus. Per contro, lo studiodo J. S. Th. Hanssen[26] evidenzia come il termine Lupercalia sia una retroformazione dalla parola luperca, un diminutivo di lupa, con una possibile influenza del nome di famiglia Mamerci. Quale allora l’origine del fonema? Joachim Gruber[27] ne accosta l’origine ad un antico composto ipotetico *lupo-sequor, che legittima la conseguente caccia per liberarsi dell’inseguimento dei lupi. Secondo lo studioso Karl Kerényi[28] il carattere dei Luperci farebbe supporre la giustapposizione di due rappresentazioni antitetiche: da un lato quella del lupo, di origine e provenienza dall’Europa settentrionale; dall’altro lato quella del capro, di epoca successiva proveniente dall’Europa meridionale. Andreas Alföldi[29] elabora la tesi secondo la quale i Luperci sarebbero una reminiscenza del Männerbund che avrebbe fondato Roma. Invece Dumézil sostiene che i Luperci simboleggiavano gli spiriti divini della natura selvaggia subordinati a Fauno. Ciò perché nel giorno dei Lupercalia l’ordine umano, regolato dalle leggi, si interrompeva per l’irruzione, nella comunità, del caos delle origini, la cui abituale dimora era la selva. Per questa ragione, secondo Dumézil, i Lupercali avrebbero rivestito in origine anche la funzione di conferma della regalità, come sembra comprovare Cesare nel tentativo di restaurare a Roma la monarchia. Che cosa aveva fatto Cesare in relazione ai Lupercalia? Aveva istituito in suo onore un terzo gruppo di Luperci cioè i Luperci Iulii[30] e inscenò un tentativo di incoronazione durante la celebrazione dei Lupercali dell’anno 44 a.C., quando si fece offrire una corona intrecciata d’alloro da Marco Antonio che era allora uno dei Luperci. Ma per la negativa reazione del pubblico, Cesare rifiutò la corona per farla portare, come offerta votiva, nel tempio di Giove in Campidoglio[31].Come si svolgeva la festa dei Lupercalia? Era celebrata da giovani sacerdoti (i Luperci), seminudi, cinti sulle anche da una pelle di capra (ricavata da vittime sacrificate nel Lupercale), con il grasso spalmato sulle membra e con una maschera di fango sul viso. Un unico magister li dirigeva. I Luperci erano divisi in due gruppi di dodici membri ciascuno, l’uno chiamato dei Luperci Fabiani (dei Fabii), l’altro dei Luperci Quinziali (Quinctiales, dei Quinctii). Ad essi, per un breve lasso di tempo, Cesare, come si diceva, affiancò un terzo gruppo, istituito in suo onore, quello dei Luperci Iulii[32]. Plutarco informa che durante i Lupercalia, nella grotta del Lupercale si assisteva all’iniziazione di due nuovi Luperci: uno per i Luperci Fabiani e uno per i Luperci Quinziali[33]. Dopo il sacrificio delle capre[34] e, pare, anche di un cane, i due nuovi adepti venivano segnati sulla fronte intingendo il coltello sacrificale nel sangue delle capre appena sacrificate. Poi il sangue era asciugato con lana bianca intinta nel latte di capra, che doveva suscitare l’ilarità dei due iniziati. Quale l’interpretazione data a questa cerimonia? Essa veniva considerata come un atto di morte e di rinascita rituale[35], nel quale la segnatura con il sangue rappresentava la morte della condizione profana e la pulitura con il latte (nutrimento essenziale per il neonato) e la risata degli iniziati simboleggiavano la gioia della rinascita alla condizione sacerdotale. Così i due adepti ormai mondi potevano indossare le pelli delle capre sacrificate, dalle quali venivano tagliate delle strisce, le februa o amiculum Iunonis, usati come fruste. Dopo un pasto abbondante, a conclusione della cerimonia, tutti i Luperci e i due nuovi iniziati, correvano attorno al colle saltando e colpendo con queste fruste sia il suolo, al fine di alimentarne la fertilità sia chiunque incontrassero, particolarmente le donne al fine di scongiurarne la sterilità[36]. Queste ultime proprio per ottenere la fecondità inizialmente offrivano volontariamente il ventre ai colpi di frusta ma al tempo di Giovenale, tendevano invece solo le palme delle mani[37]. I Lupercalia furono una delle ultime feste romane abolite dai cristiani. Nella sua lettera del 495, che in effetti costituisce un vero e proprio trattato confutatorio, papa Gelasio I mentre informava che, nel corso del suo pontificato (fra il 492 e il 496)[38], a Roma si celebravano ancora i Lupercali, nonostante il proliferare del cristianesimo, rimproverava pure Andromaco, che allora era princeps Senatus, della partecipazione dei cristiani alla festa dei Lupercalia. Furono aboliti quell’anno, come riteneva il cardinale Cesare Baronio[39], o sopravvissero ancora? Quale il significato di tale festività in un periodo cristiano-pagano? Lo studioso William Green[40] era del parere che ne fosse andato perduto il senso religioso anche perché era ormai trascorso un secolo dalla proibizione dei culti pagani voluta legalmente da Teodosio I e che pertanto ormai avesse un carattere più che altro folklorico. Nel sec. VII d. C. venne istituita, pare in sua vece, la festa cristiana della Candelora e nel VI secolo Giustiniano ne anticipò la ricorrenza al 2 febbraio. Giacomo Boni in occasione del primo anniversario della marcia su Roma, mise in programma proprio le corse dei Lupercalia, a ricordo delle festività pagane romane[41]. La Candelora è celebrata anche nella tradizione pagana e neopagana, trattandosi proprio di una festività in sostituzione di un’altra preesistente. Dai Celti[42] era chiamata Imbolc e rappresentava il momento di transizione dall’inverno alla primavera[43] ovvero il passaggio dal momento di massimo buio e freddo a quello di risveglio della luce[44]. Nel mondo romano la dea Februa (Giunone) era celebrata alle calende di febbraio[45]. Nel neopaganesimo Imbolc è uno degli otto sabba principali strettamente connesso alla purificazione e ai riti propiziatori per la fertilità non solo della terra.

UN APPUNTO SULLA CANDELORA



Per amore di completezza ricordiamo che il termine Candelora è un fonema popolare, che deriverebbe dal latino tardo candelorum (per candelaram), cioè benedizione delle candele. È attribuito dai cristiani alla festa celebrata il 2 di febbraio in ricordo della la purificazione di Maria al tempio di Gerusalemme. Infatti, il 2 febbraio la Chiesa cattolica celebra la presentazione al Tempio di Gesù (Lc 2,22-39), conosciuta dalla pia devozione popolare come festa della Candelora, in quanto nel corso di tale solennità cristiana si è soliti brandire delle candele, simbolo di Cristo, cioè della luce venuta dal cielo attraverso il grembo di una donna per illuminare gli uomini di virtù. Tale fu la definizione data dal vecchio Simeone al bambino Gesù al momento della sua presentazione al Tempio di Gerusalemme, adempimento prescritto dalla Legge giudaica ai primogeniti maschi. La festa della Candelora è altrimenti detta anche Festa della Purificazione di Maria e in tema di purificazione segna un continuum con la preesistente festività pagana dei Lupercali collegati proprio per questo al mese di Febbraio, come abbiamo visto. Perché la Purificazione di Maria? Ciò si ricollega all’usanza ebraica, secondo la quale una donna era considerata impura per un periodo di 40 giorni dopo il parto di un figlio maschio e come tale le era imposto di recarsi al Tempio per purificarsi.

