Non esistono verità assolute o dogmi insindacabili. Questi sono solo strumenti concepiti per soggiogare la vostra mente

martedì 3 gennaio 2012

IL SACRO PROFANO. Miti e riti pagani risemantizzati dall’Ecclesia

di Giuseppe Maggiore

“Gesti antichi, segni ripetuti e visti ripetere, di padre in figlio, di nonno in nipote, che scaldano l’anima al fuoco di tradizioni che parlano di Dio, della Madonna e dei Santi. Una ricchezza da “proteggere, promuovere e, se necessario purificare. (…) Certo, la pietà popolare tende all’irrazionalità, talvolta forse anche all’esteriorità. Eppure, escluderla è del tutto sbagliato. Attraverso di essa, la fede è entrata nel cuore degli uomini, è diventata parte dei loro sentimenti, delle loro abitudini, del loro comune sentire e vivere. Perciò la pietà popolare è un grande patrimonio della Chiesa (…) merita il nostro amore, ed essa rende noi stessi in modo pienamente reale ‘Popolo di Dio’.”

Sono queste le espressioni di Benedetto XVI, con le quali ha ribadito l’importanza della religiosità popolare (tema assai caro nel suo magistero), rivolte l’8 aprile scorso agli esperti della Pontificia Commissione per l’America Latina. Il papa ha ricordato come “tutte quelle manifestazioni che ne derivano non potevano e non possono essere considerate “come qualcosa di secondario della vita cristiana”.



Ma quel “fuoco di tradizioni” cui il rappresentante della Chiesa Cattolica si riferisce, scaturisce realmente da una tensione verso quel Dio, quella Madonna e quei Santi cui pretenderebbe di parlare? In che misura quanto viene definito “pietà popolare” può ritenersi un patrimonio della Chiesa?

Da sempre il Cristianesimo, in particolar modo quello espresso in seno alla Chiesa Cattolica, ha dovuto fare i conti con il permanere di ataviche reminiscenze dei preesistenti culti pagani. Riti che affondano nella notte dei tempi, aventi come destinatari divinità del cielo e della terra, partorite dall’innato bisogno dell’uomo di fabbricarsi delle entità o esseri supremi attraverso i quali darsi delle spiegazioni, formularsi un’idea del mondo e, al contempo, darsi dei valori e dei modelli di riferimento. Ogni religione rappresenta un ricco crogiuolo di queste manifestazioni, in cui coesistono elementi di varia natura che, seppur evolutisi in ben elaborate codificazioni teologico-dottrinali, celano tutte un fondo di quella primordiale natura avente origine nell’uomo, nel suo essere pervaso da misteri e paure, da dubbi e incertezze circa la sua esistenza e il mondo che lo circonda. Misteri che richiedono una spiegazione, paure da esorcizzare, eventi che necessitano di una causa scatenante (o di un responsabile) convergono in un elaboratissimo sistema di credenze e di superstizioni, dando luogo a molteplici espressioni cultuali e culturali, le quali col tempo finiscono per diventare fortemente caratterizzanti della cultura di un dato paese o popolo.


Cambiano le epoche, i costumi, le abitudini e gli stili di vita, ma l’uomo, in fondo, rimane sempre uguale a se stesso, con i suoi limiti e i suoi punti irrisolti. Cambiano anche le credenze e le divinità (almeno di nome), ma l’elemento religioso (il cui ricco armamentario viene promosso dalla definizione di paganesimo a quella di pietà popolare), nella sua essenza, rimane sostanzialmente uguale a se stesso, facendo leva nei punti di sempre. La religione non si estinguerà mai, almeno fino a quando l’uomo non imparerà a camminare con i propri piedi, senza dover delegare a qualcosa o a qualcuno al di sopra di esso, il come il dove il perché del suo naturale processo vitale.

Il cristianesimo è certamente il più emblematico esempio di risemantizzazione operata sul fronte delle credenze; la sua affermazione non è sempre stata facile e pacifica. Del resto esso è giunto piuttosto tardivamente nella storia dell’uomo, dopo millenni di civiltà e, naturalmente, di religiosità. Sono stati necessari lotte, spargimenti di sangue (e non solo da parte dei cosiddetti martiri onorati dalla Chiesa), alleanze con imperatori prima e politici dopo… Alla fine ha avuto la meglio…o forse no. Sarebbe meglio forse dire che la sua vittoria si fonda su non pochi “piccoli” compromessi di varia natura. Uno tra questi è la connivenza con quei riti, usi e costumi fortemente radicati e difficili da debellare, i quali avevano si un referente sovrannaturale, divino, ma non certamente riferito al Dio della cristianità con la sua Madonna e i suoi santi. Le gerarchie cattoliche, riconoscendo tuttavia l’incomparabile capacità di quest’immenso patrimonio atto a soddisfare la pietas popolare, hanno dovuto nel tempo elaborare strategie di riformulazione e ricontestualizzazione di questi residui dell’antichità, riuscendo in più occasioni a darsi anche delle giustificazioni sul piano teologico-dottrinale che ne legittimassero la sussistenza all’interno della propria dimensione puramente liturgica. Fin dalle origini, la Chiesa ha saputo assumere e integrare di volta in volta, nella sua progressiva inculturazione, forme celebrative preesistenti dotate già di per sé di una propria struttura e solidamente radicate nelle rispettive comunità; ha assimilato processioni, rituali, rogazioni, litanie traducendoli in eventi liturgici dalla natura ibrida per contenuto e forma; è giunta persino a dogmatizzare forme devozionali che si erano sviluppate autonomamente a partire dal Medioevo e fino al secolo scorso (forme di culto eucaristico, titoli devozionali riferiti a Cristo o alla Madonna entrati a far parte del calendario liturgico, per non parlare della lunga schiera di presunti santi ecc.).


Un percorso di assimilazione che si rendeva necessario, diremo obbligato, al fine di rendere meno traumatico il passaggio dal paganesimo al cristianesimo. I territori che andava mano a mano “evangelizzando” presentavano infatti una varietà di culti e di divinità tale che difficilmente poteva essere sostituita con una religione che, almeno in origine, si proponeva una certa sobrietà ed essenzialità. Alle tante divinità più o meno importanti, si aggiungeva il mito variamente espresso della Grande Madre che difficilmente poteva essere assimilato al Dio d’Israele. In tale processo il cattolicesimo ha dovuto quindi anche staccarsi dalla rigidità monoteistica che imponeva al cristianesimo delle origini (di radice giudaica) un culto esclusivo rivolto verso quell’unico Dio: la Madonna e i Santi, riuscivano a compensare degnamente tale deficit e, seppur teoricamente ritenuti semplici modelli da imitare, non destinatari di un culto al pari di Dio, di fatto nella pratica sono oggetto di una venerazione tale da rendere il più delle volte molto labile questa distinzione.

