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giovedì 5 gennaio 2012

FESTE DI PURIFICAZIONE

Dai Lupercalia dell’antica Roma alla Febronia di Nisibi, le feste ante litteram della Candelora e di San Valentino

di Maria Stelladoro



Per quanto riguarda la risemantizzazione cristiana di culti pagani, la ricorrenza di Febronia può essere considerata un continuum dei Lupercalia, feste catartiche nell’antica Roma pagana, come attesta il fatto che anticamente la santa era celebrata a febbraio[1]. Le fonti antiche sia quelle pagane che quelle cristiane (tra cui: Agostino, Cassio Dione, Cicerone, Dionisio d’Alicarnasso, Giovenale, Livio, Ovidio, papa Gelasio I, Plutarco, Svetonio, Valerio Massimo, Varrone e Virgilio)[2] ci informano delle festività pagane dei Lupercalia e di quelle connesse a Giunone purificata, poi soppiantata dalla Candelora che sostituisce la purificazione della Vergine Maria a quella di Giunone sempre nel mese di Febbraio. Quindi il tema della purificazione assorbe sia culti pagani che cristiani che si intersecano a vicenda prima di vedere il trionfo della cristianità.

Anticamente, ma anche oggi in alcuni calendari, la ricorrenza di Febronia ricadeva, come si diceva, il 14 febbraio. Ciò in quanto si credeva ad una mutuazione del culto della v. e m. cristiana da preesistenti festività pagane alquanto famose sia nell’antica civiltà etrusca che a Roma e che ricorrevano nel mese di Febbraio (=Februarius deriverebbe da februare, cioè purificare[3]). Infatti, il termine latino februarius è collegato a februa, che erano costituiti da panni o focacce di farro o fronde di un albero o qualunque altra cosa con cui fosse possibile aspergere il sangue delle vittime sacrificali (=panni), purificare le case (=focacce salate), adornare le tempie dei sacerdoti (=fronde)[4]. Legami della festività di Febronia si vogliono vedere anche con l’attuale festa di san Valentino, originariamente festa purificatoria di Giunone Februa, poi ribattezzata come festa di santa Febronia e differita al 25 giugno. Le feste Lupercalia erano celebrate il 14-15 febbraio per commemorare il ritrovamento dei gemelli sotto il fico del Palatino fino al 486, quando il futuro papa Gelasio le trasformò nella festa di san Valentino[5].

Non meno importanti erano le Quirinalia (=17 febbraio), ovvero le celebrazioni al dio Qurino, che altri non è che Romolo, nella sua vita dopo la morte. Al contrario del significato del suo nome (lancia) era il dio della pace e faceva parte della triade divina di Roma: Giove, Marte e Quirino[6].

A introdurre le due festività una lunghissima cerimonia[7], che iniziava con le onoranze rese alle tombe dei propri cari e con le invocazioni ai Lari[8], cui seguivano i Lupercali, in ricordo della lupa che aveva nutrito i due gemelli Romolo e Remo. Il fine di questa festa assai sfrenata era quello di propiziare la fecondità. Essa si strutturava in tre momenti: i Quirinali in onore del dio Quirino; i Fornaciari, in onore della dea del pane; ed infine i Terminali in onore del dio Termine, che proteggeva i confini del territorio romano. Duravano per tutto il mese di Febbraio i festeggiamenti per prepararsi a passare alla rifondazione dell’anno nuovo nel mese di Marzo.

Nelle calende di febbraio i Romani erano soliti illuminare l’Urbe per tutta la notte con fiaccole e candele, in onore della dea Februa, madre di Marte, dio della guerra, e invocavano il figlio per la vittoria contro i nemici.

Ma per i cristiani il mese di Febbraio era dedicato anche ad una festività purificatrice: la Candelora, cioè il rito di purificazione di Maria che, come tutte le donne ebree, dopo aver partorito Gesù, si sottopose al prescritto periodo di isolamento di quaranta giorni, per precauzioni igieniche e pratica religiosa[9].

RISEMANTIZZAZIONE[10]CRISTIANA DI CULTI PAGANI




Il culto di s. Febronia pare essere una risemantizzazione di preesistenti culti pagani. Il suo nome fu associato infatti a quello del mese di Febbraio ed etimologicamente anche ai nomi Februus, Febris, Februalia, Februare. Cosa rappresentavano questi termini in epoca pagana? Che valore assunsero in epoca cristiana? Secondo quale procedimento e con quale accezione semantica, cultuale, culturale e devozionale furono associati a Febronia? Febris sembra derivare dal dio etrusco Februus, che era il dio della morte e della purificazione. Nella mitologia romana tale divinità avrebbe assunto il nome di Febris e sarebbe stata associata alla guarigione dalla malaria. I Februalia, le festività tributate a questo numen, coincidevano con i Lupercalia, dedicati sia al dio Fauno sia alla Febris che era una divinità malefica particolarmente celebrata con i riti dei Lupercalia nel mese di Febbraio, culminanti il 14. In epoca cristiana tale data divenne in un primo momento quella dell’antica festa di santa Febronia, che poi fu spostata al 25 giugno (dies natalis della santa di Nisibi), mentre il 14 febbraio divenne la festa di san Valentino. Nell’antica Roma a Febris erano stati dedicati tre santuari: quello più antico era un tempio arcaico sul Palatino. Gli altri due erano, uno sull’Esquilino, e l’altro sulla sommità del Vicus Longus (=Tempio di Febris)[11]La festa romana dei Lupercali (=Lupercalia) si celebrava nei giorni nefasti di febbraio, considerato un mese purificatorio[12], cioè il 15 febbraio ed erano in onore del dio Fauno-Luperco (=Lupercus), in quanto protettore degli ovini e dei caprini dall’attacco dei lupi.Plutarco fornisce una puntuale descrizione dei Lupercalia[13] e informa che i Lupercalia erano celebrati nella grotta chiamata Lupercale, sul Palatino dove Romolo e Remo sarebbero cresciuti allattati dalla mitica lupa. Stando a Plutarco[14] sembra trattarsi di riti di purificazione. La festività si svolgeva il 15 febbraio perché questo mese era il culmine del periodo invernale nel quale i lupi, affamati, si avvicinavano agli ovili minacciandone le greggi. Per Dionigi di Alicarnasso[15] i Lupercalia ricordavano il miracoloso allattamento dei due gemelli Romolo e Remo da parte di una lupa che da poco aveva partorito. Per Dionisio di Alicarnasso[16]e Plutarco[17], i Lupercali potrebbero essere stati istituiti da Evandro, in ricordo di un rito arcade, che consisteva in una corsa a piedi degli abitanti del Palatino (conosciuto pure con il nome di Pallanzio, mutuato dalla città di Pallanteo nell’Arcadia), senza abiti e con le pudenda coperte dalle pelli degli animali sacrificati. Era un rito in onore di Pan Liceo, cioè del dio dei lupi.Per Ovidio[18] sotto Romolo, visto il proliferare di donne sterili, sarebbero state istituite delle processioni di uomini e donne supplici fino al bosco sacro di Giunone, ubicato ai piedi dell’Esquilino. La dea avrebbe risposto che le donne dovevano essere penetrate da un caprone sacro, la qual cosa cosa avrebbe suscitato profondo sdegno e sgomento nelle donne.