Anticamente, però, questa festa veniva celebrata il 14 febbraio, cioè 40 giorni dopo l’Epifania. Come mai? La prima testimonianza al riguardo ci è data da Egeria[46] nel cap. 26 del suo Itinerarium Egeriae. In questo contesto la denominazione di Candelora, data alla festa dalla tradizione popolare, derivava dal fatto che il rito del Lucernare, (di cui ci informa Egeria: «Si accendono tutte le lampade e i ceri, facendo così una luce grandissima», cfr. Itinerarium 24, 4), assomigliasse alle antiche fiaccolate rituali che si facevano nei Lupercali. In effetti l’accostamento più significativo tra le due festività è implicito nella comune idea della purificazione[47].

Quali le origini di tale consuetudine? Sembrano preesistenti e riscontrabili, in diverse forme ma tutte con la stessa valenza, in varie parti d’Europa. In italia, a Roma, risaliamo ai Lupercalia[48] che si celebravano alle Idi di febbraio, che, per i Romani, era l’ultimo mese dell’anno e servivano a purificarsi prima dell’avvento dell’anno nuovo e a propiziarne la fertilità. Un altro momento particolare della festa era la februatio, la purificazione della città, in cui le donne giravano per le strade con ceri e fiaccole accese, simbolo di luce. Nel Lunario Toscano del 1805 si ritrova la consuetudine della benedizione delle candele, distribuite ai fedeli. Tale funzione, celebrata di mattina, fu istituita dalla Chiesa per abolire l’usanza dei gentili, che in tale giorno brandivano per la città fiaccole accese in onore della dea Februa. Così cambiano in cristiano un rito pagano. Ricordiamo infatti che i gentili erano pagani e che la dea Februa era Giunone purificata (Iunio Februata), celebrata a Roma alle calende di febbraio. Quindi Maria era la risemantizzazione cristiana della pagana Giunone purificata. Per questo tale solennità cristiana fu fatta coincidere con la festa pagana dedicata a Giunone e ai Lupercali per poi sostituirla del tutto. La consuetudine di benedire le candele pare invece riportarci in Francia.

Quando si celebravano le Februalia? Era consuetudine celebrarle il 28 febbraio, cioè l’ultimo giorno del mese, ma già dal primo, si faceva una processione attorno alle mura della città (Amburbium), ripetuta o in caso di grave minaccia o per ringraziare gli dei di uno scampato pericolo. Queste processioni erano note anche come circumambulazioni che spesso si facevano anche in spazi angusti o anche al chiuso con oggetti propiziatori, al fine di scongiurare un pericolo. Si può altresì trovare la purificazione anche con il ricordo dei defunti, ma in maniera molto meno complessa rispetto alla nostra attuale ricorrenza del due novembre: dal 13 febbraio, per la durata di nove giorni nell’antica Roma era consuetudine adornare le stele funerarie o i sarcofagi dei defunti con ghirlande di fiori; sulle tombe si svolgevano anche delle libagioni, invece nella propria dimora si era soliti celebrare un banchetto in loro onore[49].

Quale il rituale della Candelora? Esso a Roma consisteva in una processione attraverso il Foro fino a Santa Maria Maggiore, con la benedizione dei ceri, simbolo del battesimo purificatore dal peccato originale e delle acque del Tevere. Nel corso dei secoli, poi, fu la confraternita della chiesa di Santa Maria dell’Orto, in Trastevere, ad occuparsi della Candelora. Fin dal sec. XV la mattina del 2 febbraio tutti si presentavano sulle proprie imbarcazioni per la benedizione solenne e la consegna dei ceri. Solo in caso di pericolo gli equipaggi potevano accenderli, come segno di devozione alla Madonna e come richiesta d’aiuto.

A Montevergine, in Irpinia, la festa della Candelora è celebrata per onorare la miracolosa Madonna Nera, più conosciuta dalla pia devozione popolare come mamma Schiavona, ma tale ricorrenza richiama anche moltissimi omosessuali vestiti da donna con vistosi abiti variopinti in colori assai vivaci, che cantano e ballano. Si tratta di un antichissimo rito che affonda le sue origini nei culti pagani: vuole la credenza popolare infatti che tali omossessuali, vestiti da donna, fossero figli prediletti della dea Cibele[50] e che un tempio fosse a lei dedicato proprio nei dintorni dell’attuale santuario. La leggenda assume toni raccappricianti in quanto si crede che, per raggiungere la vera unione con la dea, i giovani prima si eviravano e poi indossavano abiti femminili policromi al fine di richiamare le note cromatiche della bella stagione incipiente. Non a caso Febris (o Februo), rappresentava nell’antica Roma, la personificazione divina dei riti propiziatori di purificazione che si celebravano in febbraio, il mese dei morti: è sempre evidente l’antinomia vita-morte e il trionfo della vita sulla morte per intercessione divina. Invece nella tarda antichità si identifica Februo con il Dis Pater, cioè con il dio latino dei morti. La divinità Febris identifica le malattie febbrili. Per propiziarsi il numen e per placare le sue ire gli fu eretto un tempio sull’Esquilino, nel quale venivano sepolti gli schiavi e i cittadini meno abbienti; un altro tempio gli fu eretto nella valle del Quirinale, considerato un posto malsano.

Nel Veneto, in occasione della Candelora si festeggiavano le Marie, una festa connessa al rito dei matrimoni collettivi. E infatti è proprio una reminiscenza dei riti matrimoniali collettivi tipici delle antiche popolazioni venete, che a Padova si invocava Giunone Salvatrice (Iuno Sospita), ovvero un aspetto di Reitia, simile alla Fortuna.

In alcune località (come ad es.: Aosta, Putignano, Urbiano di Mompantero) con la Candelora si celebra il ritorno della primavera con riti in cui l’orso simboleggia le forze della natura che, come lui, dopo il letargo invernale si risvegliano.