Omnia mutantur, nihil interit (tutto muta, nulla perisce): il 25 dicembre del 274 a. C. l’imperatore Aureliano consacrava a Roma il tempio di Sol Invictus, istituendovi la festa del Dies Natalis Solis Invicti, un culto, questo, legato al solstizio d’inverno e che aveva una più antica origine in Oriente (Egitto e Siria) come ci riporta anche il vescovo Epifanio di Salamina. Sol Invictus, figlio del dio Aios e della Vergine Kore dovrà, con l’avvento del cristianesimo, cedere il giorno della sua natività a Gesù Cristo figlio della Vergine Maria. Il culto di Sol Invictus ha peraltro profonde analogie con quello del dio Mithra, nato in una grotta 14 secoli prima di Cristo, nella notte tra il 24 e 25 dicembre, e morto come Cristo all’età di 33 anni. Nelle cene di Mithra si consumavano pane e vino; l’Eucarestia cristiana appare come una raffinata riformulazione di fenomeni cannibalici, come nelle cene teofagiche di alcune tribù messicane nelle quali i prigionieri di guerra venivano mangiati perché ritenuti personificazioni del Dio, o come l’omofagia dionisiaca ed i banchetti degli esseni; già un millennio prima della venuta di Cristo, gli egiziani adoratori del dio-Sole Aton chinavano il capo all’elevazione dell’ostensorio da parte dei sacerdoti (antesignano dell’attuale ostensorio a raggiera, adottato dalla Chiesa Cattolica solo nel XV secolo ad opera di Bernardino da Siena).


Antichi culti legati alla fertilità ed al sopraggiungere della primavera venivano tributati alla divinità nordica Eostre. Gli antichi popoli di Egitto, Persia, Grecia fino a Roma in occasione delle feste di primavera mangiavano uova (simbolo di vita e di fertilità) colorate; i persiani ne facevano dono; nelle tavole dei caldei si consumavano uova dipinte e focacce calde con sopra inciso il segno della croce. Come non riconoscere in queste antiche usanze quelle tuttora in voga presso i cristiani cattolici in occasione della Pasqua?

I templi dedicati alla Vergine Iside, divinità egizia il cui culto è stato tra i più celebrati tanto in Oriente quanto in Occidente, vennero riconvertiti in santuari mariani, e le statue della bella Vergine Iside “Regina Caeli” con in braccio il figlio Horus, vennero distrutte o semplicemente trasformate in Madonne (sebbene alcune tra le più venerate effigi della Vergine Maria abbiano conservato più palesemente le sembianze della nera Iside, vedi ad es. la Madonna del Tindari in Sicilia); Iside viene spogliata anche del suo appellativo di “Regina Caeli”, che ritroviamo tra i tanti elencati nella litania della B.V. Maria. Analogamente i templi dedicati al dio Giove vennero trasformati in chiese dedicate a un santo mai esistito: San Giovenale, mentre il mito di Cadmo che uccide il drago diventa il popolarissimo e veneratissimo San Giorgio, la cui agiografia è alquanto oscura. Sono solo alcuni esempi di quella opera di “riciclo” operata da parte della Chiesa per domare e convogliare quel “fuoco di tradizioni” entro l’alveo del “proprio patrimonio”, tanto da poter affermare con il versetto biblico dell’Ecclesiaste 1,9: Nihil sub sole novum (nulla di nuovo sotto il sole). Con l’ineluttabile mutare dei tempi, la Chiesa  – in virtù del suo forte istinto di conservazione – è, di volta in volta, costretta a rivedere certe sue posizioni. Troppo spesso, poi, si è vista tacciata di politeismo e idolatria da parte di altre religioni occidentali.

In una delle quattro costituzioni emanate dal Concilio Vaticano II (1962-1965), la “Sacrosanctum Concilium” del 4 dicembre 1963, i padri conciliari hanno cercato di fornire un indirizzo d’azione sul come armonizzare tra loro liturgia e pietà popolare, affidando tale gravoso compito ai vescovi: ciascuno di questi all’interno della propria diocesi si trova a doversi confrontare con una qualche forma di residuo pagano (o pietà popolare che dir si voglia). Ciascuno ha dunque dal canto suo recepito e attuato tali istruzioni seguendo il proprio discernimento, e non sempre con successo; in taluni casi si è esercitato un vero e proprio abuso di potere al fine di estirpare quegli elementi che, pur connaturati alla cultura di un popolo, venivano ritenuti dissonanti con la corretta pastorale.


Il dettato conciliare pone la Liturgia al centro della vita cristiana, a cui ogni altra manifestazione deve necessariamente adeguarsi o soccombere. Tuttavia, la liturgia ufficiale postconciliare in molti casi non sembra aver soddisfatto a pieno le esigenze celebrative delle comunità di riferimento; nei casi in cui ha drasticamente espugnato e soppiantato quanto di genuinamente espresso dalla pietas popolare, ha spesso generato un vuoto che non rende giustizia alla ineguagliabile varietà e ricchezza espressiva di alcune celebrazioni cosiddette “extraliturgiche”, suscitando in più occasioni nei fedeli un irrefrenabile riflusso verso forme rituali dal sapore arcaico. Uno scacco che la Chiesa Cattolica sperimenta non solo nei nuovi territori di missione, come l’Africa o l’America Latina, ma anche, o forse più, nel suo Paese roccaforte, l’Italia. È qui, tra le file di quanti si professano “cattolici” praticanti e non, dal nord al sud e d’ogni ceto sociale, che sopravvivono tenacemente credenze pseudo-religiose dalla forte componente esoterico-superstiziosa; ed è qui che ci troviamo a contemplare uno scenario quanto mai intessuto da una ricca trama di tradizioni con le loro suggestive e multiformi manifestazioni. A dispetto dei tempi e dei tanti proponimenti, resiste quindi, integrata o parallela all’ortodossia cattolica, una liturgia popolare (frutto di un’evidente “anima pagana” mai sopita), che si veste d’un folklore denso di profumi, colori e sapori, di gesti rituali e consuetudini irrinunciabili.