Fortunatamente un augure etrusco diede all’oracolo la corretta interpretazione: dopo avere sacrificato alla dea un sacro caprone, ne tagliò la sua pelle a strisce con le quali colpì la schiena delle donne che, finalmente, dopo dieci mesi lunari vinsero la sterilità e partorirono. Quale l’etimo del rituale dei Lupercalia? Incerta è l’etimologia delle seguenti parole Lupercalia, Luperci e Lupercus, anche se hanno in comune la stessa base, cioè lupus (=lupo). Varie sono le teorie in proposito: per un gruppo di studiosi, quali Ludwig Deubner[19], Ludwig Preller[20], Georg Wissowa[21] e pare trattarsi di un composto formato dalle parole lupus e arcere (=cacciare: da qui il senso di caccia al lupo); per un altro gruppo di studiosi, fra cui Henri Jordan[22], Theodor Mommsen[23] e Walter Otto[24], si potrebbe pensare ad un derivato sul tipo della parola latina noverca (=matrigna). Ma, in questo caso, cosa c’è nei Lupercalia che legittimi il riferimento ai lupi? Nulla pare esserci! Lo studioso Émile Benveniste[25] vede nella partizione del fonema noverca riferimenti al gr. nearós e all’arm. nor, cosa che rende impossibile il confronto con Lupercus. Per contro, lo studiodo J. S. Th. Hanssen[26] evidenzia come il termine Lupercalia sia una retroformazione dalla parola luperca, un diminutivo di lupa, con una possibile influenza del nome di famiglia Mamerci. Quale allora l’origine del fonema? Joachim Gruber[27] ne accosta l’origine ad un antico composto ipotetico *lupo-sequor, che legittima la conseguente caccia per liberarsi dell’inseguimento dei lupi. Secondo lo studioso Karl Kerényi[28] il carattere dei Luperci farebbe supporre la giustapposizione di due rappresentazioni antitetiche: da un lato quella del lupo, di origine e provenienza dall’Europa settentrionale; dall’altro lato quella del capro, di epoca successiva proveniente dall’Europa meridionale. Andreas Alföldi[29] elabora la tesi secondo la quale i Luperci sarebbero una reminiscenza del Männerbund che avrebbe fondato Roma. Invece Dumézil sostiene che i Luperci simboleggiavano gli spiriti divini della natura selvaggia subordinati a Fauno. Ciò perché nel giorno dei Lupercalia l’ordine umano, regolato dalle leggi, si interrompeva per l’irruzione, nella comunità, del caos delle origini, la cui abituale dimora era la selva. Per questa ragione, secondo Dumézil, i Lupercali avrebbero rivestito in origine anche la funzione di conferma della regalità, come sembra comprovare Cesare nel tentativo di restaurare a Roma la monarchia. Che cosa aveva fatto Cesare in relazione ai Lupercalia? Aveva istituito in suo onore un terzo gruppo di Luperci cioè i Luperci Iulii[30] e inscenò un tentativo di incoronazione durante la celebrazione dei Lupercali dell’anno 44 a.C., quando si fece offrire una corona intrecciata d’alloro da Marco Antonio che era allora uno dei Luperci. Ma per la negativa reazione del pubblico, Cesare rifiutò la corona per farla portare, come offerta votiva, nel tempio di Giove in Campidoglio[31].Come si svolgeva la festa dei Lupercalia? Era celebrata da giovani sacerdoti (i Luperci), seminudi, cinti sulle anche da una pelle di capra (ricavata da vittime sacrificate nel Lupercale), con il grasso spalmato sulle membra e con una maschera di fango sul viso. Un unico magister li dirigeva. I Luperci erano divisi in due gruppi di dodici membri ciascuno, l’uno chiamato dei Luperci Fabiani (dei Fabii), l’altro dei Luperci Quinziali (Quinctiales, dei Quinctii). Ad essi, per un breve lasso di tempo, Cesare, come si diceva, affiancò un terzo gruppo, istituito in suo onore, quello dei Luperci Iulii[32]. Plutarco informa che durante i Lupercalia, nella grotta del Lupercale si assisteva all’iniziazione di due nuovi Luperci: uno per i Luperci Fabiani e uno per i Luperci Quinziali[33]. Dopo il sacrificio delle capre[34] e, pare, anche di un cane, i due nuovi adepti venivano segnati sulla fronte intingendo il coltello sacrificale nel sangue delle capre appena sacrificate. Poi il sangue era asciugato con lana bianca intinta nel latte di capra, che doveva suscitare l’ilarità dei due iniziati. Quale l’interpretazione data a questa cerimonia? Essa veniva considerata come un atto di morte e di rinascita rituale[35], nel quale la segnatura con il sangue rappresentava la morte della condizione profana e la pulitura con il latte (nutrimento essenziale per il neonato) e la risata degli iniziati simboleggiavano la gioia della rinascita alla condizione sacerdotale. Così i due adepti ormai mondi potevano indossare le pelli delle capre sacrificate, dalle quali venivano tagliate delle strisce, le februa o amiculum Iunonis, usati come fruste. Dopo un pasto abbondante, a conclusione della cerimonia, tutti i Luperci e i due nuovi iniziati, correvano attorno al colle saltando e colpendo con queste fruste sia il suolo, al fine di alimentarne la fertilità sia chiunque incontrassero, particolarmente le donne al fine di scongiurarne la sterilità[36]. Queste ultime proprio per ottenere la fecondità inizialmente offrivano volontariamente il ventre ai colpi di frusta ma al tempo di Giovenale, tendevano invece solo le palme delle mani[37]. I Lupercalia furono una delle ultime feste romane abolite dai cristiani. Nella sua lettera del 495, che in effetti costituisce un vero e proprio trattato confutatorio, papa Gelasio I mentre informava che, nel corso del suo pontificato (fra il 492 e il 496)[38], a Roma si celebravano ancora i Lupercali, nonostante il proliferare del cristianesimo, rimproverava pure Andromaco, che allora era princeps Senatus, della partecipazione dei cristiani alla festa dei Lupercalia. Furono aboliti quell’anno, come riteneva il cardinale Cesare Baronio[39], o sopravvissero ancora? Quale il significato di tale festività in un periodo cristiano-pagano? Lo studioso William Green[40] era del parere che ne fosse andato perduto il senso religioso anche perché era ormai trascorso un secolo dalla proibizione dei culti pagani voluta legalmente da Teodosio I e che pertanto ormai avesse un carattere più che altro folklorico. Nel sec. VII d. C. venne istituita, pare in sua vece, la festa cristiana della Candelora e nel VI secolo Giustiniano ne anticipò la ricorrenza al 2 febbraio. Giacomo Boni in occasione del primo anniversario della marcia su Roma, mise in programma proprio le corse dei Lupercalia, a ricordo delle festività pagane romane[41]. La Candelora è celebrata anche nella tradizione pagana e neopagana, trattandosi proprio di una festività in sostituzione di un’altra preesistente. Dai Celti[42] era chiamata Imbolc e rappresentava il momento di transizione dall’inverno alla primavera[43] ovvero il passaggio dal momento di massimo buio e freddo a quello di risveglio della luce[44]. Nel mondo romano la dea Februa (Giunone) era celebrata alle calende di febbraio[45]. Nel neopaganesimo Imbolc è uno degli otto sabba principali strettamente connesso alla purificazione e ai riti propiziatori per la fertilità non solo della terra.

UN APPUNTO SULLA CANDELORA



Per amore di completezza ricordiamo che il termine Candelora è un fonema popolare, che deriverebbe dal latino tardo candelorum (per candelaram), cioè benedizione delle candele. È attribuito dai cristiani alla festa celebrata il 2 di febbraio in ricordo della la purificazione di Maria al tempio di Gerusalemme. Infatti, il 2 febbraio la Chiesa cattolica celebra la presentazione al Tempio di Gesù (Lc 2,22-39), conosciuta dalla pia devozione popolare come festa della Candelora, in quanto nel corso di tale solennità cristiana si è soliti brandire delle candele, simbolo di Cristo, cioè della luce venuta dal cielo attraverso il grembo di una donna per illuminare gli uomini di virtù. Tale fu la definizione data dal vecchio Simeone al bambino Gesù al momento della sua presentazione al Tempio di Gerusalemme, adempimento prescritto dalla Legge giudaica ai primogeniti maschi. La festa della Candelora è altrimenti detta anche Festa della Purificazione di Maria e in tema di purificazione segna un continuum con la preesistente festività pagana dei Lupercali collegati proprio per questo al mese di Febbraio, come abbiamo visto. Perché la Purificazione di Maria? Ciò si ricollega all’usanza ebraica, secondo la quale una donna era considerata impura per un periodo di 40 giorni dopo il parto di un figlio maschio e come tale le era imposto di recarsi al Tempio per purificarsi.

Anticamente, però, questa festa veniva celebrata il 14 febbraio, cioè 40 giorni dopo l’Epifania. Come mai? La prima testimonianza al riguardo ci è data da Egeria[46] nel cap. 26 del suo Itinerarium Egeriae. In questo contesto la denominazione di Candelora, data alla festa dalla tradizione popolare, derivava dal fatto che il rito del Lucernare, (di cui ci informa Egeria: «Si accendono tutte le lampade e i ceri, facendo così una luce grandissima», cfr. Itinerarium 24, 4), assomigliasse alle antiche fiaccolate rituali che si facevano nei Lupercali. In effetti l’accostamento più significativo tra le due festività è implicito nella comune idea della purificazione[47].

Quali le origini di tale consuetudine? Sembrano preesistenti e riscontrabili, in diverse forme ma tutte con la stessa valenza, in varie parti d’Europa. In italia, a Roma, risaliamo ai Lupercalia[48] che si celebravano alle Idi di febbraio, che, per i Romani, era l’ultimo mese dell’anno e servivano a purificarsi prima dell’avvento dell’anno nuovo e a propiziarne la fertilità. Un altro momento particolare della festa era la februatio, la purificazione della città, in cui le donne giravano per le strade con ceri e fiaccole accese, simbolo di luce. Nel Lunario Toscano del 1805 si ritrova la consuetudine della benedizione delle candele, distribuite ai fedeli. Tale funzione, celebrata di mattina, fu istituita dalla Chiesa per abolire l’usanza dei gentili, che in tale giorno brandivano per la città fiaccole accese in onore della dea Februa. Così cambiano in cristiano un rito pagano. Ricordiamo infatti che i gentili erano pagani e che la dea Februa era Giunone purificata (Iunio Februata), celebrata a Roma alle calende di febbraio. Quindi Maria era la risemantizzazione cristiana della pagana Giunone purificata. Per questo tale solennità cristiana fu fatta coincidere con la festa pagana dedicata a Giunone e ai Lupercali per poi sostituirla del tutto. La consuetudine di benedire le candele pare invece riportarci in Francia.

Quando si celebravano le Februalia? Era consuetudine celebrarle il 28 febbraio, cioè l’ultimo giorno del mese, ma già dal primo, si faceva una processione attorno alle mura della città (Amburbium), ripetuta o in caso di grave minaccia o per ringraziare gli dei di uno scampato pericolo. Queste processioni erano note anche come circumambulazioni che spesso si facevano anche in spazi angusti o anche al chiuso con oggetti propiziatori, al fine di scongiurare un pericolo. Si può altresì trovare la purificazione anche con il ricordo dei defunti, ma in maniera molto meno complessa rispetto alla nostra attuale ricorrenza del due novembre: dal 13 febbraio, per la durata di nove giorni nell’antica Roma era consuetudine adornare le stele funerarie o i sarcofagi dei defunti con ghirlande di fiori; sulle tombe si svolgevano anche delle libagioni, invece nella propria dimora si era soliti celebrare un banchetto in loro onore[49].