Maria Stelladoro

VAI A RECENSIONE LIBRO SU S. FEBRONIA DI MARIA STELLADORO

Link articolo su Amedit

NOTE
[1] Per le relazioni fra la festa di Febronia e il mese di Febbraio si veda anche: www.amedit.it a cura di Giuseppe Maggiore.
[2] Agostino, De civitate Dei, ed. B. Dombart-A. Kalb, Turnhout 1955 (CCSL, 47-48); Cassio Dione, Storia Romana, ed. von Otto Veh. I-V, Zurich- München 1985-1987, spec. III, Zurich- München 1986; Cicerone, De natura deorum, III, ed. A. Stanley Pease, Cambridge 1955; Dionisio di Alicarnasso, Antichità romane, I, 79, 61 [=Antiquitatum romanorum quae supersunt, ed. C. Jacoby I-IV + Suppl.-Indices, Stuttgart, Teubner 1967. Bibliotheca Scriptorum Graecorum et Romanorum]; Gelasio I, papa, Adversus Andromachum senatorem et caeteros Romanos qui Lupercalia secundum morem pristinum colenda constituunt [Gelasio, Lettre contre les Lupercales et dix-huit messes du Sacramentaire Léonien, ed. G. Pomarès, Paris 1959 (SCh, 65); Giovenale, Satire, II, 42, ed. U. Knocke, München 1950; Plutarco, Vite parallele: Cesare, 61, ed. K. Ziegler, Zürich- München 1980; Id., Vite parallele: Romolo, edd. R. Flacelière-E. Chambry-M. Juneaux, Paris 1957 (CUF); Publio Ovidio Nasone, Fasti, II, ed. R. Schilling, Paris 1993 (CUF); Svetonio, Vita di Cesare, ed. H. Ailloud, I, Paris 1954 (CUF); Tito Livio, Storia di Roma, edd. R. Conway-C.F. Walters-S.K. Johnson-A. H. McDonald-R.M. Ogilvie, Oxford 1919-1974 (libri 1-35); Valerio Massimo, Factorum et dictorium memorabilium libri, II, ed. P. Constant, Paris 1935 (CUF); Varrone, De Lingua latina, 5, 54 ed. H. Dahlmann-G. Calboli-P. Vozza; Virgilio, Eneide, VIII, 342-344, ed. F.Formigari. I testi classici, che citeremo, rimandano alle edizioni sopra segnalate.
[3] Infatti, il mese di Febbraio era un tempo dedicato al dio Februo/Februus (=purificatore) e alla derivazione del suo femminile, Februa: due divinità piuttosto sconosciute ai più. Per questo motivo tale mese era dedicato con sacrifici espiatori a Giunone Februa sospita (=la Salvatrice), Madre Regina e februata (=purificata). Seguivano le feste Lupercalia (=15 Febbraio), dedicate ad Acca Larentia (= 23 dicembre), cioè la Lupa o Luperca di Romolo e Remo, la dea del grano e dal dio Faustolo Luperco, protettore delle greggi contro i lupi.
[4] Ecco la purificazione riportata da Ovidio, Fasti 2, 19-24, 31-32ss. nella februatio: «Gli antenati romani dissero Februae le espiazioni: e ancora molti indizi confermano tal senso della parola. I pontefici chiedono al re e al flamine le lane che nella lingua degli antichi erano dette Februae. Gli ingredienti purificatori, il farro tostato e i granelli di sale, che il littore prende nelle case prEstabilite, si dicono anch’essi februae. [...] Da ciò il nome del mese, perché i Luperci con strisce di cuoio percorrono tutta la città, e ciò considerano rito di purificazione».
[5] Holleman, Pope Gelasius I.
[6] Cioè: Jupiter-Mars-Quirinus, dove Giove era la divinità dei sacerdoti, Marte dei guerrieri e Quirino di agricoltori, commercianti e artigiani. Il 23, venivano ringraziate con corone di fiori e focacce di grano, le immobili pietre di confine dei campi (=termini), presiedute dall’antico dio Terminio (Terminus) che più tardi fu associato a Giove.
[7] Cioè i nove giorni delle feste Parentalia.
[8] Cioè gli dei che erano protettori della famiglia e della casa.
[9] Ecco l’usanza ebraica desunta dal Levitico12,2-4: «Quando una donna sarà rimasta incinta e darà alla luce un maschio, sarà immonda per sette giorni; sarà immonda come nel tempo delle sue regole. L’ottavo giorno si circonciderà il bambino. Poi essa resterà ancora trentatré giorni a purificarsi dal suo sangue; non toccherà alcuna cosa santa e non entrerà nel santuario, finché non siano compiuti i giorni della sua purificazione».
[10] Cfr. pure Stelladoro, Agata, p. 10 e n. 6.
[11] Cfr. Agostino, De Civitate Dei III, 25; Cicerone, De natura deorum, III, 63; Valerio Massimo, Factorum et dictorum memorabilium libri, II,5,6.
[12] Nelle sue Vite parallele: Vita di Romolo, 21, 4-10.
[13] Nelle sue Vite parallele: Vita di Romolo, 21, 4-10; Vita di Cesare, 61.
[14] Nelle sue Vite parallele: Vita di Romolo, 21, 4-10.
[15] Cfr. Dionisio di Alicarnaso, Antichità romane, I, 79, 6.
[16] Cfr. Dionisio di Alicarnaso, Antichità romane, I, 80, 1-3.
[17] Nelle sue Vite parallele: Vita di Romolo, 21, 4-10.
[18] Ovidio, Fasti, II, 425-452.
[19] Deubner, Lupercalia, pp. 481-508. Cfr. Carandini-Bruno, La casa; Del Ponte, La religione; Dumézil, La religione; Puech, Storia delle religioni, II: La religione romana, a cura di Raymond Bloch e Le religioni orientali nell’impero romano a cura di Robert Turcan; Quilici, Roma. Utili anche i siti: http://www.imperium-romanum.it. e blog.archeologia.com./…/scoperta-lupercale-lupercalia-roma.
[20] Preller, Römische, ed. curata da Henri Jordan. Cfr. Del Ponte, La religione; Dumézil, La religione; Quilici, Roma.
[21] Wissowa, Religion, p. 209. Cfr. Del Ponte, La religione; Dumézil, La religione; Quilici, Roma.
[22] Preller, Römische, ed. curata da Henri Jordan. Cfr. Del Ponte, La religione; Dumézil, La religione; Quilici, Roma.
[23] Mommsen, Romany, 1868. Cfr. Del Ponte, La religione; Dumézil, La religione; Quilici, Roma.
[24] Otto, Faunus, col. 2064. Cfr. Del Ponte, La religione; Dumézil, La religione; Quilici, Roma.
[25] Benveniste, Origines, I, 1935, p. 29: crede che noverca vada ripartito come *nou-er+ca-.
[26] Hanssen, Latin, pp. 98-99. Cfr. Del Ponte, La religione; Dumézil, La religione; Quilici, Roma.
[27] Gruber, Glotta 39, 1961, pp. 273-276. Cfr. Del Ponte, La religione; Dumézil, La religione; Quilici, Roma.
[28] Kerényi, Wolf, pp. 309-317 (rist. in Niobe. Zurigo, 1949, pp. 136-147). Cfr. Del Ponte, La religione; Dumézil, La religione; Quilici, Roma.
[29] Alföldi, Die trojanischen, p. 24. Cfr. Del Ponte, La religione; Dumézil, La religione; Quilici, Roma.
[30] Cfr.Svetonio, Vita di Cesare, 76; Cassio Dione. Storia romana, 44, 6, 2.  45, 30, 2.
[31] Cfr. Plutarco, Cesare, 61, 2-3. Secondo Dumézil, il gesto di Marco Antonio, che esce nudo dal gruppo dei Lupercali e balza sui rostri per incoronare Cesare, potrebbe rappresentare il revival di una scena antica ma ancora sempre viva nella memoria popolare.
[32] Quale l’Estrazione sociale dei membri di ciascun gruppo? Per lo studioso Dumézil è probabile che in origine i due gruppi fossero formati dai membri delle gentes dalle quali prendevano il nome (per l’appunto i Fabii e i Quinctii). Un indizio probante di ciò potrebbe essere, per Mommsen, il fatto che il nome Kaeso si trovi soltanto tra i membri di quelle due gentes e sarebbe collegato al februis caedere, cioè al tagliare (caedere) le strisce (februa) della pelle delle sacre capre sacrificate. Tito Livio (Storia di Roma, V, 46, 2) informa che la gens Fabia era solita celebrare un sacrificio sul colle Quirinale; continua (V, 52, 3) dicendo che Caio Fabio andò a compiere il rito della gens Fabia sul colle Quirinale. Ciò sembra un indizio probante ad alimentare la convenzione che i Luperci Fabiani fossero originari del Quirinale, mentre i Quinziali del Palatino. Contro tale ipotesi, Dumézil ritiene che i Lupercalia erano strettamente connessi soltanto al colle Palatino e non anche al Quirinale. In età repubblicana i Luperci erano scelti fra i giovani patrizi ma da Augusto in poi ne fecero parte solo i giovani dell’ordine equestre. Rüpke, La religione, p. 196. Utili al riguardo anche: Del Ponte, La religione; Dumézil, La religione. Quilici, Roma.
[33] Nelle sue Vite parallele: Vita di Romolo, 21, 4-10.
[34] Non sappiamo quante fossero né di quale genere, cioè se maschile o femminile Lo studioso Quilici è del parere che si trattasse di un capro, cfr, Quilici, Roma.
[35] Ma anche per il cristiano, il giorno della morte rappresenta il dies natalis, in quanto segna la nascita alla vita eterna, cfr. Stelladoro, Agata, p. 12 n. 12.
[36] Cosa rappresentava questa corsa attorno al colle? Lo studioso Quilici è del parere che tale corsa simboleggiasse un magico recinto invisibile nato dagli scongiuri dei primitivi pastori al fine di proteggere le loro greggi dall’attacco dei lupi e analoga funzione aveva l’offerta del capro al fine appunto di placare la fama dei lupi assalitori. È da credere che questa fosse una pratica tipica del solo Palatino? Non sembra! Infatti si pensa che in epoca preurbana fosse diffusa ovunque si praticasse l’allevamento ovino.
[37] Cfr. Giovenale, Satire, II, 142. Così venivano rappresentati sia i capri che i lupi: erano capri nel momento in cui trasmettevano, sia alla terra sia alle donne, attraverso la frusta, la fertilità dell’animale reputato sessualmente potente; erano lupi quando correvano attorno al Palatino.
[38] Cfr. Gelasio I papa: Adversus Andromachum senatorem et caeteros Romanos qui Lupercalia secundum morem pristinum colenda constituunt. Al riguardo: Holleman, Pope Gelasius I. Per la lettera del papa: Gelasio, Lettre contre les Lupercales et dix-huit messes du Sacramentaire Léonien, ed. G. Pomarès, Paris 1959 (SCh, 65).
[39] Baronio, Annales, IV-VII, p. 616.
[40] Green, The Lupercalia, pp. 60-69. Cfr. Del Ponte, La religione; Dumézil, La religione; Quilici, Roma.
[41] Tea, Giacomo Boni, II, Milano 1932, pp. 557-558.
[42] Percivaldi, I Celti.
[43] Caffarello, Dizionario.
[44] Markale, Il druidismo, trad. di Fiorillo, ed. a cura di  De Turris, p. 74.
[45] Ricordiamo che nel calendario romano i mesi seguivano il ciclo lunare. Il primo giorno di ogni mese corrispondeva al novilunio (cioè alla luna nuova) ed era chiamato calende, da qui il nome calendario.
[46] Egeria (altrimenti detta anche Eteria) fu una scrittrice romana (secc. IV-V) autrice di un Itinerarium in cui racconta il suo viaggio nei luoghi santi della cristianità. Alcuni studiosi amano identificarla con Silvia, originaria della Gallia, parente del ministro dell’imperatore Teodosio I, Flavio Rufino. Altri studiosi credono che sia invece la stessa pellegrina Egeria, menzionata in una lettera da Valerio, un monaco dell’Alto Medioevo. Egeria avrebbe dunque scritto le proprie osservazioni in una lettera, nota con il nome Itinerarium Egeriae, o anche Peregrinatio Aetheriae, cioè Pellegrinaggio di Eteria o anche Peregrinatio ad Loca Sancta, ossia Pellegrinaggio in luoghi santi. Dell’opera itineraria, acefala e mutila, è rimasta solo la parte centrale, copiata nel Codex Aretinus, scritto a Montecassino nel sec. XI. Il codice fu rinvenuto nel 1884 da Gian Francesco Gamurrini, che scoprì il manoscritto in una biblioteca monastica di Arezzo. Cfr. Arce (a cura di), Itinerario; Giannarelli (a cura di), Diario; Journal; Natalucci (a cura di), Pellegrinaggio; Siniscalco-Scarampi (a cura di), Pellegrinaggio.
[47] Cfr. Levitico 12,2-4 (usanza ebraica); Ovidio, Fasti, 2, 19-24 e 31-32 ss. (usanza romana della februatio).
[48] Cfr. Del Ponte, La religione; Dumézil, La religione; Quilici, Roma.
[49] Cfr. Del Ponte, La religione; Dumézil, La religione; Quilici, Roma.
[50] Figlia di Urano e Gea, moglie di Saturno (per i Greci Crono) è una divinità asiatica (Lidia, Frigia), della natura selvaggia e montuosa (Magna Mater) identificata dai Greci con Rea. Si muoveva su un carro, trainato da leoni e pantere e con il seguito dei coribanti. Nella mitologia cretese Rea era una divinità femminile simbolo della terra madre. Invece per Esiodo Rea era la moglie di Crono, chi aveva dato sei figli: Ade, Demetra, Era, Estia, Poseidone e Zeus. Per quEsto, cioè per avere generato le più importanti divinità dell’Olimpo, fu dettala Grande Madre degli dei e i suoi sacerdoti, detti Cureti o Coribandi, avevano allevato Zeus nell’isola di Creta, coprendone i vagiti con i suoi cembali, perché non lo udisse il padre Saturno e non lo divorasse come gli altri figli.