Un paganesimo delle origini, ora vestito di pietà popolare, che a dispetto della sobrietà liturgica istituzionale, a lungo invocata, irrompe puntuale con i suoi eccessi, con le sue drammatizzazioni, i suoi costumi, i suoi idoli scolpiti e rivestiti d’oro e argento, le sue processioni, i suoi pellegrinaggi con tanto di mercimonio, gli ex-voto in cera e metalli, le reliquie-feticcio, il devozionismo tanto assetato di nuovi santi e nuovi miracoli… Se nelle regioni del Sud Italia, in Sardegna o in paesi come la Spagna tali manifestazioni suscitano il fervore di chi vi prende parte e riescono a sedurre lo sguardo di chi vi assiste, grazie al fantasmagorico spettacolo cui danno luogo (con tanto di marce, fuochi e luminarie sfarzose), è sufficiente recarsi in un qualunque santuario italiano e non (gli itinerari del turismo religioso rappresentano un vero e proprio business e proprio come le ditte di pompe funebri non temono crisi) per rendersi conto di quali e quante contaminazioni rituali si celino al loro interno. Sacro e profano, paganesimo e cristianesimo si intrecciano, si influenzano a vicenda, formano un inestricabile connubio. Certamente il risultato offre al volgo un’attrattiva maggiore rispetto alla sobrietà di una celebrazione liturgica, e in molti casi risulta anche più redditizio!

Francis Weiser in “The Easter Book” dice: “La Chiesa ha elevato il simbolismo precristiano della natura a rito cristiano sacramentale. Le usanze non cristiane hanno reso attraenti gli aspetti soprannaturali del periodo (liturgico).”.

Giuseppe Maggiore

Link articolo su Amedit

lunedì 2 gennaio 2012

IL MIO PADRE PIO (di Mario Trevisan)

Voglio divulgare questo interessante articolo dell'amico Mario Trevisan, una interessante e esemplare testimonianza del suo incontro con Padre Pio, in modo da dare una bella immagine di un altro personaggio ridicolo della cristianità, ma che continua a far abboccare molti pecoroni, grazie Mario.


Forse la cosa può non interessare alcuno, tuttavia provo a raccontarla come posso. Si dà il caso che nella mia giovinezza abbia avuto l’occasione di incontrare l’allora già famoso Padre Pio.
      Il santone aveva fama di penetrare le coscienze, di vedere dentro l’anima delle persone, insomma era considerato un chiaroveggente che stupiva creduli e scettici.
      Il cinema ha esaltato tali qualità e molte serie televisive hanno rappresentato innumerevoli e commoventi testimonianze elogiative, celebrative, agiografiche.
      Io sono rimasto affatto coinvolto non avendo trovato alcunché di straordinario nel mio incontro, anzi, a dir la verità, fu un’esperienza piuttosto deprimente.
      Non so se mi fossi proposto di testimoniare, diciamo a Porta a Porta, sarei stato accet-tato perché avrei rappresentato una voce fuori dal coro.
      Riassumo brevemente la cronistoria.
      La mia anziana sorella era stata suggestionata da una ancor più anziana amica con fervidi racconti sulle performances del santo pugliese. Per un motivo che dirò più avanti, la sorella insistette alquanto affinché l’accompagnassi a San Giovanni Rotondo, offrendomi viaggio e soggiorno gratis.
      A quel tempo (1959) io ero uno zelante giovane fresco di Azione Cattolica, dirigente Acli e gruppi giovanili d.c. e, tutto sommato, abbastanza curioso di vedere da vicino il …fenomeno.
      Essendo il tutto a costo zero, soddisfacendo al contempo il desiderio della sorella maggiore, accettai la proposta. Giunti colà, prendemmo alloggio in un alberghetto dirimpetto al convento dei cappuccini.
      Rimasi sorpreso che la sorella non prenotasse subito la confessione, adducendo una qualche indisposizione psicofisica momentanea.
      Io invece prenotai l’audizione penitenziale mettendomi in lista d’attesa, che durò quattro giorni, durante i quali partecipavo devotamente alla messa mattutina, anzi notturna, celebrando il padre alle cinque della notte o, se si vuole, del mattino.
      Durante il giorno gironzolavo per la chiesa per curiosare, non per meditare, poiché era impossibile trovare la tranquillità per un minimo di concentrazione in quel frastuono di pellegrini e gruppi femminili di vocianti corali preghiere incrociate.
     Il paese poi era tutto un bazar orientale di negozi e negozietti, chioschi e bancarelle che offrivano l’imbarazzo della scelta fra un’infinità di cianfrusaglie sacre e profane per tutti i gusti e tutte le tasche.
      Quand’ero sazio delle mie ricognizioni rientravo in albergo immergendomi nella lettura. Ho sempre avuto l’abitudine di portare con me qualche libro. Con un libro la solitudine e la noia non ci sono mai…
      Giunto alfine il grande momento, verso le ore 9.30 circa del quarto giorno fui introdotto nella sacrestia dove, in un angolo, sedeva il Padre accanto a un inginocchiatoio.
     Io ero abituato a confessarmi con sincerità, poiché altrimenti sarebbe stato inutile e sacrilego. In questa circostanza, poi, sarebbe stato impossibile mentire dal momento che il Nostro sapeva leggere nel pensiero altrui…
      Sia lodato Gesù Cristo, sempre sia lodato !
      Provai subito un senso di soggezione in quanto il confessore mi appariva piuttosto corrusco. Il dialogo fu il seguente:

Frate - da guando dembo non di gonvessi ?
Penitente - da un mese
Frate - hai berso messa ?
Penitente - no
Frate - hai bestemmiado ?
Penitente - no
Frate - di sei inguiedado ?
Penitente (a questo punto mi inceppai. Cercai rapidamente di definire
dentro di me il senso di questa domanda. Cosa voleva dire
inquietato? Essere inquieto, ossia preoccupato, turbato,
impensierito… altro non mi sopravvenne…)
- Risposi: ma, non so, forse, mah …
Frate - gome vorse, si o no ?
Penitente - ma… è un peccato questo ?
Frate - gome non è peggado !
Penitente - ma, non so…
Frate - vai, gorrèggede e dorna a gonvessardi !
Penitente - non mi dà l’assoluzione ?
Frate - no !
Penitente - perché ?
Frate - gorrèggede e dorna a gonvessardi !