Quale il rituale della Candelora? Esso a Roma consisteva in una processione attraverso il Foro fino a Santa Maria Maggiore, con la benedizione dei ceri, simbolo del battesimo purificatore dal peccato originale e delle acque del Tevere. Nel corso dei secoli, poi, fu la confraternita della chiesa di Santa Maria dell’Orto, in Trastevere, ad occuparsi della Candelora. Fin dal sec. XV la mattina del 2 febbraio tutti si presentavano sulle proprie imbarcazioni per la benedizione solenne e la consegna dei ceri. Solo in caso di pericolo gli equipaggi potevano accenderli, come segno di devozione alla Madonna e come richiesta d’aiuto.

A Montevergine, in Irpinia, la festa della Candelora è celebrata per onorare la miracolosa Madonna Nera, più conosciuta dalla pia devozione popolare come mamma Schiavona, ma tale ricorrenza richiama anche moltissimi omosessuali vestiti da donna con vistosi abiti variopinti in colori assai vivaci, che cantano e ballano. Si tratta di un antichissimo rito che affonda le sue origini nei culti pagani: vuole la credenza popolare infatti che tali omossessuali, vestiti da donna, fossero figli prediletti della dea Cibele[50] e che un tempio fosse a lei dedicato proprio nei dintorni dell’attuale santuario. La leggenda assume toni raccappricianti in quanto si crede che, per raggiungere la vera unione con la dea, i giovani prima si eviravano e poi indossavano abiti femminili policromi al fine di richiamare le note cromatiche della bella stagione incipiente. Non a caso Febris (o Februo), rappresentava nell’antica Roma, la personificazione divina dei riti propiziatori di purificazione che si celebravano in febbraio, il mese dei morti: è sempre evidente l’antinomia vita-morte e il trionfo della vita sulla morte per intercessione divina. Invece nella tarda antichità si identifica Februo con il Dis Pater, cioè con il dio latino dei morti. La divinità Febris identifica le malattie febbrili. Per propiziarsi il numen e per placare le sue ire gli fu eretto un tempio sull’Esquilino, nel quale venivano sepolti gli schiavi e i cittadini meno abbienti; un altro tempio gli fu eretto nella valle del Quirinale, considerato un posto malsano.

Nel Veneto, in occasione della Candelora si festeggiavano le Marie, una festa connessa al rito dei matrimoni collettivi. E infatti è proprio una reminiscenza dei riti matrimoniali collettivi tipici delle antiche popolazioni venete, che a Padova si invocava Giunone Salvatrice (Iuno Sospita), ovvero un aspetto di Reitia, simile alla Fortuna.

In alcune località (come ad es.: Aosta, Putignano, Urbiano di Mompantero) con la Candelora si celebra il ritorno della primavera con riti in cui l’orso simboleggia le forze della natura che, come lui, dopo il letargo invernale si risvegliano.