martedì 3 gennaio 2012

QUALCHE STORIA MACABRA DI SESSO

Senza eccezioni a tutti è ben nota la storia del Borgia, sia pure a grandi linee, che viene considerato come l'unica mela bacata del gruppo. Ma così non sembra essere.

I "Conti" (di Tuscolo), famiglia dei colli albani, discendenti di Alberico di Tuscolo, che diedero al papato ben sette papi (tra papi ed antipapi), contribuirono piacevolmente a trasformare la città eterna nella "Roma Deplorabilis" , contro la quale si scagliò Lutero.

Se si esamina la lista dei papi dopo l'880 si scopre quanto segue: nei seguenti centocinquant'anni si succedettero 35 papi, regnanti circa quattro anni ciascuno. Anche nelle epoche precedenti esiste, più o meno, lo stesso ritmo e viene spiegato con il fatto che i papi erano normalmente scelti perché vecchi e/o infermi. Ma nel nono e decimo secolo molti dei papi eletti erano sulla trentina, molti erano ventenni. Qualcuno di essi durò due settimane, qualcuno un mese o tre mesi. Sei di essi vennero detronizzati ed un buon numero assassinati. Risulta quasi impossibile stabilire con precisione il reale numero dei papi o degli antipapi, anche perché non erano ben chiari i meccanismi "legali" di nomina o di scelta.

Quando un papa spariva nessuno poteva essere certo di cosa gli era successo. Poteva essere dappertutto e poteva essergli capitata qualsiasi cosa: assassinato, in un bordello, percosso e menomato come Stefano VIII, cui nel 930 tagliarono orecchie e naso, e che non mostrò più in pubblico la sua faccia. Poteva essere scappato con l'intero tesoro di S.Pietro, come Benedetto V nel 964, fuggito a Costantinopoli dopo aver disonorato una ragazzina e riapparso, dopo aver sperperato tutto, alcuni anni dopo provocando ulteriori tumulti.
Papa Benedetto V


Lo storico Gerberto definì allora Benedetto "il più iniquo di tutti i mostri di empietà", ma il suo giudizio era quantomeno prematuro perché,subito dopo, il Pontefice venne sgozzato, probabilmente da un marito geloso. Il suo cadavere, accoltellato decine di volte, venne trascinato a lungo per le strade prima di essere sbattuto in una fogna.