      Confuso e avvilito mi alzai e uscii sfilando lungo la teoria degli altri penitenti in attesa del loro turno.
      Quando tornai in albergo, la sorella eccitata mi chiese subito: e allora com’è andata ? Le risposi asciutto: non mi ha dato l’assoluzione !
      Ah ! no ! neanche a te ? Ah, beh, allora non ci credo più ! Io pensavo di essere così indegna da non meritare misericordia, ma tu così devoto, perché mai ?
      Ecco spiegato l’arcano. Mi aveva portato laggiù come cavia per vedere se avesse trattato un…”puro” come aveva trattato lei in precedenza.
     Risposi, forse il Pio non era in giornata…
     E così ritornammo a casa in uno stato d’animo diverso; mia sorella era sollevata ed euforica perché convinta di non essere stata respinta per indegnità, bensì per calcolo astuto di promozione turistico-religiosa; io stavolta inquieto sì, e confuso.
      Da un lato non volevo pensare male, che il frate cioè usasse questi trucchi (che peraltro sentii raccontare fossero abbastanza frequenti) per indurre i creduli tremebondi a ritornare nelle lunghe liste d’attesa, con i costi connessi; dall’altro opinavo che se fosse vero che intravedeva tutto, avrebbe saputo che abitavo a più di mille Km. di distanza e tornare a confessarmi non era come andare alla parrocchia sotto casa…
      Ma ciò che mi conturbava di più era quale peccataccio fosse mai questo “inguiedado”.
      Feci un test a molti amici per sapere cosa volesse significare il vocabolo “inquieto” e tutti convennero nel dargli il significato che ne davo io. Solo molti anni dopo, per caso, durante le mie vacanze a Otranto venni a saper che i pugliesi usano il verbo “inquietarsi” e derivati per intendere: impazientirsi, stizzirsi, ma più spesso, adirarsi. Il peccato sarebbe stato l’ira, dunque; va a sapere…
      Quindi il frate veggente non seppe nemmeno capire che il suo dialetto non poteva essere compreso da un nordista ignorante quanto lui.
      Il mio confessore, al quale raccontai l’accaduto, mi disse che il santo vedeva probabilmente le cose in un senso superiore, globale, e che nell’economia della salvezza solo i santi, che godono della visione di dio, conoscono i disegni imperscrutabili della provvidenza. Noi, come al solito, dobbiamo inchinarci di fronte al mistero, avere umiltà, pregare, adorare e sperare nella misericordia di dio, anche se le sue vie ci sembrano tortuose e incomprensibili…
      Beh… andò a finire che la sponsorizzazione turistica che funzionò per mia sorella (e chissà per quanti altri) con me non andò a buon fine.
      La mia fede cominciò a vacillare e incominciai a cercare di saperne di più.
      La mia ricerca fu lunga e seria: studiai teologia sui testi canonici e su un sacco di libri con l’imprimatur, ma per onestà intellettuale e per principio metodologico esaminai anche opere di autori critici e liberi pensatori.
      Studiai e discussi anche più del dovuto per saperne abbastanza e da molti anni vivo serenamente il mio ateismo, sorridendo di quella buffa esperienza e dell’ingenuità di quegli anni verdi in cui funzionava ancora l’imprinting a senso unico ricevuto ossessivamente nell’infanzia violata.
      Padre Pio, non avrai il mio scalpo !

Mario Trevisan

martedì 20 dicembre 2011

IL PAPA CHE RISCRISSE LA BIBBIA


di Marco Capurro


Sisto V (Felice Peretti, il cardinal Montaldo) fece in cinque anni un lavoro che ne avrebbe richiesto cinquanta. Costrinse squadre di uomini a lavorare giorno e notte per sistemare la cupola di San Pietro. Fece spostare l'obelisco, palmo a palmo, da centinaia di uomini e muli fino all'attuale posizione nella piazza. Costruì la Libreria Vaticana. Fece erigere un acquedotto che portasse l'acqua fino al centro di Roma. Si meritò ampiamente il soprannome "Il Turbine Consacrato". 


Insieme ad una titanica energia c'era però uno straordinario egotismo.
Egli affermò il suo potere temporale su principi e re. Quando Roberto Bellarmino, uno dei più strenui difensori del papato dall'epoca di Tommaso d'Aquino, suggerì nel suo libro "Controversie" che il papa aveva solo una giurisdizione indiretta sui reggenti del mondo temporale, Sisto lo censurò spietatamente.
Egli, dichiarò, poteva per qualsiasi motivo e comunque gli piacesse nominare o licenziare chiunque, compresi gli imperatori.
Censurò anche il teologo Vittorio per aver osato dire che era giusto disobbedire ad ingiusti ordini di un papa. Lui, Sisto V, mise all'indice entrambi i libri di questi due "rinnegati".

I cardinali della Congregazione dell'indice erano terrificati dal dover dire a sua Santità che entrambi gli autori citati (Bellarmino e Vittorio) basavano i loro scritti su innumerevoli documenti dottrinali di santi e studiosi cattolici. Il Conte Olivares, ambasciatore spagnolo a Roma, scrisse al re Filippo II° che i cardinali tenevano la bocca chiusa "per paura che Sisto potesse fargli sentire il duro sapore del suo temperamento e, forse, costringerli a mettere all'indice persino i santi stessi".

Sisto si comportò molto male soprattutto con il gesuita Bellarmino, che aveva cooperato con lui nell'edizione dell'opera completa di Sant'Ambrogio, nel corso della quale il papa aveva ogni volta stravolto il giudizio del suo collaboratore.

Lo stesso atteggiamento il papa lo tenne verso la Bibbia ed i risultati furono drammatici.
La versione latina della Bibbia, la Vulgata, era opera di San Gerolamo nel quarto secolo ed aveva avuto un posto significativo nel corso del Medioevo.
 Il Concilio di trento (1546) aveva stabilito che la "Vulgata" era la versione autentica della Bibbia ed essa sola doveva essere usata nei sermoni, discussioni o letture.
Purtroppo il lavoro di riporto dei copisti aveva prodotto molti errori e la stampa moltiplicò il numero degli sbagli. Con la Riforma i Protestanti produssero la loro personale versione della Bibbia e diventava imperativo che anche i cattolici potessero fruire di un testo affidabile della Vulgata in tutte le discussioni.
Dopo tre anni di pontificato, nel 1588, gli venne presentato (a Sisto) il testo finale predisposto dalla commissione di studiosi a cui aveva dato l'incarico. Secondo il pontefice c'era troppo lavoro di ricerca, troppe variabili interpretative. Il papa scacciò il capo della Commissione, il cardinal Carafa, fuori dalla stanza urlando che avrebbe provveduto lui personalmente.
In una Bolla di 300 parole dichiarò che lui, il papa, era l'unico soggetto in grado di produrre una "autentica Bibbia" per la Chiesa.