Maria Stelladoro

VAI A RECENSIONE LIBRO SU S. FEBRONIA DI MARIA STELLADORO

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NOTE
[1] Per le relazioni fra la festa di Febronia e il mese di Febbraio si veda anche: www.amedit.it a cura di Giuseppe Maggiore.
[2] Agostino, De civitate Dei, ed. B. Dombart-A. Kalb, Turnhout 1955 (CCSL, 47-48); Cassio Dione, Storia Romana, ed. von Otto Veh. I-V, Zurich- München 1985-1987, spec. III, Zurich- München 1986; Cicerone, De natura deorum, III, ed. A. Stanley Pease, Cambridge 1955; Dionisio di Alicarnasso, Antichità romane, I, 79, 61 [=Antiquitatum romanorum quae supersunt, ed. C. Jacoby I-IV + Suppl.-Indices, Stuttgart, Teubner 1967. Bibliotheca Scriptorum Graecorum et Romanorum]; Gelasio I, papa, Adversus Andromachum senatorem et caeteros Romanos qui Lupercalia secundum morem pristinum colenda constituunt [Gelasio, Lettre contre les Lupercales et dix-huit messes du Sacramentaire Léonien, ed. G. Pomarès, Paris 1959 (SCh, 65); Giovenale, Satire, II, 42, ed. U. Knocke, München 1950; Plutarco, Vite parallele: Cesare, 61, ed. K. Ziegler, Zürich- München 1980; Id., Vite parallele: Romolo, edd. R. Flacelière-E. Chambry-M. Juneaux, Paris 1957 (CUF); Publio Ovidio Nasone, Fasti, II, ed. R. Schilling, Paris 1993 (CUF); Svetonio, Vita di Cesare, ed. H. Ailloud, I, Paris 1954 (CUF); Tito Livio, Storia di Roma, edd. R. Conway-C.F. Walters-S.K. Johnson-A. H. McDonald-R.M. Ogilvie, Oxford 1919-1974 (libri 1-35); Valerio Massimo, Factorum et dictorium memorabilium libri, II, ed. P. Constant, Paris 1935 (CUF); Varrone, De Lingua latina, 5, 54 ed. H. Dahlmann-G. Calboli-P. Vozza; Virgilio, Eneide, VIII, 342-344, ed. F.Formigari. I testi classici, che citeremo, rimandano alle edizioni sopra segnalate.
[3] Infatti, il mese di Febbraio era un tempo dedicato al dio Februo/Februus (=purificatore) e alla derivazione del suo femminile, Februa: due divinità piuttosto sconosciute ai più. Per questo motivo tale mese era dedicato con sacrifici espiatori a Giunone Februa sospita (=la Salvatrice), Madre Regina e februata (=purificata). Seguivano le feste Lupercalia (=15 Febbraio), dedicate ad Acca Larentia (= 23 dicembre), cioè la Lupa o Luperca di Romolo e Remo, la dea del grano e dal dio Faustolo Luperco, protettore delle greggi contro i lupi.
[4] Ecco la purificazione riportata da Ovidio, Fasti 2, 19-24, 31-32ss. nella februatio: «Gli antenati romani dissero Februae le espiazioni: e ancora molti indizi confermano tal senso della parola. I pontefici chiedono al re e al flamine le lane che nella lingua degli antichi erano dette Februae. Gli ingredienti purificatori, il farro tostato e i granelli di sale, che il littore prende nelle case prEstabilite, si dicono anch’essi februae. [...] Da ciò il nome del mese, perché i Luperci con strisce di cuoio percorrono tutta la città, e ciò considerano rito di purificazione».
[5] Holleman, Pope Gelasius I.
[6] Cioè: Jupiter-Mars-Quirinus, dove Giove era la divinità dei sacerdoti, Marte dei guerrieri e Quirino di agricoltori, commercianti e artigiani. Il 23, venivano ringraziate con corone di fiori e focacce di grano, le immobili pietre di confine dei campi (=termini), presiedute dall’antico dio Terminio (Terminus) che più tardi fu associato a Giove.
[7] Cioè i nove giorni delle feste Parentalia.
[8] Cioè gli dei che erano protettori della famiglia e della casa.
[9] Ecco l’usanza ebraica desunta dal Levitico12,2-4: «Quando una donna sarà rimasta incinta e darà alla luce un maschio, sarà immonda per sette giorni; sarà immonda come nel tempo delle sue regole. L’ottavo giorno si circonciderà il bambino. Poi essa resterà ancora trentatré giorni a purificarsi dal suo sangue; non toccherà alcuna cosa santa e non entrerà nel santuario, finché non siano compiuti i giorni della sua purificazione».
[10] Cfr. pure Stelladoro, Agata, p. 10 e n. 6.
[11] Cfr. Agostino, De Civitate Dei III, 25; Cicerone, De natura deorum, III, 63; Valerio Massimo, Factorum et dictorum memorabilium libri, II,5,6.
[12] Nelle sue Vite parallele: Vita di Romolo, 21, 4-10.
[13] Nelle sue Vite parallele: Vita di Romolo, 21, 4-10; Vita di Cesare, 61.
[14] Nelle sue Vite parallele: Vita di Romolo, 21, 4-10.
[15] Cfr. Dionisio di Alicarnaso, Antichità romane, I, 79, 6.
[16] Cfr. Dionisio di Alicarnaso, Antichità romane, I, 80, 1-3.
[17] Nelle sue Vite parallele: Vita di Romolo, 21, 4-10.
[18] Ovidio, Fasti, II, 425-452.
[19] Deubner, Lupercalia, pp. 481-508. Cfr. Carandini-Bruno, La casa; Del Ponte, La religione; Dumézil, La religione; Puech, Storia delle religioni, II: La religione romana, a cura di Raymond Bloch e Le religioni orientali nell’impero romano a cura di Robert Turcan; Quilici, Roma. Utili anche i siti: http://www.imperium-romanum.it. e blog.archeologia.com./…/scoperta-lupercale-lupercalia-roma.
[20] Preller, Römische, ed. curata da Henri Jordan. Cfr. Del Ponte, La religione; Dumézil, La religione; Quilici, Roma.
[21] Wissowa, Religion, p. 209. Cfr. Del Ponte, La religione; Dumézil, La religione; Quilici, Roma.
[22] Preller, Römische, ed. curata da Henri Jordan. Cfr. Del Ponte, La religione; Dumézil, La religione; Quilici, Roma.
[23] Mommsen, Romany, 1868. Cfr. Del Ponte, La religione; Dumézil, La religione; Quilici, Roma.
[24] Otto, Faunus, col. 2064. Cfr. Del Ponte, La religione; Dumézil, La religione; Quilici, Roma.
[25] Benveniste, Origines, I, 1935, p. 29: crede che noverca vada ripartito come *nou-er+ca-.
[26] Hanssen, Latin, pp. 98-99. Cfr. Del Ponte, La religione; Dumézil, La religione; Quilici, Roma.
[27] Gruber, Glotta 39, 1961, pp. 273-276. Cfr. Del Ponte, La religione; Dumézil, La religione; Quilici, Roma.
[28] Kerényi, Wolf, pp. 309-317 (rist. in Niobe. Zurigo, 1949, pp. 136-147). Cfr. Del Ponte, La religione; Dumézil, La religione; Quilici, Roma.
[29] Alföldi, Die trojanischen, p. 24. Cfr. Del Ponte, La religione; Dumézil, La religione; Quilici, Roma.
[30] Cfr.Svetonio, Vita di Cesare, 76; Cassio Dione. Storia romana, 44, 6, 2.  45, 30, 2.
[31] Cfr. Plutarco, Cesare, 61, 2-3. Secondo Dumézil, il gesto di Marco Antonio, che esce nudo dal gruppo dei Lupercali e balza sui rostri per incoronare Cesare, potrebbe rappresentare il revival di una scena antica ma ancora sempre viva nella memoria popolare.
[32] Quale l’Estrazione sociale dei membri di ciascun gruppo? Per lo studioso Dumézil è probabile che in origine i due gruppi fossero formati dai membri delle gentes dalle quali prendevano il nome (per l’appunto i Fabii e i Quinctii). Un indizio probante di ciò potrebbe essere, per Mommsen, il fatto che il nome Kaeso si trovi soltanto tra i membri di quelle due gentes e sarebbe collegato al februis caedere, cioè al tagliare (caedere) le strisce (februa) della pelle delle sacre capre sacrificate. Tito Livio (Storia di Roma, V, 46, 2) informa che la gens Fabia era solita celebrare un sacrificio sul colle Quirinale; continua (V, 52, 3) dicendo che Caio Fabio andò a compiere il rito della gens Fabia sul colle Quirinale. Ciò sembra un indizio probante ad alimentare la convenzione che i Luperci Fabiani fossero originari del Quirinale, mentre i Quinziali del Palatino. Contro tale ipotesi, Dumézil ritiene che i Lupercalia erano strettamente connessi soltanto al colle Palatino e non anche al Quirinale. In età repubblicana i Luperci erano scelti fra i giovani patrizi ma da Augusto in poi ne fecero parte solo i giovani dell’ordine equestre. Rüpke, La religione, p. 196. Utili al riguardo anche: Del Ponte, La religione; Dumézil, La religione. Quilici, Roma.
[33] Nelle sue Vite parallele: Vita di Romolo, 21, 4-10.
[34] Non sappiamo quante fossero né di quale genere, cioè se maschile o femminile Lo studioso Quilici è del parere che si trattasse di un capro, cfr, Quilici, Roma.
[35] Ma anche per il cristiano, il giorno della morte rappresenta il dies natalis, in quanto segna la nascita alla vita eterna, cfr. Stelladoro, Agata, p. 12 n. 12.
[36] Cosa rappresentava questa corsa attorno al colle? Lo studioso Quilici è del parere che tale corsa simboleggiasse un magico recinto invisibile nato dagli scongiuri dei primitivi pastori al fine di proteggere le loro greggi dall’attacco dei lupi e analoga funzione aveva l’offerta del capro al fine appunto di placare la fama dei lupi assalitori. È da credere che questa fosse una pratica tipica del solo Palatino? Non sembra! Infatti si pensa che in epoca preurbana fosse diffusa ovunque si praticasse l’allevamento ovino.
[37] Cfr. Giovenale, Satire, II, 142. Così venivano rappresentati sia i capri che i lupi: erano capri nel momento in cui trasmettevano, sia alla terra sia alle donne, attraverso la frusta, la fertilità dell’animale reputato sessualmente potente; erano lupi quando correvano attorno al Palatino.
[38] Cfr. Gelasio I papa: Adversus Andromachum senatorem et caeteros Romanos qui Lupercalia secundum morem pristinum colenda constituunt. Al riguardo: Holleman, Pope Gelasius I. Per la lettera del papa: Gelasio, Lettre contre les Lupercales et dix-huit messes du Sacramentaire Léonien, ed. G. Pomarès, Paris 1959 (SCh, 65).
[39] Baronio, Annales, IV-VII, p. 616.
[40] Green, The Lupercalia, pp. 60-69. Cfr. Del Ponte, La religione; Dumézil, La religione; Quilici, Roma.
[41] Tea, Giacomo Boni, II, Milano 1932, pp. 557-558.
[42] Percivaldi, I Celti.
[43] Caffarello, Dizionario.
[44] Markale, Il druidismo, trad. di Fiorillo, ed. a cura di  De Turris, p. 74.
[45] Ricordiamo che nel calendario romano i mesi seguivano il ciclo lunare. Il primo giorno di ogni mese corrispondeva al novilunio (cioè alla luna nuova) ed era chiamato calende, da qui il nome calendario.
[46] Egeria (altrimenti detta anche Eteria) fu una scrittrice romana (secc. IV-V) autrice di un Itinerarium in cui racconta il suo viaggio nei luoghi santi della cristianità. Alcuni studiosi amano identificarla con Silvia, originaria della Gallia, parente del ministro dell’imperatore Teodosio I, Flavio Rufino. Altri studiosi credono che sia invece la stessa pellegrina Egeria, menzionata in una lettera da Valerio, un monaco dell’Alto Medioevo. Egeria avrebbe dunque scritto le proprie osservazioni in una lettera, nota con il nome Itinerarium Egeriae, o anche Peregrinatio Aetheriae, cioè Pellegrinaggio di Eteria o anche Peregrinatio ad Loca Sancta, ossia Pellegrinaggio in luoghi santi. Dell’opera itineraria, acefala e mutila, è rimasta solo la parte centrale, copiata nel Codex Aretinus, scritto a Montecassino nel sec. XI. Il codice fu rinvenuto nel 1884 da Gian Francesco Gamurrini, che scoprì il manoscritto in una biblioteca monastica di Arezzo. Cfr. Arce (a cura di), Itinerario; Giannarelli (a cura di), Diario; Journal; Natalucci (a cura di), Pellegrinaggio; Siniscalco-Scarampi (a cura di), Pellegrinaggio.
[47] Cfr. Levitico 12,2-4 (usanza ebraica); Ovidio, Fasti, 2, 19-24 e 31-32 ss. (usanza romana della februatio).
[48] Cfr. Del Ponte, La religione; Dumézil, La religione; Quilici, Roma.
[49] Cfr. Del Ponte, La religione; Dumézil, La religione; Quilici, Roma.
[50] Figlia di Urano e Gea, moglie di Saturno (per i Greci Crono) è una divinità asiatica (Lidia, Frigia), della natura selvaggia e montuosa (Magna Mater) identificata dai Greci con Rea. Si muoveva su un carro, trainato da leoni e pantere e con il seguito dei coribanti. Nella mitologia cretese Rea era una divinità femminile simbolo della terra madre. Invece per Esiodo Rea era la moglie di Crono, chi aveva dato sei figli: Ade, Demetra, Era, Estia, Poseidone e Zeus. Per quEsto, cioè per avere generato le più importanti divinità dell’Olimpo, fu dettala Grande Madre degli dei e i suoi sacerdoti, detti Cureti o Coribandi, avevano allevato Zeus nell’isola di Creta, coprendone i vagiti con i suoi cembali, perché non lo udisse il padre Saturno e non lo divorasse come gli altri figli.

martedì 3 gennaio 2012

QUALCHE STORIA MACABRA DI SESSO

Senza eccezioni a tutti è ben nota la storia del Borgia, sia pure a grandi linee, che viene considerato come l'unica mela bacata del gruppo. Ma così non sembra essere.

I "Conti" (di Tuscolo), famiglia dei colli albani, discendenti di Alberico di Tuscolo, che diedero al papato ben sette papi (tra papi ed antipapi), contribuirono piacevolmente a trasformare la città eterna nella "Roma Deplorabilis" , contro la quale si scagliò Lutero.

Se si esamina la lista dei papi dopo l'880 si scopre quanto segue: nei seguenti centocinquant'anni si succedettero 35 papi, regnanti circa quattro anni ciascuno. Anche nelle epoche precedenti esiste, più o meno, lo stesso ritmo e viene spiegato con il fatto che i papi erano normalmente scelti perché vecchi e/o infermi. Ma nel nono e decimo secolo molti dei papi eletti erano sulla trentina, molti erano ventenni. Qualcuno di essi durò due settimane, qualcuno un mese o tre mesi. Sei di essi vennero detronizzati ed un buon numero assassinati. Risulta quasi impossibile stabilire con precisione il reale numero dei papi o degli antipapi, anche perché non erano ben chiari i meccanismi "legali" di nomina o di scelta.

Quando un papa spariva nessuno poteva essere certo di cosa gli era successo. Poteva essere dappertutto e poteva essergli capitata qualsiasi cosa: assassinato, in un bordello, percosso e menomato come Stefano VIII, cui nel 930 tagliarono orecchie e naso, e che non mostrò più in pubblico la sua faccia. Poteva essere scappato con l'intero tesoro di S.Pietro, come Benedetto V nel 964, fuggito a Costantinopoli dopo aver disonorato una ragazzina e riapparso, dopo aver sperperato tutto, alcuni anni dopo provocando ulteriori tumulti.
Papa Benedetto V


Lo storico Gerberto definì allora Benedetto "il più iniquo di tutti i mostri di empietà", ma il suo giudizio era quantomeno prematuro perché,subito dopo, il Pontefice venne sgozzato, probabilmente da un marito geloso. Il suo cadavere, accoltellato decine di volte, venne trascinato a lungo per le strade prima di essere sbattuto in una fogna.