Un papa, Stefano VI, era completamente matto. Esumò un suo predecessore corso, Papa Formoso (891-6) ben oltre nove mesi dopo la morte ed in quello che venne chiamato Il "Sinodo Cadaverico" vestì il putrefatto e puzzolente cadavere di Formoso in abiti papali, lo sistemò sul trono e lo interrogò personalmente. L'accusa era di essere diventato papa senza averne il diritto; per la precisione, dato che era vescovo di un altra località non avrebbe potuto essere eletto in Roma. Secondo Stefano la cosa aveva invalidato tutti i suoi atti da pontefice e quindi anche le ordinazioni canoniche.
 Giudicato colpevole il cadavere venne condannato come "antipapa", venne spogliato, subì l'amputazione di due dita (quelle con le quali impartiva la sua falsa benedizione) e buttato nel Tevere. La carcassa venne in seguito recuperata da alcuni ammiratori e/o seguaci che gli diedero una quieta sepoltura. Molto dopo il cadavere fu riportato nella sua tomba in San Pietro. Il pazzo Stefano morì strangolato, ma non si bene da chi.

I Papi uccisero e vennero uccisi, storpiarono e furono storpiati. Condussero vite che non avevano nulla in comune, almeno per quello che ci viene insegnato adesso, con il vecchio ed il nuovo testamento. Sembrano essere stati più che altro una specie particolare di hooligans.

Proprio in quest'epoca vive ed opera Marozia dei Teofilatti, figlia di Teodora, l'amante di Papa Giovanni X (914-29), con il quale ebbe anche un'altra figlia. Queste due donne (Marozia e Teodora) in meno di dieci anni crearono e disttrussero a piacere almeno otto papi.

Gibbons suggerisce che da loro sia nata la leggenda della Papessa Giovanna, nella quale si credette per secoli, fino alla Riforma, e che racconta come essa sia morta in completo abito pontificale, dando alla luce un figlio, sulla strada che va dal Colosseo alla chiesa di San Clemente.

Voci popolari sostenevano che la sedia papale con un buco sul sedile servisse per permettere un esame ginecologico al fine di impedire che un'altra papessa salisse sul trono papale. I controlli erano accompagnati da preghiere latine. Di fatto questi rituali risultano integralmente descritti i diversi documenti medioevali.

D'altronde non era necessario essere cardinale o prete per diventare papa. Adriano V, un buon papa, non era mai stato ordinato vescovo o prete.

Ma torniamo a Marozia, origine probabile della leggenda della Papessa Giovanna. La sua entrata nella storia la fa unendosi con Sergio III (904-11), che aveva fatto fuori sia Leone V (papa per un mesetto) sia il suo usurpatore, il Cardinal Cristoforo.

Sergio III aveva cominciato la sua carriera pontificale riesumando anche lui papa Formoso, allora morto da appena dieci anni, e condannandolo per eresia , come il già citato Stefano VI.
La differenza era che Sergio era stato direttamente "ordinato" da papa Formoso ed , a sensi di logica, avrebbe dovuto considerare anche se stesso altamente irregolare. Anche lui asportò delle dita a Formoso ed anche lui lo gettò nel Tevere, dopo averlo per buona misura decapitato. Ma Formoso doveva avere delle particolari qualità anche da morto, perché il suo cadavere senza testa venne trovato nella rete da un pescatore ed una volta ancora (la prima di due) riportato in S.Pietro.

Quando Marozia divenne la donna di Sergio aveva 15 anni e lui ne aveva 45. Da lui ebbe un figlio alla cui carriera si dedicò con passione. Bellissima figlia di un senatore di Roma, venne sedotta dal Papa nel palazzo Laterano. Sua madre Teodora, aveva già messo mano ad alcune nomine papali, portando il suo amante, orginariamente vescovo di Bologna, all'Arcivescovado di Ravenna e poi al Papato con il nome di Giovanni X. Marozia aveva allora 22 anni e suo figlio , il figlio di Sergio, era troppo giovane per avere aspirazioni. Papa Giovanni convinse, prudentemente, Marozia a sposare il conte Alberico, che in seguito rimase ucciso nel tentativo di impadronirsi del potere. Il Papa costrinse allora Marozia a prendersi cura del cadavere mutilato del marito, ma Marozia (che sulla vendetta doveva sapere quasi tutto), al momento della morte della madre Teodora (928), fece strangolare o soffocare il pontefice, levandoselo dai piedi.

Dopo due papi pupazzi, che durarono giusto il tempo voluto da Marozia, essa elevò al pontificato suo figlio con il nome di Giovanni XI.

Disporre di un figlio papa costituì una vera fortuna per Marozia, perchè da lui ricevette la dispensa necessaria per sposare il suo fratellastro, Ugo di Provenza, dopo averne fatto uccidere la moglie legale. ll matrimonio fu celebrato personalmente e con grande sfarzo dal Papa (e figlio) nella primavera del 932.
Poi tutto andò a puttane. Il secondogenito di Marozia, Alberico II° il giovane, con un colpo di mano si impadronì del potere in Roma, depose ed imprigionò il fratellastro, papa Giovanni XI, fino alla sua morte, e , cosa ancora più spiacevole, imprigionò per sicurezza anche la sua pericolosa madre nel terribile Mausoleo di Adriano (che sarebbe poi diventato il famoso Castel Sant'Angelo) .
Sessantenne e prigioniera, nel 955, Marozia venne a sapere che il suo pronipote Ottaviano, figlio di suo figlio Alberico (morto nel 954/5), era diventato papa con il nome di Giovanni XII nell'inverno del 955, inaugurando anche la moda di cambiare nome al momento dell'elezione a papa.

Giovanni XII , diventato papa a circa sedici anni, fu un papa così terrificante che si raccontava in giro lui avesse inventato peccati sino ad allora sconosciuti, compreso l'andare a letto con la propria madre e le proprie sorelle.
Papa Giovanni XII


Nel palazzo Laterano manteneva un harem perenne. Si giocava le offerte dei pellegrini ed aveva una scuderia di duemila cavalli che nutriva a mandorle e fichi conditi nel vino.

Il turismo (allora fonte di grandi guadagni e formato essenzialmente da pellegrini) subì un crollo verticale e persino le donne venivano prudentemente avvisate di non avvicinarsi al papa, che era sempre in tiro ed in cerca di carne fresca. Insomma fece scoppiare un tale casino che , temendo per la sua vita fu costretto a rifugiarsi a Tivoli.
Avvisato della faccenda Otto di Sassonia (incoronato imperatore nel 961), preoccupato per gli affari dell'impero, impose al giovanotto di ritornare subito a Roma a fare il suo dovere.
Il vescovo di Cremona, in un sinodo appositamente convocato, ci lasciò un preciso elenco delle accuse portate al papa: il papa diceva messa senza comunione; ordinava i diaconi nelle stalle; faceva pagare le nomine religiose (simonia); faceva sesso con un lungo elenco di signore, compresa l'amante di suo padre e sua nipote; aveva accecato il suo consigliere spirituale e castrato un cardinale , provocandone la morte.
Otto scrisse al papa una lettera che rappresenta, per l'epoca, una vera curiosità: Tutti quanti, religiosi e laici, accusano Voi, Santità, di omicidio, spergiuro, sacrilegio, incesto con le vostre parenti, comprese due vostre sorelle, e di aver invocato, come un pagano, Giove, Venere ed altri demoni.
 Giovanni rispose dettando una lettera (non aveva grande familiarità con le lettere) nella quale avvisava i vescovi che, se loro lo spodestavano, li avrebbe scomunicati tutti, impedendo Loro di impartire sacramenti, etc.etc., poi saltò a cavallo e se ne andò a caccia.
Ritornato Otto in Sassonia (si era stufato di attendere i comodi del pontefice, peraltro sino ad allora stabilmente richiuso a Tivoli), Papa Giovanni rientrò, con un armata fornitagli dai parenti, in Roma e si riprese il pontificato. A Roma procedette subito a far storpiare o uccidere tutti coloro che avevano contribuito al suo breve esilio.
Morì ad appena 24 anni, ucciso da un marito geloso che lo aveva colto sul fatto con sua moglie ("in flagrante delicto"). I Romani, sempre spiritosi, dissero che almeno era stato fortunato a morire in un letto, anche se si trattava del letto di qualcun altro.