E lo fece.
Lavorando giorno e notte (soffriva d'insonnia), operando su di un testo popolare e provvedendo ad aggiunte personali dove gli sembrava fosse opportuno, completò l'opera in circa diciotto mesi. Cambiò radicalmente il sistema di riferimenti. Cambiò i capitoli, che erano stati strutturati abilmente da Roberto Stefano nel 1555 ed erano universalmente adottati. Dimenticò addirittura interi versi e cambiò i titoli dei Salmi.


Tutte le vecchie bibbie e tutti i testi scolastici divennero di colpo obsoleti.
Nel 1590 gli furono presentate le prime copie "in folio". "Splendido" disse il papa, finché non si accorse delle centinaia di errori di stampa. Per non perdere tempo provvide personalmente alla correzione delle bozze (ci mise sei mesi) passandole poi alla stampa, mentre la sua Bolla "Aeternus ille" era già pronta da tempo e recitava autoritativamente: "Nella pienezza del potere Apostolico, Noi dichiariamo e decretiamo che questa edizione....approvata per l'autorità conferitaCi da Dio, deve essere ricevuta e tenuta come vera, legittima, autentica, ed inquestionabile in tutte le discussioni, letture, preghiere e spiegazioni pubbliche e private". A nessuno era permesso, editore o libraio, di deviare di una virgola da questa finale ed autentica versione della Bibbia latina. Chiunque contravvenisse alla Bolla papale doveva ritenersi automaticamente scomunicato e solo il papa poteva assolverlo. Erano previste anche punizioni materiali e temporali.
Verso la metà di aprile furono distribuite copie a cardinali ed ambasciatori. Quattro mesi dopo il papa era morto.

Papa Gregorio XIV
Il papa successivo morì dopo dodici giorni di pontificato (Urbano VII). Toccò quindi a Gregorio XIV cercare di porre rimedio alla questione della Bibbia. Ma come fare? Una Bibbia era stata imposta al mondo cattolico con l'intero peso del potere papale, ma era piena di errori. Il mondo accademico era in subbuglio ed i Protestanti si divertivano un sacco per l'intera faccenda. Il cardinal Bellarmino , rientrato a Roma dall'estero e personalmente sollevato per la morte di Sisto V, che l'aveva messo all'indice, suggerì a Gregorio XIV, invece di proibire la Bibbia, di farla correggere, ove fosse possibile, cercando di recuperare tutte le copie messe in circolazione e sostenendo che tutti gli errori derivavano "da sbagli degli stampatori e di altre persone (il riferimento a Sisto è inequivocabile). Un'intera truppa di studiosi si sistemò in un'apposito edificio sulle colline Sabine, a 30 km da Roma, e lavorò bestialmente per cercare di identificare e rettificare tutti gli errori commessi da Sisto.


Alla fine del 1592, sotto il papato di Clemente VIII, il "nuovo testo" venne stampato e distribuito immediatamente con una lunga prefazione che spiegava come Sisto, accortosi degli errori, avesse deciso di dare corso ad una nuova riedizione, la quale, in seguito alla sua morte, era stata portata a termine dai suoi successori. Giocando sull'equivoco Bellarmino suggerì anche che la nuova versione (passibile anch'essa di molti errori, che infatti ci sono) non dovesse obbligatoriamente essere l'unica permessa e/o accettata.
I commenti degli studiosi su questa serie di menzogne e falsificazioni miranti a nascondere gli errori e la supponenza del papato, furono e sono pesanti.
Thomas James, studioso e libraio londinese, che potè esaminare e verificare il contenuto di entrambe le versioni, scrisse nel 1611:"Ci troviamo ad avere due papi uno contro l'altro. Sisto contro Clemente , Clemente contro Sisto, litigando, scrivendo e discutendo sulla bibbia di Gerolamo...per quanto concerne i cattolici la Bibbia è come un naso di cera che i papi modellano a seconda di quello che conviene loro...se un papa dicesse che quello che è bianco è nero e quello che è nero bianco nessun cattolico oserebbe contraddirlo."

L'affare del papa che riscrisse la Bibbia dimostra una volta ancora che la dottrina che il papa non può sbagliare è di per se erronea, conduce a creare proprie personali versioni della Storia e costringe anche uomini moralmente corretti, come Bellarmino, a mentire in favore della Chiesa.
Ma Bellarmino invece di essere ricordato per aver messo in atto una discreta "cover up" a favore di Sisto V, è noto soprattutto per aver distrutto vita e carriera di uno straordinario laico, Galileo.



        Di Marco Capurro
        tratto da: VENTI SECOLI DI PAPATO

lunedì 19 dicembre 2011

ALTRE VARIE ERESIE


 Di Marco Capurro

La più continua e persistente mancanza di ortodossia in Roma si verificava nell'ambito sacramentale. In parte questo può essere spiegato con il collasso verificatosi nell'apprendimento con le invasioni barbare. I Greci, infatti, tendevano a considerare Roma come "piena di zotici".

Dall'ottavo secolo in poi alcuni papi annullarono le ordinazioni ecclesiastiche e ri-ordinarono i preti. Tutto ebbe inizio con un antipapa, Costantino II, nell'anno 769, ma , come abbiamo già visto anche tutte le ordinazioni di papa Formoso, il cadavere processato quale eretico, vennero dichiarate invalide.

La domanda che sorge spontanea è : esistono validi sacramenti in una nazione nella quale il clero è stato ordinato da un papa eretico? Sia Stefano VII, sia Sergio III, l'amante di Marozia, stabilirono che le ordinazioni di un papa eretico erano "invalide". La conseguenza , se logicamente seguita, porta a far considerare nulli tutti i sacramenti impartiti da sacerdoti la cui ordinazione era invalida (matrimoni, battesimi, etc.), questione sulla quale però in genere si è sempre glissato.

Alcuni papi stabilirono che quando la simonia entrava in un ordinazione vescovile, la nomina era invalida. Così decise Leone IX (1049-54), che riordinò molti preti. Gregorio VII rinforzò questa convinzione, affermando che quando in una nomina entrava il denaro, la nomina era SEMPRE nulla. Urbano II andò ancora oltre stabilendo che anche se un vescovo non pagava per la sua ordinazione (simonia), se riceveva l'ordinazione (veniva fatto vescovo) da un vescovo che invece aveva pagato, anche la sua ordinazione era nulla. Questa strana, logica, ma eretica interpretazione venne estrinsecata nei decreti di Graziano , non trovando però nessuna rispondenza nella Chiesa d'Oriente, che se ne tenne saggiamente distante.