Un papa, Stefano VI, era completamente matto. Esumò un suo predecessore corso, Papa Formoso (891-6) ben oltre nove mesi dopo la morte ed in quello che venne chiamato Il "Sinodo Cadaverico" vestì il putrefatto e puzzolente cadavere di Formoso in abiti papali, lo sistemò sul trono e lo interrogò personalmente. L'accusa era di essere diventato papa senza averne il diritto; per la precisione, dato che era vescovo di un altra località non avrebbe potuto essere eletto in Roma. Secondo Stefano la cosa aveva invalidato tutti i suoi atti da pontefice e quindi anche le ordinazioni canoniche.
 Giudicato colpevole il cadavere venne condannato come "antipapa", venne spogliato, subì l'amputazione di due dita (quelle con le quali impartiva la sua falsa benedizione) e buttato nel Tevere. La carcassa venne in seguito recuperata da alcuni ammiratori e/o seguaci che gli diedero una quieta sepoltura. Molto dopo il cadavere fu riportato nella sua tomba in San Pietro. Il pazzo Stefano morì strangolato, ma non si bene da chi.

I Papi uccisero e vennero uccisi, storpiarono e furono storpiati. Condussero vite che non avevano nulla in comune, almeno per quello che ci viene insegnato adesso, con il vecchio ed il nuovo testamento. Sembrano essere stati più che altro una specie particolare di hooligans.

Proprio in quest'epoca vive ed opera Marozia dei Teofilatti, figlia di Teodora, l'amante di Papa Giovanni X (914-29), con il quale ebbe anche un'altra figlia. Queste due donne (Marozia e Teodora) in meno di dieci anni crearono e disttrussero a piacere almeno otto papi.

Gibbons suggerisce che da loro sia nata la leggenda della Papessa Giovanna, nella quale si credette per secoli, fino alla Riforma, e che racconta come essa sia morta in completo abito pontificale, dando alla luce un figlio, sulla strada che va dal Colosseo alla chiesa di San Clemente.

Voci popolari sostenevano che la sedia papale con un buco sul sedile servisse per permettere un esame ginecologico al fine di impedire che un'altra papessa salisse sul trono papale. I controlli erano accompagnati da preghiere latine. Di fatto questi rituali risultano integralmente descritti i diversi documenti medioevali.

D'altronde non era necessario essere cardinale o prete per diventare papa. Adriano V, un buon papa, non era mai stato ordinato vescovo o prete.

Ma torniamo a Marozia, origine probabile della leggenda della Papessa Giovanna. La sua entrata nella storia la fa unendosi con Sergio III (904-11), che aveva fatto fuori sia Leone V (papa per un mesetto) sia il suo usurpatore, il Cardinal Cristoforo.

Sergio III aveva cominciato la sua carriera pontificale riesumando anche lui papa Formoso, allora morto da appena dieci anni, e condannandolo per eresia , come il già citato Stefano VI.
La differenza era che Sergio era stato direttamente "ordinato" da papa Formoso ed , a sensi di logica, avrebbe dovuto considerare anche se stesso altamente irregolare. Anche lui asportò delle dita a Formoso ed anche lui lo gettò nel Tevere, dopo averlo per buona misura decapitato. Ma Formoso doveva avere delle particolari qualità anche da morto, perché il suo cadavere senza testa venne trovato nella rete da un pescatore ed una volta ancora (la prima di due) riportato in S.Pietro.

Quando Marozia divenne la donna di Sergio aveva 15 anni e lui ne aveva 45. Da lui ebbe un figlio alla cui carriera si dedicò con passione. Bellissima figlia di un senatore di Roma, venne sedotta dal Papa nel palazzo Laterano. Sua madre Teodora, aveva già messo mano ad alcune nomine papali, portando il suo amante, orginariamente vescovo di Bologna, all'Arcivescovado di Ravenna e poi al Papato con il nome di Giovanni X. Marozia aveva allora 22 anni e suo figlio , il figlio di Sergio, era troppo giovane per avere aspirazioni. Papa Giovanni convinse, prudentemente, Marozia a sposare il conte Alberico, che in seguito rimase ucciso nel tentativo di impadronirsi del potere. Il Papa costrinse allora Marozia a prendersi cura del cadavere mutilato del marito, ma Marozia (che sulla vendetta doveva sapere quasi tutto), al momento della morte della madre Teodora (928), fece strangolare o soffocare il pontefice, levandoselo dai piedi.

Dopo due papi pupazzi, che durarono giusto il tempo voluto da Marozia, essa elevò al pontificato suo figlio con il nome di Giovanni XI.

Disporre di un figlio papa costituì una vera fortuna per Marozia, perchè da lui ricevette la dispensa necessaria per sposare il suo fratellastro, Ugo di Provenza, dopo averne fatto uccidere la moglie legale. ll matrimonio fu celebrato personalmente e con grande sfarzo dal Papa (e figlio) nella primavera del 932.
Poi tutto andò a puttane. Il secondogenito di Marozia, Alberico II° il giovane, con un colpo di mano si impadronì del potere in Roma, depose ed imprigionò il fratellastro, papa Giovanni XI, fino alla sua morte, e , cosa ancora più spiacevole, imprigionò per sicurezza anche la sua pericolosa madre nel terribile Mausoleo di Adriano (che sarebbe poi diventato il famoso Castel Sant'Angelo) .
Sessantenne e prigioniera, nel 955, Marozia venne a sapere che il suo pronipote Ottaviano, figlio di suo figlio Alberico (morto nel 954/5), era diventato papa con il nome di Giovanni XII nell'inverno del 955, inaugurando anche la moda di cambiare nome al momento dell'elezione a papa.

Giovanni XII , diventato papa a circa sedici anni, fu un papa così terrificante che si raccontava in giro lui avesse inventato peccati sino ad allora sconosciuti, compreso l'andare a letto con la propria madre e le proprie sorelle.
Papa Giovanni XII


Nel palazzo Laterano manteneva un harem perenne. Si giocava le offerte dei pellegrini ed aveva una scuderia di duemila cavalli che nutriva a mandorle e fichi conditi nel vino.

Il turismo (allora fonte di grandi guadagni e formato essenzialmente da pellegrini) subì un crollo verticale e persino le donne venivano prudentemente avvisate di non avvicinarsi al papa, che era sempre in tiro ed in cerca di carne fresca. Insomma fece scoppiare un tale casino che , temendo per la sua vita fu costretto a rifugiarsi a Tivoli.
Avvisato della faccenda Otto di Sassonia (incoronato imperatore nel 961), preoccupato per gli affari dell'impero, impose al giovanotto di ritornare subito a Roma a fare il suo dovere.
Il vescovo di Cremona, in un sinodo appositamente convocato, ci lasciò un preciso elenco delle accuse portate al papa: il papa diceva messa senza comunione; ordinava i diaconi nelle stalle; faceva pagare le nomine religiose (simonia); faceva sesso con un lungo elenco di signore, compresa l'amante di suo padre e sua nipote; aveva accecato il suo consigliere spirituale e castrato un cardinale , provocandone la morte.
Otto scrisse al papa una lettera che rappresenta, per l'epoca, una vera curiosità: Tutti quanti, religiosi e laici, accusano Voi, Santità, di omicidio, spergiuro, sacrilegio, incesto con le vostre parenti, comprese due vostre sorelle, e di aver invocato, come un pagano, Giove, Venere ed altri demoni.
 Giovanni rispose dettando una lettera (non aveva grande familiarità con le lettere) nella quale avvisava i vescovi che, se loro lo spodestavano, li avrebbe scomunicati tutti, impedendo Loro di impartire sacramenti, etc.etc., poi saltò a cavallo e se ne andò a caccia.
Ritornato Otto in Sassonia (si era stufato di attendere i comodi del pontefice, peraltro sino ad allora stabilmente richiuso a Tivoli), Papa Giovanni rientrò, con un armata fornitagli dai parenti, in Roma e si riprese il pontificato. A Roma procedette subito a far storpiare o uccidere tutti coloro che avevano contribuito al suo breve esilio.
Morì ad appena 24 anni, ucciso da un marito geloso che lo aveva colto sul fatto con sua moglie ("in flagrante delicto"). I Romani, sempre spiritosi, dissero che almeno era stato fortunato a morire in un letto, anche se si trattava del letto di qualcun altro.

Bellarmino (il cardinale) disse di lui "Fuerit fieri omnium deterrimus" (il peggiore di tutti (i papi)).



        Di Marco Capurro
        tratto da: VENTI SECOLI DI PAPATO

IL SACRO PROFANO. Miti e riti pagani risemantizzati dall’Ecclesia

di Giuseppe Maggiore

“Gesti antichi, segni ripetuti e visti ripetere, di padre in figlio, di nonno in nipote, che scaldano l’anima al fuoco di tradizioni che parlano di Dio, della Madonna e dei Santi. Una ricchezza da “proteggere, promuovere e, se necessario purificare. (…) Certo, la pietà popolare tende all’irrazionalità, talvolta forse anche all’esteriorità. Eppure, escluderla è del tutto sbagliato. Attraverso di essa, la fede è entrata nel cuore degli uomini, è diventata parte dei loro sentimenti, delle loro abitudini, del loro comune sentire e vivere. Perciò la pietà popolare è un grande patrimonio della Chiesa (…) merita il nostro amore, ed essa rende noi stessi in modo pienamente reale ‘Popolo di Dio’.”

Sono queste le espressioni di Benedetto XVI, con le quali ha ribadito l’importanza della religiosità popolare (tema assai caro nel suo magistero), rivolte l’8 aprile scorso agli esperti della Pontificia Commissione per l’America Latina. Il papa ha ricordato come “tutte quelle manifestazioni che ne derivano non potevano e non possono essere considerate “come qualcosa di secondario della vita cristiana”.