Bellarmino (il cardinale) disse di lui "Fuerit fieri omnium deterrimus" (il peggiore di tutti (i papi)).



        Di Marco Capurro
        tratto da: VENTI SECOLI DI PAPATO

IL SACRO PROFANO. Miti e riti pagani risemantizzati dall’Ecclesia

di Giuseppe Maggiore

“Gesti antichi, segni ripetuti e visti ripetere, di padre in figlio, di nonno in nipote, che scaldano l’anima al fuoco di tradizioni che parlano di Dio, della Madonna e dei Santi. Una ricchezza da “proteggere, promuovere e, se necessario purificare. (…) Certo, la pietà popolare tende all’irrazionalità, talvolta forse anche all’esteriorità. Eppure, escluderla è del tutto sbagliato. Attraverso di essa, la fede è entrata nel cuore degli uomini, è diventata parte dei loro sentimenti, delle loro abitudini, del loro comune sentire e vivere. Perciò la pietà popolare è un grande patrimonio della Chiesa (…) merita il nostro amore, ed essa rende noi stessi in modo pienamente reale ‘Popolo di Dio’.”

Sono queste le espressioni di Benedetto XVI, con le quali ha ribadito l’importanza della religiosità popolare (tema assai caro nel suo magistero), rivolte l’8 aprile scorso agli esperti della Pontificia Commissione per l’America Latina. Il papa ha ricordato come “tutte quelle manifestazioni che ne derivano non potevano e non possono essere considerate “come qualcosa di secondario della vita cristiana”.



Ma quel “fuoco di tradizioni” cui il rappresentante della Chiesa Cattolica si riferisce, scaturisce realmente da una tensione verso quel Dio, quella Madonna e quei Santi cui pretenderebbe di parlare? In che misura quanto viene definito “pietà popolare” può ritenersi un patrimonio della Chiesa?

Da sempre il Cristianesimo, in particolar modo quello espresso in seno alla Chiesa Cattolica, ha dovuto fare i conti con il permanere di ataviche reminiscenze dei preesistenti culti pagani. Riti che affondano nella notte dei tempi, aventi come destinatari divinità del cielo e della terra, partorite dall’innato bisogno dell’uomo di fabbricarsi delle entità o esseri supremi attraverso i quali darsi delle spiegazioni, formularsi un’idea del mondo e, al contempo, darsi dei valori e dei modelli di riferimento. Ogni religione rappresenta un ricco crogiuolo di queste manifestazioni, in cui coesistono elementi di varia natura che, seppur evolutisi in ben elaborate codificazioni teologico-dottrinali, celano tutte un fondo di quella primordiale natura avente origine nell’uomo, nel suo essere pervaso da misteri e paure, da dubbi e incertezze circa la sua esistenza e il mondo che lo circonda. Misteri che richiedono una spiegazione, paure da esorcizzare, eventi che necessitano di una causa scatenante (o di un responsabile) convergono in un elaboratissimo sistema di credenze e di superstizioni, dando luogo a molteplici espressioni cultuali e culturali, le quali col tempo finiscono per diventare fortemente caratterizzanti della cultura di un dato paese o popolo.


Cambiano le epoche, i costumi, le abitudini e gli stili di vita, ma l’uomo, in fondo, rimane sempre uguale a se stesso, con i suoi limiti e i suoi punti irrisolti. Cambiano anche le credenze e le divinità (almeno di nome), ma l’elemento religioso (il cui ricco armamentario viene promosso dalla definizione di paganesimo a quella di pietà popolare), nella sua essenza, rimane sostanzialmente uguale a se stesso, facendo leva nei punti di sempre. La religione non si estinguerà mai, almeno fino a quando l’uomo non imparerà a camminare con i propri piedi, senza dover delegare a qualcosa o a qualcuno al di sopra di esso, il come il dove il perché del suo naturale processo vitale.

Il cristianesimo è certamente il più emblematico esempio di risemantizzazione operata sul fronte delle credenze; la sua affermazione non è sempre stata facile e pacifica. Del resto esso è giunto piuttosto tardivamente nella storia dell’uomo, dopo millenni di civiltà e, naturalmente, di religiosità. Sono stati necessari lotte, spargimenti di sangue (e non solo da parte dei cosiddetti martiri onorati dalla Chiesa), alleanze con imperatori prima e politici dopo… Alla fine ha avuto la meglio…o forse no. Sarebbe meglio forse dire che la sua vittoria si fonda su non pochi “piccoli” compromessi di varia natura. Uno tra questi è la connivenza con quei riti, usi e costumi fortemente radicati e difficili da debellare, i quali avevano si un referente sovrannaturale, divino, ma non certamente riferito al Dio della cristianità con la sua Madonna e i suoi santi. Le gerarchie cattoliche, riconoscendo tuttavia l’incomparabile capacità di quest’immenso patrimonio atto a soddisfare la pietas popolare, hanno dovuto nel tempo elaborare strategie di riformulazione e ricontestualizzazione di questi residui dell’antichità, riuscendo in più occasioni a darsi anche delle giustificazioni sul piano teologico-dottrinale che ne legittimassero la sussistenza all’interno della propria dimensione puramente liturgica. Fin dalle origini, la Chiesa ha saputo assumere e integrare di volta in volta, nella sua progressiva inculturazione, forme celebrative preesistenti dotate già di per sé di una propria struttura e solidamente radicate nelle rispettive comunità; ha assimilato processioni, rituali, rogazioni, litanie traducendoli in eventi liturgici dalla natura ibrida per contenuto e forma; è giunta persino a dogmatizzare forme devozionali che si erano sviluppate autonomamente a partire dal Medioevo e fino al secolo scorso (forme di culto eucaristico, titoli devozionali riferiti a Cristo o alla Madonna entrati a far parte del calendario liturgico, per non parlare della lunga schiera di presunti santi ecc.).


Un percorso di assimilazione che si rendeva necessario, diremo obbligato, al fine di rendere meno traumatico il passaggio dal paganesimo al cristianesimo. I territori che andava mano a mano “evangelizzando” presentavano infatti una varietà di culti e di divinità tale che difficilmente poteva essere sostituita con una religione che, almeno in origine, si proponeva una certa sobrietà ed essenzialità. Alle tante divinità più o meno importanti, si aggiungeva il mito variamente espresso della Grande Madre che difficilmente poteva essere assimilato al Dio d’Israele. In tale processo il cattolicesimo ha dovuto quindi anche staccarsi dalla rigidità monoteistica che imponeva al cristianesimo delle origini (di radice giudaica) un culto esclusivo rivolto verso quell’unico Dio: la Madonna e i Santi, riuscivano a compensare degnamente tale deficit e, seppur teoricamente ritenuti semplici modelli da imitare, non destinatari di un culto al pari di Dio, di fatto nella pratica sono oggetto di una venerazione tale da rendere il più delle volte molto labile questa distinzione.