Nel 1557 Paolo IV , nella sua Bolla Cum ex Apostolatus officio , confermò questa stramba tesi che, se presa sul serio, avrebbe fatto scoppiare la Chiesa ed il suo sistema sacramentale come una bolla di sapone. Per fortuna nessuno pensò seriamente di portare la faccenda alle sue estreme conseguenze.
Decisioni non ortodosse sono quelle assunte da papa Pelagio , che dichiarò che per un valido battesimo è indispensabile l'invocazione della Trinità, (papa Nicola (858-67) per fortuna riaffermò poco dopo che bastava invocare Gesù) , e che la cresima impartita da un semplice sacerdote era nulla (spazzando via d'un colpo tutte le cresime della Chiesa Greca) e mettendo in dubbio anche, a cascata, le comunioni e nomine di preti e vescovi greci.
Stefano II (752) stabilì , contro le tradizioni, che il matrimonio tra un uomo libero ed una schiava, anche se entrambi cristiani, poteva tranquillamente essere sciolto per permettere all'uuomo di risposarsi (una specie di divorzio maschilista ante litteram).
Urbano III dichiarò che un matrimonio tra cristiani, anche se consumato, può essere sciolto. Celestino III (1191-8) , dandoci ancora più dentro, decise che un matrimonio "consumato" e tra cristiani può essere sciolto senza tema se uno dei due coniugi diventa eretico. Questa cazzata venne ripresa anche da Innocenzo III, che a conferma, citò l'assoluta necessità di attenersi al Libro del Deuteronomio alla lettera, dimenticando che il Deuteronomio permette tranquillamente al marito di divorziare.

Anche la comunione ebbe la sua dose di eresie, con papa Nicola II (1059-61) che affermò che nell'eucarestia è "materialmente" possibile toccare con le mani e mordere con i denti il "reale" corpo di Cristo. Quasi come dire che Cristo continuava ad essere torturato dai fedeli anche dopo morto.
Papa Nicola II

Quando Clemente V morì, nel 1314, il conclave ci mise due anni a trovare un successore. Finalmente , disperati, scelsero Giacomo Duèse di Cahors che a Lione, il 7 agosto, divenne pontefice prendendo il nome di Giovanni XXII.
Papa Giovanni XXII

Sembrava la persona più adatta, settantaduenne, piccolo, delicato, di apparenza malaticcia questo figlio di un ciabattino non avrebbe dovuto durare a lungo.
Le cose andarono diversamente.
Giovanni XXII dimostrò di essere duro e resistente, ambizioso, avarissimo, più mondano di un magnaccia e con una risata che scoppiettava con indubitabile malizia. Questo fragile e piccolo mostro avrebbe tenuto duro diciotto tempestosi anni.

Quando assunse la carica il tesoro era completamente vuoto. Clemente V aveva dato via tutto ai suoi parenti. Giovanni rimediò in fretta commerciando in tutto quello che era commerciabile. Vendette tutto ciò che un francese pieno di fantasia può immaginare: il perdono aveva un prezzo qualsiasi fosse stato il crimine. Un tanto per l'assassinio, un tanto per l'incesto o per la sodomia. Peggio i fedeli si comportavano, più ricco diventava il papato. Quando una lista "pirata" dei prezzi venne fatta circolare, si credette che fossero stati i nemici della chiesa a produrla. Era vero, ma i nemici della Chiesa erano il papa e la Curia. Concedevano ai peccatori il diritto di peccare e di evitare le conseguenze dei loro peccati.

La passione del papa per le guerre (italiane) gli faceva spendere grandi somme in armamenti ed eserciti, tanto che un suo contemporaneo disse di lui:" il sangue che il papa ha sparso avrebbe reso rosse anche le acque del Lago di Costanza, e con i corpi di coloro che ha squartato avrebbe potuto costruire un ponte da una sponda all'altra.

Nella sua Bolla Cum inter nonnullos" del 12 novembre 1323, sconfessando quasi tutti i suoi predessori, stabilì che: "sostenere che Cristo e gli Apostoli non avevano proprietà rappresenta una perversione delle Scritture". La povertà gli stava proprio sulle balle, tanto da convincerlo ad assumere anche procedure punitive verso i francescani per farli dichiarare eretici. Ma quest'ultima operazione diede il destro al'imperatore Luigi (Ludovico il Bavaro) di Bavaria di accusarlo di eresia (Ludovico era già incazzato per le pretese del papa di assumere il potere imperiale nel corso degli "interregni"). Lo chiamò "anticristo", lo depose e ne nominò un altro. La scelta dell'imperatore cadde su Piero di Corbario, decrepito francescano che assunse il nome di Nicola V.
Sfortunatamente Nicola risultò essere sposato, con figli e nemmeno prete. Ludovico comunque, pagata la moglie del papa affinché non rompesse, lo tenne sul trono papale fino al 1329, quando si stancò e lo affidò alle mani di Givanni XXII (ritornato papa), purchè promettesse di non trattarlo male. Cosa che , stranamente, nel complesso Giovanni fece, pur tenendolo prigioniero nel palazzo papale di Avignone per tutto il resto della vita.

Alla fin fine Giovanni XXII aveva trionfato: Cristo e gli Apostoli non avevano condotto una vita di povertà, anzi!.

Nel 1331 Giovanni nella chiesa di Notre-Dame des Dome (Avignone) sostenne , dopo aver fatto morire di fame un domenicano che affermava che le anime dei giusti vedono Dio immediatamente, che le anime dei giusti non possono vedere Dio prima della "risurrezione dei corpi" (il giorno del Giudizio Universale).
Sono infatti ancora "sub altare Dei" (sotto l'altare di Dio) e soltanto dopo il Giudizio Universale essi saranno "super" (sopra l'altare di Dio) e potranno vederlo. Nessuno ebbe il coraggio di dirgli che stava commettendo eresia.
Il 5 gennaio 1332 allargò la faccenda all'inferno. Nessuno, egli disse, era ancora all'inferno. Solo alla fine del mondo i dannati sarebbero andati ai loro tormenti.

Per la seconda volta Giovanni venne dichiarato eretico, basandosi sul semplice assunto che se la beata Vergine ed i santi non erano in paradiso a contemplare Dio, come avrebbero potuto intercedere per i viventi. E perché i cristiani avrebbero dovuto pagare il papa per il perdono e le indulgenze quando, alla loro morte, non sarebbero nemmeno andati subito in paradiso?