Ma quel “fuoco di tradizioni” cui il rappresentante della Chiesa Cattolica si riferisce, scaturisce realmente da una tensione verso quel Dio, quella Madonna e quei Santi cui pretenderebbe di parlare? In che misura quanto viene definito “pietà popolare” può ritenersi un patrimonio della Chiesa?

Da sempre il Cristianesimo, in particolar modo quello espresso in seno alla Chiesa Cattolica, ha dovuto fare i conti con il permanere di ataviche reminiscenze dei preesistenti culti pagani. Riti che affondano nella notte dei tempi, aventi come destinatari divinità del cielo e della terra, partorite dall’innato bisogno dell’uomo di fabbricarsi delle entità o esseri supremi attraverso i quali darsi delle spiegazioni, formularsi un’idea del mondo e, al contempo, darsi dei valori e dei modelli di riferimento. Ogni religione rappresenta un ricco crogiuolo di queste manifestazioni, in cui coesistono elementi di varia natura che, seppur evolutisi in ben elaborate codificazioni teologico-dottrinali, celano tutte un fondo di quella primordiale natura avente origine nell’uomo, nel suo essere pervaso da misteri e paure, da dubbi e incertezze circa la sua esistenza e il mondo che lo circonda. Misteri che richiedono una spiegazione, paure da esorcizzare, eventi che necessitano di una causa scatenante (o di un responsabile) convergono in un elaboratissimo sistema di credenze e di superstizioni, dando luogo a molteplici espressioni cultuali e culturali, le quali col tempo finiscono per diventare fortemente caratterizzanti della cultura di un dato paese o popolo.


Cambiano le epoche, i costumi, le abitudini e gli stili di vita, ma l’uomo, in fondo, rimane sempre uguale a se stesso, con i suoi limiti e i suoi punti irrisolti. Cambiano anche le credenze e le divinità (almeno di nome), ma l’elemento religioso (il cui ricco armamentario viene promosso dalla definizione di paganesimo a quella di pietà popolare), nella sua essenza, rimane sostanzialmente uguale a se stesso, facendo leva nei punti di sempre. La religione non si estinguerà mai, almeno fino a quando l’uomo non imparerà a camminare con i propri piedi, senza dover delegare a qualcosa o a qualcuno al di sopra di esso, il come il dove il perché del suo naturale processo vitale.

Il cristianesimo è certamente il più emblematico esempio di risemantizzazione operata sul fronte delle credenze; la sua affermazione non è sempre stata facile e pacifica. Del resto esso è giunto piuttosto tardivamente nella storia dell’uomo, dopo millenni di civiltà e, naturalmente, di religiosità. Sono stati necessari lotte, spargimenti di sangue (e non solo da parte dei cosiddetti martiri onorati dalla Chiesa), alleanze con imperatori prima e politici dopo… Alla fine ha avuto la meglio…o forse no. Sarebbe meglio forse dire che la sua vittoria si fonda su non pochi “piccoli” compromessi di varia natura. Uno tra questi è la connivenza con quei riti, usi e costumi fortemente radicati e difficili da debellare, i quali avevano si un referente sovrannaturale, divino, ma non certamente riferito al Dio della cristianità con la sua Madonna e i suoi santi. Le gerarchie cattoliche, riconoscendo tuttavia l’incomparabile capacità di quest’immenso patrimonio atto a soddisfare la pietas popolare, hanno dovuto nel tempo elaborare strategie di riformulazione e ricontestualizzazione di questi residui dell’antichità, riuscendo in più occasioni a darsi anche delle giustificazioni sul piano teologico-dottrinale che ne legittimassero la sussistenza all’interno della propria dimensione puramente liturgica. Fin dalle origini, la Chiesa ha saputo assumere e integrare di volta in volta, nella sua progressiva inculturazione, forme celebrative preesistenti dotate già di per sé di una propria struttura e solidamente radicate nelle rispettive comunità; ha assimilato processioni, rituali, rogazioni, litanie traducendoli in eventi liturgici dalla natura ibrida per contenuto e forma; è giunta persino a dogmatizzare forme devozionali che si erano sviluppate autonomamente a partire dal Medioevo e fino al secolo scorso (forme di culto eucaristico, titoli devozionali riferiti a Cristo o alla Madonna entrati a far parte del calendario liturgico, per non parlare della lunga schiera di presunti santi ecc.).


Un percorso di assimilazione che si rendeva necessario, diremo obbligato, al fine di rendere meno traumatico il passaggio dal paganesimo al cristianesimo. I territori che andava mano a mano “evangelizzando” presentavano infatti una varietà di culti e di divinità tale che difficilmente poteva essere sostituita con una religione che, almeno in origine, si proponeva una certa sobrietà ed essenzialità. Alle tante divinità più o meno importanti, si aggiungeva il mito variamente espresso della Grande Madre che difficilmente poteva essere assimilato al Dio d’Israele. In tale processo il cattolicesimo ha dovuto quindi anche staccarsi dalla rigidità monoteistica che imponeva al cristianesimo delle origini (di radice giudaica) un culto esclusivo rivolto verso quell’unico Dio: la Madonna e i Santi, riuscivano a compensare degnamente tale deficit e, seppur teoricamente ritenuti semplici modelli da imitare, non destinatari di un culto al pari di Dio, di fatto nella pratica sono oggetto di una venerazione tale da rendere il più delle volte molto labile questa distinzione.

Omnia mutantur, nihil interit (tutto muta, nulla perisce): il 25 dicembre del 274 a. C. l’imperatore Aureliano consacrava a Roma il tempio di Sol Invictus, istituendovi la festa del Dies Natalis Solis Invicti, un culto, questo, legato al solstizio d’inverno e che aveva una più antica origine in Oriente (Egitto e Siria) come ci riporta anche il vescovo Epifanio di Salamina. Sol Invictus, figlio del dio Aios e della Vergine Kore dovrà, con l’avvento del cristianesimo, cedere il giorno della sua natività a Gesù Cristo figlio della Vergine Maria. Il culto di Sol Invictus ha peraltro profonde analogie con quello del dio Mithra, nato in una grotta 14 secoli prima di Cristo, nella notte tra il 24 e 25 dicembre, e morto come Cristo all’età di 33 anni. Nelle cene di Mithra si consumavano pane e vino; l’Eucarestia cristiana appare come una raffinata riformulazione di fenomeni cannibalici, come nelle cene teofagiche di alcune tribù messicane nelle quali i prigionieri di guerra venivano mangiati perché ritenuti personificazioni del Dio, o come l’omofagia dionisiaca ed i banchetti degli esseni; già un millennio prima della venuta di Cristo, gli egiziani adoratori del dio-Sole Aton chinavano il capo all’elevazione dell’ostensorio da parte dei sacerdoti (antesignano dell’attuale ostensorio a raggiera, adottato dalla Chiesa Cattolica solo nel XV secolo ad opera di Bernardino da Siena).


Antichi culti legati alla fertilità ed al sopraggiungere della primavera venivano tributati alla divinità nordica Eostre. Gli antichi popoli di Egitto, Persia, Grecia fino a Roma in occasione delle feste di primavera mangiavano uova (simbolo di vita e di fertilità) colorate; i persiani ne facevano dono; nelle tavole dei caldei si consumavano uova dipinte e focacce calde con sopra inciso il segno della croce. Come non riconoscere in queste antiche usanze quelle tuttora in voga presso i cristiani cattolici in occasione della Pasqua?

I templi dedicati alla Vergine Iside, divinità egizia il cui culto è stato tra i più celebrati tanto in Oriente quanto in Occidente, vennero riconvertiti in santuari mariani, e le statue della bella Vergine Iside “Regina Caeli” con in braccio il figlio Horus, vennero distrutte o semplicemente trasformate in Madonne (sebbene alcune tra le più venerate effigi della Vergine Maria abbiano conservato più palesemente le sembianze della nera Iside, vedi ad es. la Madonna del Tindari in Sicilia); Iside viene spogliata anche del suo appellativo di “Regina Caeli”, che ritroviamo tra i tanti elencati nella litania della B.V. Maria. Analogamente i templi dedicati al dio Giove vennero trasformati in chiese dedicate a un santo mai esistito: San Giovenale, mentre il mito di Cadmo che uccide il drago diventa il popolarissimo e veneratissimo San Giorgio, la cui agiografia è alquanto oscura. Sono solo alcuni esempi di quella opera di “riciclo” operata da parte della Chiesa per domare e convogliare quel “fuoco di tradizioni” entro l’alveo del “proprio patrimonio”, tanto da poter affermare con il versetto biblico dell’Ecclesiaste 1,9: Nihil sub sole novum (nulla di nuovo sotto il sole). Con l’ineluttabile mutare dei tempi, la Chiesa  – in virtù del suo forte istinto di conservazione – è, di volta in volta, costretta a rivedere certe sue posizioni. Troppo spesso, poi, si è vista tacciata di politeismo e idolatria da parte di altre religioni occidentali.

In una delle quattro costituzioni emanate dal Concilio Vaticano II (1962-1965), la “Sacrosanctum Concilium” del 4 dicembre 1963, i padri conciliari hanno cercato di fornire un indirizzo d’azione sul come armonizzare tra loro liturgia e pietà popolare, affidando tale gravoso compito ai vescovi: ciascuno di questi all’interno della propria diocesi si trova a doversi confrontare con una qualche forma di residuo pagano (o pietà popolare che dir si voglia). Ciascuno ha dunque dal canto suo recepito e attuato tali istruzioni seguendo il proprio discernimento, e non sempre con successo; in taluni casi si è esercitato un vero e proprio abuso di potere al fine di estirpare quegli elementi che, pur connaturati alla cultura di un popolo, venivano ritenuti dissonanti con la corretta pastorale.