Omnia mutantur, nihil interit (tutto muta, nulla perisce): il 25 dicembre del 274 a. C. l’imperatore Aureliano consacrava a Roma il tempio di Sol Invictus, istituendovi la festa del Dies Natalis Solis Invicti, un culto, questo, legato al solstizio d’inverno e che aveva una più antica origine in Oriente (Egitto e Siria) come ci riporta anche il vescovo Epifanio di Salamina. Sol Invictus, figlio del dio Aios e della Vergine Kore dovrà, con l’avvento del cristianesimo, cedere il giorno della sua natività a Gesù Cristo figlio della Vergine Maria. Il culto di Sol Invictus ha peraltro profonde analogie con quello del dio Mithra, nato in una grotta 14 secoli prima di Cristo, nella notte tra il 24 e 25 dicembre, e morto come Cristo all’età di 33 anni. Nelle cene di Mithra si consumavano pane e vino; l’Eucarestia cristiana appare come una raffinata riformulazione di fenomeni cannibalici, come nelle cene teofagiche di alcune tribù messicane nelle quali i prigionieri di guerra venivano mangiati perché ritenuti personificazioni del Dio, o come l’omofagia dionisiaca ed i banchetti degli esseni; già un millennio prima della venuta di Cristo, gli egiziani adoratori del dio-Sole Aton chinavano il capo all’elevazione dell’ostensorio da parte dei sacerdoti (antesignano dell’attuale ostensorio a raggiera, adottato dalla Chiesa Cattolica solo nel XV secolo ad opera di Bernardino da Siena).


Antichi culti legati alla fertilità ed al sopraggiungere della primavera venivano tributati alla divinità nordica Eostre. Gli antichi popoli di Egitto, Persia, Grecia fino a Roma in occasione delle feste di primavera mangiavano uova (simbolo di vita e di fertilità) colorate; i persiani ne facevano dono; nelle tavole dei caldei si consumavano uova dipinte e focacce calde con sopra inciso il segno della croce. Come non riconoscere in queste antiche usanze quelle tuttora in voga presso i cristiani cattolici in occasione della Pasqua?

I templi dedicati alla Vergine Iside, divinità egizia il cui culto è stato tra i più celebrati tanto in Oriente quanto in Occidente, vennero riconvertiti in santuari mariani, e le statue della bella Vergine Iside “Regina Caeli” con in braccio il figlio Horus, vennero distrutte o semplicemente trasformate in Madonne (sebbene alcune tra le più venerate effigi della Vergine Maria abbiano conservato più palesemente le sembianze della nera Iside, vedi ad es. la Madonna del Tindari in Sicilia); Iside viene spogliata anche del suo appellativo di “Regina Caeli”, che ritroviamo tra i tanti elencati nella litania della B.V. Maria. Analogamente i templi dedicati al dio Giove vennero trasformati in chiese dedicate a un santo mai esistito: San Giovenale, mentre il mito di Cadmo che uccide il drago diventa il popolarissimo e veneratissimo San Giorgio, la cui agiografia è alquanto oscura. Sono solo alcuni esempi di quella opera di “riciclo” operata da parte della Chiesa per domare e convogliare quel “fuoco di tradizioni” entro l’alveo del “proprio patrimonio”, tanto da poter affermare con il versetto biblico dell’Ecclesiaste 1,9: Nihil sub sole novum (nulla di nuovo sotto il sole). Con l’ineluttabile mutare dei tempi, la Chiesa  – in virtù del suo forte istinto di conservazione – è, di volta in volta, costretta a rivedere certe sue posizioni. Troppo spesso, poi, si è vista tacciata di politeismo e idolatria da parte di altre religioni occidentali.

In una delle quattro costituzioni emanate dal Concilio Vaticano II (1962-1965), la “Sacrosanctum Concilium” del 4 dicembre 1963, i padri conciliari hanno cercato di fornire un indirizzo d’azione sul come armonizzare tra loro liturgia e pietà popolare, affidando tale gravoso compito ai vescovi: ciascuno di questi all’interno della propria diocesi si trova a doversi confrontare con una qualche forma di residuo pagano (o pietà popolare che dir si voglia). Ciascuno ha dunque dal canto suo recepito e attuato tali istruzioni seguendo il proprio discernimento, e non sempre con successo; in taluni casi si è esercitato un vero e proprio abuso di potere al fine di estirpare quegli elementi che, pur connaturati alla cultura di un popolo, venivano ritenuti dissonanti con la corretta pastorale.


Il dettato conciliare pone la Liturgia al centro della vita cristiana, a cui ogni altra manifestazione deve necessariamente adeguarsi o soccombere. Tuttavia, la liturgia ufficiale postconciliare in molti casi non sembra aver soddisfatto a pieno le esigenze celebrative delle comunità di riferimento; nei casi in cui ha drasticamente espugnato e soppiantato quanto di genuinamente espresso dalla pietas popolare, ha spesso generato un vuoto che non rende giustizia alla ineguagliabile varietà e ricchezza espressiva di alcune celebrazioni cosiddette “extraliturgiche”, suscitando in più occasioni nei fedeli un irrefrenabile riflusso verso forme rituali dal sapore arcaico. Uno scacco che la Chiesa Cattolica sperimenta non solo nei nuovi territori di missione, come l’Africa o l’America Latina, ma anche, o forse più, nel suo Paese roccaforte, l’Italia. È qui, tra le file di quanti si professano “cattolici” praticanti e non, dal nord al sud e d’ogni ceto sociale, che sopravvivono tenacemente credenze pseudo-religiose dalla forte componente esoterico-superstiziosa; ed è qui che ci troviamo a contemplare uno scenario quanto mai intessuto da una ricca trama di tradizioni con le loro suggestive e multiformi manifestazioni. A dispetto dei tempi e dei tanti proponimenti, resiste quindi, integrata o parallela all’ortodossia cattolica, una liturgia popolare (frutto di un’evidente “anima pagana” mai sopita), che si veste d’un folklore denso di profumi, colori e sapori, di gesti rituali e consuetudini irrinunciabili.


Un paganesimo delle origini, ora vestito di pietà popolare, che a dispetto della sobrietà liturgica istituzionale, a lungo invocata, irrompe puntuale con i suoi eccessi, con le sue drammatizzazioni, i suoi costumi, i suoi idoli scolpiti e rivestiti d’oro e argento, le sue processioni, i suoi pellegrinaggi con tanto di mercimonio, gli ex-voto in cera e metalli, le reliquie-feticcio, il devozionismo tanto assetato di nuovi santi e nuovi miracoli… Se nelle regioni del Sud Italia, in Sardegna o in paesi come la Spagna tali manifestazioni suscitano il fervore di chi vi prende parte e riescono a sedurre lo sguardo di chi vi assiste, grazie al fantasmagorico spettacolo cui danno luogo (con tanto di marce, fuochi e luminarie sfarzose), è sufficiente recarsi in un qualunque santuario italiano e non (gli itinerari del turismo religioso rappresentano un vero e proprio business e proprio come le ditte di pompe funebri non temono crisi) per rendersi conto di quali e quante contaminazioni rituali si celino al loro interno. Sacro e profano, paganesimo e cristianesimo si intrecciano, si influenzano a vicenda, formano un inestricabile connubio. Certamente il risultato offre al volgo un’attrattiva maggiore rispetto alla sobrietà di una celebrazione liturgica, e in molti casi risulta anche più redditizio!

Francis Weiser in “The Easter Book” dice: “La Chiesa ha elevato il simbolismo precristiano della natura a rito cristiano sacramentale. Le usanze non cristiane hanno reso attraenti gli aspetti soprannaturali del periodo (liturgico).”.

Giuseppe Maggiore

Link articolo su Amedit

lunedì 2 gennaio 2012

IL MIO PADRE PIO (di Mario Trevisan)

Voglio divulgare questo interessante articolo dell'amico Mario Trevisan, una interessante e esemplare testimonianza del suo incontro con Padre Pio, in modo da dare una bella immagine di un altro personaggio ridicolo della cristianità, ma che continua a far abboccare molti pecoroni, grazie Mario.