Giovanni, malgrado tutte le forze in campo contro di lui, continuò a tergiversare fino alla propria morte, il 4 dicembre 1234. Qualche tempo dopo venne pubblicata una Bolla a suo nome, nella quale egli revocava tutte le sue precedenti affermazioni. Nessuno può dire se fosse veramente opera sua, ma quello che è certo è il fatto che il suo successore, Benedetto XII, affermò immediatamente che i santi godono della visione beata subito dopo la morte.

Nel 1572, quando Gregorio XIII divenne papa, il cardinal Montaldo si ritirò a vita privata. Per tutto il periodo successivo fece spargere voci che lo davano in punto di morte. Nelle rare occasioni di riunione con i cardinali egli tossiva continuamente e dava segni di estrema debolezza. Si aggiunse otto anni di età per sembrare più vecchio e decrepito e affettava in pubblico continue dimostrazioni di umile fragilità.

Alla morte di Gregorio, nel 1585, Felice Peretti da Montaldo (il cardinale di cui sopra) si presentò al Conclave, truccato da vecchio, barcollante su un paio di grucce e piegato in due dal peso dell'età. Sembrava un candidato perfetto per il papato ed infatti fu eletto. Dal racconto di Leti, suo biografo, risulta che dopo l'elezione gettò via le grucce e si raddrizzò gridando : "Ora IO sono Cesare".

Ma ne parleremo nel prossimo articolo.







Di Marco Capurro
        tratto da: VENTI SECOLI DI PAPATO

domenica 18 dicembre 2011

L'ERESIA PAPALE

Di Marco Capurro

Intro:

Da tutta questa pappardella e dalle pagine esposte mi sembra emerga evidente l'assoluta fallibilità dei papi (sia che parlino ex cathedra, sia no) e l'assoluta impossibilità di stabilire quando ed in quali condizioni il pontefice abbia titoli per vantare una qualche ragionevole capacità di rappresentare il vero.

"Un gran numero di papi erano (sono) eretici."
Per un cattolico questa frase avrebbe il sapore di una frase ingiuriosa detta da un Protestante. Un papa eretico sembra una "contraddizione in termini", come la quadratura del cerchio.
La citazione non è di un Protestante ma di papa Adriano VI, nel 1523, "Se per Chiesa Romana voi intendete la sua Testa o Pontefice, è fuori di dubbio il fatto che egli possa errare, persino in materia di fede. Egli erra quando insegna l'eresia a proprio giudizio o per decreto. In verità molti pontefici romani erano eretici. L'ultimo di essi fu papa Giovanni XXII° (1316-1334)".
Oggi sembra impossibile discutere sull'infallibilità del pontefice. Così grande è l'aura di questi personaggi che i fedeli, almeno pubblicamente, sembrano essersi bevuti il cervello.


Le differenti versioni della Bibbia

Thomas James, studioso e libraio londinese, che potè esaminare e verificare il contenuto di entrambe le versioni, scrisse nel 1611:"Ci troviamo ad avere due papi uno contro l'altro.
...per quanto concerne i cattolici la Bibbia è come un naso di cera che i papi modellano a seconda di quello che conviene loro...se un papa dicesse che quello che è bianco è nero e quello che è nero bianco nessun cattolico oserebbe contraddirlo."

Bonifacio decise di emettere una Bolla, che in seguito molti avrebbero preferito non avesse mai scritto:"Unam Sanctam" che, tra le altre cose, affermava "Esiste soltanto una santa, cattolica e apostolica chiesa, fuori della quale non esiste salvezza o remissione dei peccati...Colui che nega che la spada temporale è nel potere di Pietro interpreta erroneamente le parole del Signore:"rimetti la tua spada nel fodero".Entrambe le spade, la spirituale e la temporale, sono nella potestà della Chiesa.
Come ultima pennellata aggiunse:"Noi dichiariamo, annunciamo e stabiliamo che è senza dubbio necessario per la salvezza di ogni creatura assoggettarsi al Romano Pontefice".

Uno dei pochi critici severi (di papa Clemente VI) era il Petrarca, avvelenato dal fatto che Benedetto XII a suo tempo aveva voluto sua sorella e se l'era presa corrompendo suo fratello Gerardo.
Descrivendo , anonimamente per non essere bruciato, la corte di Avignone come "la vergogna dell'umanità, un covo di vizi, una fogna dove è raccolta tutta la sporcizia del mondo. Lì Dio viene disprezzato, solo il denaro viene adorato e le leggi di Dio vengono calpestate. Tutto quanto in quel luogo respira menzogna: l'aria, la terra. le abitazioni e, soprattutto, i letti. "

Ci sono state un mucchio di occasioni in cui cattolici hanno detto: il papato ha raggiunto il suo punto più basso, oltre non può scendere. Dante lo disse di Bonifacio VIII, Petrarca del periodo avignonese. Entrambi sbagliavano.

Angelo Corrario, Gregorio XII, veneziano di circa novant'anni, scelto dai romani perché "troppo vecchio per essere corrotto": Il papa provvide a smentirli immediatamente impegnando la sua tiara per pagare i debiti di gioco e vendendo tutto quello che poteva. Sia quello che c'era sia quello che non c'era, arrivando a vendere Roma al Re di Napoli.

Nel 1432, malgrado gli sforzi disperati della Curia per evitarlo, un Concilio di vescovi si tenne a Basilea che decise quanto segue:
Da ora in avanti tutte le nomine ecclesiastiche devono essere eseguite secondo i canoni della Chiesa; tutte le simonie devono cessare. Da ora in avanti tutti i preti, di qualsiasi rango, devono liberarsi delle loro concubine e chiunque non lo faccia entro due mesi, fosse pure il vescovo di Roma (il papa), verrà privato del suo ufficio....l'amministrazione ecclesiastica dovrà cessare di dipendere dal capriccio palale...gli abusi di bandi e scomuniche da parte dei papi dovranno cessare...la curia romana, e cioè i papi, dovranno cessare di chiedere compensi per gli incarichi religiosi...il papa non dovrà pensare alle ricchezze mondane a solo a quelle del mondo che verrà.
Si trattava di roba forte...troppo forte. Il papa regnante, Eugenio IV, convocò un proprio Concilio a Firenze, che stabilì che :"Basilea era un covo di mendicanti,....apostati, ribelli blasfemi, uomini colpevoli di sacrilegio e che, senza eccezione, meritavano di essere cacciati indietro all'inferno al quale  appartenevano."