Il dettato conciliare pone la Liturgia al centro della vita cristiana, a cui ogni altra manifestazione deve necessariamente adeguarsi o soccombere. Tuttavia, la liturgia ufficiale postconciliare in molti casi non sembra aver soddisfatto a pieno le esigenze celebrative delle comunità di riferimento; nei casi in cui ha drasticamente espugnato e soppiantato quanto di genuinamente espresso dalla pietas popolare, ha spesso generato un vuoto che non rende giustizia alla ineguagliabile varietà e ricchezza espressiva di alcune celebrazioni cosiddette “extraliturgiche”, suscitando in più occasioni nei fedeli un irrefrenabile riflusso verso forme rituali dal sapore arcaico. Uno scacco che la Chiesa Cattolica sperimenta non solo nei nuovi territori di missione, come l’Africa o l’America Latina, ma anche, o forse più, nel suo Paese roccaforte, l’Italia. È qui, tra le file di quanti si professano “cattolici” praticanti e non, dal nord al sud e d’ogni ceto sociale, che sopravvivono tenacemente credenze pseudo-religiose dalla forte componente esoterico-superstiziosa; ed è qui che ci troviamo a contemplare uno scenario quanto mai intessuto da una ricca trama di tradizioni con le loro suggestive e multiformi manifestazioni. A dispetto dei tempi e dei tanti proponimenti, resiste quindi, integrata o parallela all’ortodossia cattolica, una liturgia popolare (frutto di un’evidente “anima pagana” mai sopita), che si veste d’un folklore denso di profumi, colori e sapori, di gesti rituali e consuetudini irrinunciabili.


Un paganesimo delle origini, ora vestito di pietà popolare, che a dispetto della sobrietà liturgica istituzionale, a lungo invocata, irrompe puntuale con i suoi eccessi, con le sue drammatizzazioni, i suoi costumi, i suoi idoli scolpiti e rivestiti d’oro e argento, le sue processioni, i suoi pellegrinaggi con tanto di mercimonio, gli ex-voto in cera e metalli, le reliquie-feticcio, il devozionismo tanto assetato di nuovi santi e nuovi miracoli… Se nelle regioni del Sud Italia, in Sardegna o in paesi come la Spagna tali manifestazioni suscitano il fervore di chi vi prende parte e riescono a sedurre lo sguardo di chi vi assiste, grazie al fantasmagorico spettacolo cui danno luogo (con tanto di marce, fuochi e luminarie sfarzose), è sufficiente recarsi in un qualunque santuario italiano e non (gli itinerari del turismo religioso rappresentano un vero e proprio business e proprio come le ditte di pompe funebri non temono crisi) per rendersi conto di quali e quante contaminazioni rituali si celino al loro interno. Sacro e profano, paganesimo e cristianesimo si intrecciano, si influenzano a vicenda, formano un inestricabile connubio. Certamente il risultato offre al volgo un’attrattiva maggiore rispetto alla sobrietà di una celebrazione liturgica, e in molti casi risulta anche più redditizio!

Francis Weiser in “The Easter Book” dice: “La Chiesa ha elevato il simbolismo precristiano della natura a rito cristiano sacramentale. Le usanze non cristiane hanno reso attraenti gli aspetti soprannaturali del periodo (liturgico).”.

Giuseppe Maggiore

Link articolo su Amedit

lunedì 2 gennaio 2012

IL MIO PADRE PIO (di Mario Trevisan)

Voglio divulgare questo interessante articolo dell'amico Mario Trevisan, una interessante e esemplare testimonianza del suo incontro con Padre Pio, in modo da dare una bella immagine di un altro personaggio ridicolo della cristianità, ma che continua a far abboccare molti pecoroni, grazie Mario.


Forse la cosa può non interessare alcuno, tuttavia provo a raccontarla come posso. Si dà il caso che nella mia giovinezza abbia avuto l’occasione di incontrare l’allora già famoso Padre Pio.
      Il santone aveva fama di penetrare le coscienze, di vedere dentro l’anima delle persone, insomma era considerato un chiaroveggente che stupiva creduli e scettici.
      Il cinema ha esaltato tali qualità e molte serie televisive hanno rappresentato innumerevoli e commoventi testimonianze elogiative, celebrative, agiografiche.
      Io sono rimasto affatto coinvolto non avendo trovato alcunché di straordinario nel mio incontro, anzi, a dir la verità, fu un’esperienza piuttosto deprimente.
      Non so se mi fossi proposto di testimoniare, diciamo a Porta a Porta, sarei stato accet-tato perché avrei rappresentato una voce fuori dal coro.
      Riassumo brevemente la cronistoria.
      La mia anziana sorella era stata suggestionata da una ancor più anziana amica con fervidi racconti sulle performances del santo pugliese. Per un motivo che dirò più avanti, la sorella insistette alquanto affinché l’accompagnassi a San Giovanni Rotondo, offrendomi viaggio e soggiorno gratis.
      A quel tempo (1959) io ero uno zelante giovane fresco di Azione Cattolica, dirigente Acli e gruppi giovanili d.c. e, tutto sommato, abbastanza curioso di vedere da vicino il …fenomeno.
      Essendo il tutto a costo zero, soddisfacendo al contempo il desiderio della sorella maggiore, accettai la proposta. Giunti colà, prendemmo alloggio in un alberghetto dirimpetto al convento dei cappuccini.
      Rimasi sorpreso che la sorella non prenotasse subito la confessione, adducendo una qualche indisposizione psicofisica momentanea.
      Io invece prenotai l’audizione penitenziale mettendomi in lista d’attesa, che durò quattro giorni, durante i quali partecipavo devotamente alla messa mattutina, anzi notturna, celebrando il padre alle cinque della notte o, se si vuole, del mattino.
      Durante il giorno gironzolavo per la chiesa per curiosare, non per meditare, poiché era impossibile trovare la tranquillità per un minimo di concentrazione in quel frastuono di pellegrini e gruppi femminili di vocianti corali preghiere incrociate.
     Il paese poi era tutto un bazar orientale di negozi e negozietti, chioschi e bancarelle che offrivano l’imbarazzo della scelta fra un’infinità di cianfrusaglie sacre e profane per tutti i gusti e tutte le tasche.
      Quand’ero sazio delle mie ricognizioni rientravo in albergo immergendomi nella lettura. Ho sempre avuto l’abitudine di portare con me qualche libro. Con un libro la solitudine e la noia non ci sono mai…
      Giunto alfine il grande momento, verso le ore 9.30 circa del quarto giorno fui introdotto nella sacrestia dove, in un angolo, sedeva il Padre accanto a un inginocchiatoio.
     Io ero abituato a confessarmi con sincerità, poiché altrimenti sarebbe stato inutile e sacrilego. In questa circostanza, poi, sarebbe stato impossibile mentire dal momento che il Nostro sapeva leggere nel pensiero altrui…
      Sia lodato Gesù Cristo, sempre sia lodato !
      Provai subito un senso di soggezione in quanto il confessore mi appariva piuttosto corrusco. Il dialogo fu il seguente:

Frate - da guando dembo non di gonvessi ?
Penitente - da un mese
Frate - hai berso messa ?
Penitente - no
Frate - hai bestemmiado ?
Penitente - no
Frate - di sei inguiedado ?
Penitente (a questo punto mi inceppai. Cercai rapidamente di definire
dentro di me il senso di questa domanda. Cosa voleva dire
inquietato? Essere inquieto, ossia preoccupato, turbato,
impensierito… altro non mi sopravvenne…)
- Risposi: ma, non so, forse, mah …
Frate - gome vorse, si o no ?
Penitente - ma… è un peccato questo ?
Frate - gome non è peggado !
Penitente - ma, non so…
Frate - vai, gorrèggede e dorna a gonvessardi !
Penitente - non mi dà l’assoluzione ?
Frate - no !
Penitente - perché ?
Frate - gorrèggede e dorna a gonvessardi !

      Confuso e avvilito mi alzai e uscii sfilando lungo la teoria degli altri penitenti in attesa del loro turno.
      Quando tornai in albergo, la sorella eccitata mi chiese subito: e allora com’è andata ? Le risposi asciutto: non mi ha dato l’assoluzione !
      Ah ! no ! neanche a te ? Ah, beh, allora non ci credo più ! Io pensavo di essere così indegna da non meritare misericordia, ma tu così devoto, perché mai ?
      Ecco spiegato l’arcano. Mi aveva portato laggiù come cavia per vedere se avesse trattato un…”puro” come aveva trattato lei in precedenza.
     Risposi, forse il Pio non era in giornata…
     E così ritornammo a casa in uno stato d’animo diverso; mia sorella era sollevata ed euforica perché convinta di non essere stata respinta per indegnità, bensì per calcolo astuto di promozione turistico-religiosa; io stavolta inquieto sì, e confuso.
      Da un lato non volevo pensare male, che il frate cioè usasse questi trucchi (che peraltro sentii raccontare fossero abbastanza frequenti) per indurre i creduli tremebondi a ritornare nelle lunghe liste d’attesa, con i costi connessi; dall’altro opinavo che se fosse vero che intravedeva tutto, avrebbe saputo che abitavo a più di mille Km. di distanza e tornare a confessarmi non era come andare alla parrocchia sotto casa…
      Ma ciò che mi conturbava di più era quale peccataccio fosse mai questo “inguiedado”.
      Feci un test a molti amici per sapere cosa volesse significare il vocabolo “inquieto” e tutti convennero nel dargli il significato che ne davo io. Solo molti anni dopo, per caso, durante le mie vacanze a Otranto venni a saper che i pugliesi usano il verbo “inquietarsi” e derivati per intendere: impazientirsi, stizzirsi, ma più spesso, adirarsi. Il peccato sarebbe stato l’ira, dunque; va a sapere…
      Quindi il frate veggente non seppe nemmeno capire che il suo dialetto non poteva essere compreso da un nordista ignorante quanto lui.
      Il mio confessore, al quale raccontai l’accaduto, mi disse che il santo vedeva probabilmente le cose in un senso superiore, globale, e che nell’economia della salvezza solo i santi, che godono della visione di dio, conoscono i disegni imperscrutabili della provvidenza. Noi, come al solito, dobbiamo inchinarci di fronte al mistero, avere umiltà, pregare, adorare e sperare nella misericordia di dio, anche se le sue vie ci sembrano tortuose e incomprensibili…
      Beh… andò a finire che la sponsorizzazione turistica che funzionò per mia sorella (e chissà per quanti altri) con me non andò a buon fine.
      La mia fede cominciò a vacillare e incominciai a cercare di saperne di più.
      La mia ricerca fu lunga e seria: studiai teologia sui testi canonici e su un sacco di libri con l’imprimatur, ma per onestà intellettuale e per principio metodologico esaminai anche opere di autori critici e liberi pensatori.
      Studiai e discussi anche più del dovuto per saperne abbastanza e da molti anni vivo serenamente il mio ateismo, sorridendo di quella buffa esperienza e dell’ingenuità di quegli anni verdi in cui funzionava ancora l’imprinting a senso unico ricevuto ossessivamente nell’infanzia violata.
      Padre Pio, non avrai il mio scalpo !