Forse la cosa può non interessare alcuno, tuttavia provo a raccontarla come posso. Si dà il caso che nella mia giovinezza abbia avuto l’occasione di incontrare l’allora già famoso Padre Pio.
      Il santone aveva fama di penetrare le coscienze, di vedere dentro l’anima delle persone, insomma era considerato un chiaroveggente che stupiva creduli e scettici.
      Il cinema ha esaltato tali qualità e molte serie televisive hanno rappresentato innumerevoli e commoventi testimonianze elogiative, celebrative, agiografiche.
      Io sono rimasto affatto coinvolto non avendo trovato alcunché di straordinario nel mio incontro, anzi, a dir la verità, fu un’esperienza piuttosto deprimente.
      Non so se mi fossi proposto di testimoniare, diciamo a Porta a Porta, sarei stato accet-tato perché avrei rappresentato una voce fuori dal coro.
      Riassumo brevemente la cronistoria.
      La mia anziana sorella era stata suggestionata da una ancor più anziana amica con fervidi racconti sulle performances del santo pugliese. Per un motivo che dirò più avanti, la sorella insistette alquanto affinché l’accompagnassi a San Giovanni Rotondo, offrendomi viaggio e soggiorno gratis.
      A quel tempo (1959) io ero uno zelante giovane fresco di Azione Cattolica, dirigente Acli e gruppi giovanili d.c. e, tutto sommato, abbastanza curioso di vedere da vicino il …fenomeno.
      Essendo il tutto a costo zero, soddisfacendo al contempo il desiderio della sorella maggiore, accettai la proposta. Giunti colà, prendemmo alloggio in un alberghetto dirimpetto al convento dei cappuccini.
      Rimasi sorpreso che la sorella non prenotasse subito la confessione, adducendo una qualche indisposizione psicofisica momentanea.
      Io invece prenotai l’audizione penitenziale mettendomi in lista d’attesa, che durò quattro giorni, durante i quali partecipavo devotamente alla messa mattutina, anzi notturna, celebrando il padre alle cinque della notte o, se si vuole, del mattino.
      Durante il giorno gironzolavo per la chiesa per curiosare, non per meditare, poiché era impossibile trovare la tranquillità per un minimo di concentrazione in quel frastuono di pellegrini e gruppi femminili di vocianti corali preghiere incrociate.
     Il paese poi era tutto un bazar orientale di negozi e negozietti, chioschi e bancarelle che offrivano l’imbarazzo della scelta fra un’infinità di cianfrusaglie sacre e profane per tutti i gusti e tutte le tasche.
      Quand’ero sazio delle mie ricognizioni rientravo in albergo immergendomi nella lettura. Ho sempre avuto l’abitudine di portare con me qualche libro. Con un libro la solitudine e la noia non ci sono mai…
      Giunto alfine il grande momento, verso le ore 9.30 circa del quarto giorno fui introdotto nella sacrestia dove, in un angolo, sedeva il Padre accanto a un inginocchiatoio.
     Io ero abituato a confessarmi con sincerità, poiché altrimenti sarebbe stato inutile e sacrilego. In questa circostanza, poi, sarebbe stato impossibile mentire dal momento che il Nostro sapeva leggere nel pensiero altrui…
      Sia lodato Gesù Cristo, sempre sia lodato !
      Provai subito un senso di soggezione in quanto il confessore mi appariva piuttosto corrusco. Il dialogo fu il seguente:

Frate - da guando dembo non di gonvessi ?
Penitente - da un mese
Frate - hai berso messa ?
Penitente - no
Frate - hai bestemmiado ?
Penitente - no
Frate - di sei inguiedado ?
Penitente (a questo punto mi inceppai. Cercai rapidamente di definire
dentro di me il senso di questa domanda. Cosa voleva dire
inquietato? Essere inquieto, ossia preoccupato, turbato,
impensierito… altro non mi sopravvenne…)
- Risposi: ma, non so, forse, mah …
Frate - gome vorse, si o no ?
Penitente - ma… è un peccato questo ?
Frate - gome non è peggado !
Penitente - ma, non so…
Frate - vai, gorrèggede e dorna a gonvessardi !
Penitente - non mi dà l’assoluzione ?
Frate - no !
Penitente - perché ?
Frate - gorrèggede e dorna a gonvessardi !

      Confuso e avvilito mi alzai e uscii sfilando lungo la teoria degli altri penitenti in attesa del loro turno.
      Quando tornai in albergo, la sorella eccitata mi chiese subito: e allora com’è andata ? Le risposi asciutto: non mi ha dato l’assoluzione !
      Ah ! no ! neanche a te ? Ah, beh, allora non ci credo più ! Io pensavo di essere così indegna da non meritare misericordia, ma tu così devoto, perché mai ?
      Ecco spiegato l’arcano. Mi aveva portato laggiù come cavia per vedere se avesse trattato un…”puro” come aveva trattato lei in precedenza.
     Risposi, forse il Pio non era in giornata…
     E così ritornammo a casa in uno stato d’animo diverso; mia sorella era sollevata ed euforica perché convinta di non essere stata respinta per indegnità, bensì per calcolo astuto di promozione turistico-religiosa; io stavolta inquieto sì, e confuso.
      Da un lato non volevo pensare male, che il frate cioè usasse questi trucchi (che peraltro sentii raccontare fossero abbastanza frequenti) per indurre i creduli tremebondi a ritornare nelle lunghe liste d’attesa, con i costi connessi; dall’altro opinavo che se fosse vero che intravedeva tutto, avrebbe saputo che abitavo a più di mille Km. di distanza e tornare a confessarmi non era come andare alla parrocchia sotto casa…
      Ma ciò che mi conturbava di più era quale peccataccio fosse mai questo “inguiedado”.
      Feci un test a molti amici per sapere cosa volesse significare il vocabolo “inquieto” e tutti convennero nel dargli il significato che ne davo io. Solo molti anni dopo, per caso, durante le mie vacanze a Otranto venni a saper che i pugliesi usano il verbo “inquietarsi” e derivati per intendere: impazientirsi, stizzirsi, ma più spesso, adirarsi. Il peccato sarebbe stato l’ira, dunque; va a sapere…
      Quindi il frate veggente non seppe nemmeno capire che il suo dialetto non poteva essere compreso da un nordista ignorante quanto lui.
      Il mio confessore, al quale raccontai l’accaduto, mi disse che il santo vedeva probabilmente le cose in un senso superiore, globale, e che nell’economia della salvezza solo i santi, che godono della visione di dio, conoscono i disegni imperscrutabili della provvidenza. Noi, come al solito, dobbiamo inchinarci di fronte al mistero, avere umiltà, pregare, adorare e sperare nella misericordia di dio, anche se le sue vie ci sembrano tortuose e incomprensibili…
      Beh… andò a finire che la sponsorizzazione turistica che funzionò per mia sorella (e chissà per quanti altri) con me non andò a buon fine.
      La mia fede cominciò a vacillare e incominciai a cercare di saperne di più.
      La mia ricerca fu lunga e seria: studiai teologia sui testi canonici e su un sacco di libri con l’imprimatur, ma per onestà intellettuale e per principio metodologico esaminai anche opere di autori critici e liberi pensatori.
      Studiai e discussi anche più del dovuto per saperne abbastanza e da molti anni vivo serenamente il mio ateismo, sorridendo di quella buffa esperienza e dell’ingenuità di quegli anni verdi in cui funzionava ancora l’imprinting a senso unico ricevuto ossessivamente nell’infanzia violata.
      Padre Pio, non avrai il mio scalpo !

Mario Trevisan