Nel quindicesimo secolo non una voce si levava in difesa del papato e, con uomini come Francesco della Rovere sul trono, non è difficile immaginare perché.
Francesco divenne Sisto IV nel 1471. Aveva diversi figli, chiamati, secondo il costume dell'epoca, "i nipoti del papa".
Sisto fu anche il primo papa a concedere una licenza "legale" ai bordelli di Roma, che gli portavano trentamila ducati all'anno in imposte, ed a concedere ai preti di tenersi una compagna contro pagamento di un'apposita tassa. Un'altra fonte di guadagno era quella rinveniente dai permessi concessi ai ricchi di consolare certe signore in assenza dei mariti. Ma era nel campo delle indulgenze che Sisto mostrò tutto il suo genio: egli fu infatti il primo che pensò di poterle liberamente applicare ai morti. Questo costituì una illimitata fonte di guadagno alla quale nessuno dei suoi predecessori, neanche i più avidi, aveva mai pensato.
L'invenzione del Purgatorio, del quale non esiste citazione alcuna nelle scritture sacre, era elemento sostanziale di questo fruttuosissimo commercio papale. La semplice riflessione che se il papa può liberare un anima per denaro, la può ben liberare anche senza denaro, se ne può liberare una , le può anche liberare tutte e , se non lo fa, è un mostro tiranno - come giustamente rilevò Simon Fish (A Supplicacyion for the Beggars- 1529) , pareva non venire eseguita da alcuno.

Agli inizi del 1500 c'erano a Roma circa 7.000 prostitute registrate su di una popolazione di 50.000 persone. La sifilide , come disse il sifilitico Benvenuto Cellini, "era frequentissima tra i preti".

Nel milleduecento San Bonaventura, cardinale e generale dei francescani, paragonò Roma alla meretrice dell'Apocalisse, anticipando Lutero di trecento anni. Questa Puttana, egli disse, rende i Re e le nazioni ubriache con la sua puttanaggine. Dichiarò anche di non aver trovato in Roma altro che lussuria e simonia, persino nei gradi più alti della Chiesa. Roma corrompe i prelati, che corrompono i preti, che corrompono il popolo.
Dante spedì all'inferno papa dopo papa e torme di prelati.

La fissazione dell'Inquisizione e i roghi degli eretici erano per Paolo IV l'unica cosa che sembrava veramente stargli a cuore. Persino nei periodi di malattia non rinunciava agli incontri settimanali con gli inquisitori. Un monomaniaco omicida. Quando morì, nel 1559, i romani bruciarono la prigione dell'Inquisizione in Via Ripetta, una folla abbattè la sua statua sul Campidoglio e gli ebrei, che lui perseguitò selvaggiamente, gli misero sul capo un cappello giallo.
Chi lo seguì non sarebbe stato amato di più ed avrebbe peggiorato i suoi errori.
Infatti Paolo IV sapeva quello che faceva quando nominò il domenicano Michele Ghisleri suo Grande Inquisitore e questi, nel 1566, lo sostituì sul trono con il nome di Pio V.

All'epoca di Pio IX lo Stato Vaticano era il retrivo baluardo della repressione. Non c'era libertà di pensiero o di espressione. I libri erano sotto censura. Gli ebrei erano chiusi nei ghetti e la giustizia veniva amministrata a piacimento del clero, con spie, inquisitori, polizia segreta ed esecuzioni anche per reati minori. Era governato da una piccola oligarchia ecclesiastica, corrotta e viziosa e sempre in nome di Sua Santità.
Secondo Lord Macaulay, che visitò i stati pontifici nel 1838 : "...la corruzione infetta tutti i pubblici uffici...Gli Stati del papa sono, credo, quelli governati peggio in tutto il mondo civilizzato; e l'imbecillità della polizia, la venalità dei pubblici impiegati, la desolazione e l'abbandono della campagna, saltano agli occhi persino dei viaggiatori più distratti." .

Nel mercoledì santo del 1715 Clemente XI volle recarsi a Roma, dove, nel giorno seguente in San Pietro, venne letta di fronte alla folla la Bolla, "In Coena Domini", nella quale venivano scomunicati eretici, scismatici, pagani, pirati del Mediterraneo, e tutti coloro che non obbedivano al papa o non gli pagavano le tasse dovute.
Questa Bolla risaliva al 1372. Pio V l'aveva dichiarata legge eterna della Cristianità nel 1568 ed era stata confermata da tutti i papi fino a Clemente XIV° (1769-74), che, senza spiegazione alcuna, l'aveva lasciata cadere.

La decretazione più importante del Primo Concilio Vaticano (1869) fu che il papa non è soltanto un mero supervisore e/o amministratore della Chiesa. Egli possiede "piena e suprema giurisdizione della Chiesa in quelle materie che concernono la disciplina e la direzione della Chiesa sparsa nel mondo". Il potere del papa è assoluto e si estende dappertutto.
In nessuna delle scritture si trovano giustificazioni alla idiota decisione, che ha solo carattere di puro esercizio di potere politico.

Nel 1896 Leone XIII decise che gli ordini anglicani erano invalidi, abolendo tutti i sacramenti di questa confessione religiosa  (cioè: i preti non erano preti, nessuno era assolto dai peccati, quindi tutti  gli inglesi erano condannati alle sofferenze dell'inferno...)










Finale:

D'altra parte l'orrore di un Dio che condanna incolpevoli bambini ed ignari adulti ad un Inferno mostruoso solo perché non battezzati non può essere eguagliato da alcuna azione umana, per quanto terrificante. Sarei propenso a valutare Hitler ed Attila come dei patetici dilettanti di fronte alle crudeltà attribuite dai nostri gentili teologi al Dio padre di nostro Signore Gesù Cristo.

Nello stesso modo la masturbazione è peccato assai più grave dell'adulterio, in quanto più innaturale e non diretta alla procreazione. Un violentatore che indossa un preservativo nello stuprare la sua vittima è più colpevole di uno che non lo usa (si pensi all'aids ed alle donne bosniache)

Bonifacio VIII° (1294-1303) asserì che tutte le creature sono soggette al romano pontefice e che il suo papale potere si estende su TUTTI i matrimoni, anche a quelli tra infedeli, giudei, musulmani o non credenti. Tutti loro sono soggetti al pontefice, che può sciogliere i loro vincoli matrimoniali per la salvezza delle loro anime.

E' così fasullo l'insegnamento che la Chiesa non cambia mai che un cristiano del terzo secolo sarebbe rimasto stupefatto dalle dottrine medioevali in merito, ed un clerico del medioevo dagli odierni insegnamenti.

Il papa e la Chiesa continuano a trattare ogni persona impersonalmente e senza tenere conto delle differenze tra soggetti, sessi, culture ed ambiente.


        Di Marco Capurro
        tratto da: VENTI SECOLI DI PAPATO