Mario Trevisan

martedì 20 dicembre 2011

IL PAPA CHE RISCRISSE LA BIBBIA


di Marco Capurro


Sisto V (Felice Peretti, il cardinal Montaldo) fece in cinque anni un lavoro che ne avrebbe richiesto cinquanta. Costrinse squadre di uomini a lavorare giorno e notte per sistemare la cupola di San Pietro. Fece spostare l'obelisco, palmo a palmo, da centinaia di uomini e muli fino all'attuale posizione nella piazza. Costruì la Libreria Vaticana. Fece erigere un acquedotto che portasse l'acqua fino al centro di Roma. Si meritò ampiamente il soprannome "Il Turbine Consacrato". 


Insieme ad una titanica energia c'era però uno straordinario egotismo.
Egli affermò il suo potere temporale su principi e re. Quando Roberto Bellarmino, uno dei più strenui difensori del papato dall'epoca di Tommaso d'Aquino, suggerì nel suo libro "Controversie" che il papa aveva solo una giurisdizione indiretta sui reggenti del mondo temporale, Sisto lo censurò spietatamente.
Egli, dichiarò, poteva per qualsiasi motivo e comunque gli piacesse nominare o licenziare chiunque, compresi gli imperatori.
Censurò anche il teologo Vittorio per aver osato dire che era giusto disobbedire ad ingiusti ordini di un papa. Lui, Sisto V, mise all'indice entrambi i libri di questi due "rinnegati".

I cardinali della Congregazione dell'indice erano terrificati dal dover dire a sua Santità che entrambi gli autori citati (Bellarmino e Vittorio) basavano i loro scritti su innumerevoli documenti dottrinali di santi e studiosi cattolici. Il Conte Olivares, ambasciatore spagnolo a Roma, scrisse al re Filippo II° che i cardinali tenevano la bocca chiusa "per paura che Sisto potesse fargli sentire il duro sapore del suo temperamento e, forse, costringerli a mettere all'indice persino i santi stessi".

Sisto si comportò molto male soprattutto con il gesuita Bellarmino, che aveva cooperato con lui nell'edizione dell'opera completa di Sant'Ambrogio, nel corso della quale il papa aveva ogni volta stravolto il giudizio del suo collaboratore.

Lo stesso atteggiamento il papa lo tenne verso la Bibbia ed i risultati furono drammatici.
La versione latina della Bibbia, la Vulgata, era opera di San Gerolamo nel quarto secolo ed aveva avuto un posto significativo nel corso del Medioevo.
 Il Concilio di trento (1546) aveva stabilito che la "Vulgata" era la versione autentica della Bibbia ed essa sola doveva essere usata nei sermoni, discussioni o letture.
Purtroppo il lavoro di riporto dei copisti aveva prodotto molti errori e la stampa moltiplicò il numero degli sbagli. Con la Riforma i Protestanti produssero la loro personale versione della Bibbia e diventava imperativo che anche i cattolici potessero fruire di un testo affidabile della Vulgata in tutte le discussioni.
Dopo tre anni di pontificato, nel 1588, gli venne presentato (a Sisto) il testo finale predisposto dalla commissione di studiosi a cui aveva dato l'incarico. Secondo il pontefice c'era troppo lavoro di ricerca, troppe variabili interpretative. Il papa scacciò il capo della Commissione, il cardinal Carafa, fuori dalla stanza urlando che avrebbe provveduto lui personalmente.
In una Bolla di 300 parole dichiarò che lui, il papa, era l'unico soggetto in grado di produrre una "autentica Bibbia" per la Chiesa.

E lo fece.
Lavorando giorno e notte (soffriva d'insonnia), operando su di un testo popolare e provvedendo ad aggiunte personali dove gli sembrava fosse opportuno, completò l'opera in circa diciotto mesi. Cambiò radicalmente il sistema di riferimenti. Cambiò i capitoli, che erano stati strutturati abilmente da Roberto Stefano nel 1555 ed erano universalmente adottati. Dimenticò addirittura interi versi e cambiò i titoli dei Salmi.


Tutte le vecchie bibbie e tutti i testi scolastici divennero di colpo obsoleti.
Nel 1590 gli furono presentate le prime copie "in folio". "Splendido" disse il papa, finché non si accorse delle centinaia di errori di stampa. Per non perdere tempo provvide personalmente alla correzione delle bozze (ci mise sei mesi) passandole poi alla stampa, mentre la sua Bolla "Aeternus ille" era già pronta da tempo e recitava autoritativamente: "Nella pienezza del potere Apostolico, Noi dichiariamo e decretiamo che questa edizione....approvata per l'autorità conferitaCi da Dio, deve essere ricevuta e tenuta come vera, legittima, autentica, ed inquestionabile in tutte le discussioni, letture, preghiere e spiegazioni pubbliche e private". A nessuno era permesso, editore o libraio, di deviare di una virgola da questa finale ed autentica versione della Bibbia latina. Chiunque contravvenisse alla Bolla papale doveva ritenersi automaticamente scomunicato e solo il papa poteva assolverlo. Erano previste anche punizioni materiali e temporali.
Verso la metà di aprile furono distribuite copie a cardinali ed ambasciatori. Quattro mesi dopo il papa era morto.

Papa Gregorio XIV
Il papa successivo morì dopo dodici giorni di pontificato (Urbano VII). Toccò quindi a Gregorio XIV cercare di porre rimedio alla questione della Bibbia. Ma come fare? Una Bibbia era stata imposta al mondo cattolico con l'intero peso del potere papale, ma era piena di errori. Il mondo accademico era in subbuglio ed i Protestanti si divertivano un sacco per l'intera faccenda. Il cardinal Bellarmino , rientrato a Roma dall'estero e personalmente sollevato per la morte di Sisto V, che l'aveva messo all'indice, suggerì a Gregorio XIV, invece di proibire la Bibbia, di farla correggere, ove fosse possibile, cercando di recuperare tutte le copie messe in circolazione e sostenendo che tutti gli errori derivavano "da sbagli degli stampatori e di altre persone (il riferimento a Sisto è inequivocabile). Un'intera truppa di studiosi si sistemò in un'apposito edificio sulle colline Sabine, a 30 km da Roma, e lavorò bestialmente per cercare di identificare e rettificare tutti gli errori commessi da Sisto.


Alla fine del 1592, sotto il papato di Clemente VIII, il "nuovo testo" venne stampato e distribuito immediatamente con una lunga prefazione che spiegava come Sisto, accortosi degli errori, avesse deciso di dare corso ad una nuova riedizione, la quale, in seguito alla sua morte, era stata portata a termine dai suoi successori. Giocando sull'equivoco Bellarmino suggerì anche che la nuova versione (passibile anch'essa di molti errori, che infatti ci sono) non dovesse obbligatoriamente essere l'unica permessa e/o accettata.
I commenti degli studiosi su questa serie di menzogne e falsificazioni miranti a nascondere gli errori e la supponenza del papato, furono e sono pesanti.
Thomas James, studioso e libraio londinese, che potè esaminare e verificare il contenuto di entrambe le versioni, scrisse nel 1611:"Ci troviamo ad avere due papi uno contro l'altro. Sisto contro Clemente , Clemente contro Sisto, litigando, scrivendo e discutendo sulla bibbia di Gerolamo...per quanto concerne i cattolici la Bibbia è come un naso di cera che i papi modellano a seconda di quello che conviene loro...se un papa dicesse che quello che è bianco è nero e quello che è nero bianco nessun cattolico oserebbe contraddirlo."

L'affare del papa che riscrisse la Bibbia dimostra una volta ancora che la dottrina che il papa non può sbagliare è di per se erronea, conduce a creare proprie personali versioni della Storia e costringe anche uomini moralmente corretti, come Bellarmino, a mentire in favore della Chiesa.
Ma Bellarmino invece di essere ricordato per aver messo in atto una discreta "cover up" a favore di Sisto V, è noto soprattutto per aver distrutto vita e carriera di uno straordinario laico, Galileo.



        Di Marco Capurro
        tratto da: VENTI SECOLI DI PAPATO