Non esistono verità assolute o dogmi insindacabili. Questi sono solo strumenti concepiti per soggiogare la vostra mente

giovedì 1 dicembre 2011

COME CONSOLAZIONE IL REGNO DEI CIELI

DECIMO COMANDAMENTO: NON DESIDERARE I BENI DEGLI ALTRI!

un articolo di Nunzio Miccoli 
 
La chiesa cattolica ha modificato il piano dei dieci comandamenti, consegnati da Dio a Mosè sul monte Sinai, abolendo il secondo comandamento che condannava il culto delle immagini e dividendo l'ultimo comandamento in due comandamenti distinti, il nono: "non desiderare la donna d'altri" e il decimo: "non desiderare i beni degli alteri", così ha conservato i comandamenti nel numero di dieci.
Il decimo comandamento, del quale scrivo, per la chiesa non è certo il meno importante, solo accidentalmente appare in fondo alla lista, essa, con la sua manipolazione non si è sentita di stravolgere anche l'ordine dei comandamenti.
Va precisata l'esatta portata del decimo comandamento, in questo soccorre Deuteronomio (5,6-21) il quale afferma che i beni in questione sono: la casa, la terra, gli schiavi, il bestiame ed altro.
Legittimamente noi possiamo inserire nella voce altro: il denaro, i preziosi, i mobili e gli oggetti personali.
E' chiaro che il comandamento ha subito un cambiamento di portata con il trascorrere dei secoli, per esempio il richiamo alla schiavitù è diventato inattuale con la soppressione della stessa.
Con il comandamento la chiesa accusava chi desiderava la roba degli altri d'invidia sociale e consolava gli umili e i poveri ricordando che a loro era riservato il regno dei cieli.
Vale la pena di analizzare quali fossero i beni più a cuore della chiesa, cioè a cosa il divieto si riferisse concretamente nell'animo dei padri della chiesa.
I preziosi non hanno mai avuto grande importanza per il popolo, se tralasciamo l'epoca contemporanea, perché riservati a nobili e clero, il denaro era poco usato in campagna ma usato nel commercio, perché in campagna presso i piccoli contadini vigeva l'autoconsumo e con l'eccedenza prodotta si faceva il baratto; i mobili e gli oggetti personali non erano beni durevoli ed erano deperibili. Il bestiame doveva essere rimpiazzato e in ogni modo non poteva essere considerato un bene eterno.
La stesa casa è un bene stabile riferito alla vita dell'uomo ma non certo un bene eterno, perché richiede manutenzione e perisce con terremoti e guerre, infatti, essa è oggi qualificata dall'economia come bene di consumo durevole.
Alla chiesa, con il decimo comandamento interessava soprattutto difendere la proprietà della terra in mano alla chiesa e ai baroni.
Prima della rivoluzione industriale il bene più alto era la terra, il valore fondamentale ed eterno per generazioni di contadini, infatti, anche se essa dopo mille anni può perire per un processo di desertificazione, appare a generazioni di popolazioni rurali come un bene eterno ed agognato, di fame di terra si nasceva. Non a caso per il controllo della terra i popoli si sono fatta la guerra e per la terra sono scoppiate le rivoluzioni.
La dottrina economica fisiocratica, prima della rivoluzione industriale, considerava l'agricoltura come l'unica vera attività economica alla quale era subordinato anche artigianato e commercio.
I fisiocratici credevano alle virtù benefiche della natura ed esaltavano l'agricoltura e la proprietà privata della terra. Furono fisiocratici Francesco Quesnay (1694-1774) e R.J.Turgot (1727-1781).
Per i fisiocratici la natura aveva un ruolo speciale, essa erra capace di dare sostentamento all'uomo, essi erano sospettosi verso il mercantilismo e consideravano lo sfruttamento della terra come l'unica forma di produzione della ricchezza.
In effetti, ancora oggi, per convenzione, l'agricoltura è definito settore primario dell'economia, anche se nei paesi industrializzati essa produce meno reddito e ha meno occupati dell'industria o del settore terziario dei servizi.
Prima della riforma fondiaria, che in Italia fu attuata ala metà del secolo XX mentre nei paesi sottosviluppati non è stata mai attuata, i comuni contadini, servi o affittuari, al prodotto de loro lavoro dovevano detrarre la rendita o l'affitto, secondo i casi, e le tasse.
I contadini poveri perciò reclamavano la proprietà della terra alla chiesa, che era arrivata, attraverso le sue branchie, a possederne un terzo e ai feudatari o latifondisti, i cosiddetti baroni. I contadini desiderano tuttora, nel terzo mondo, una proprietà diffusa della terra e continuano a lottare contro il latifondo per un reddito maggiore a vantaggio delle loro famiglie. La chiesa in America latina possiede tanta terra e in Asia non sembra esistere la proprietà privata della terra, a tutto vantaggio dell'aristocrazia.
La chiesa a parole ha difeso gli umili e gli oppressi in realtà era con i ricchi, ai poveri prometteva come consolazione il regno dei cieli, quindi si espresse sempre contro la riforma fondiaria e la divisione dei latifondi nel corso dei secoli, in altre parole era concretamente a favore dei ricchi e contro i poveri.
Uscita dalle catacombe ben presto abbandonò il comunismo dei primi cristiani che erano poveri e schiavi e divenne essa stessa latifondista, così dopo pochi secoli, con una politica trasformista, si era riciclata a favore dei ricchi.
Solo per fare un esempio, al tempo di Sant'Agostino (354-430) in Africa settentrionale la rivolta dei donatisti, scomunicati com'eretici, fu una rivolta di contadini poveri contro i proprietari terrieri, le questioni di fede si mischiavano spesso a quelle economiche e sociali. Naturalmente Sant'Agostino difese con risolutezza gli interessi della classe dei possidenti, come anche Eusebio aveva approvato analoga repressione dei contadini da parte di Costantino (274-337).
Fino ai tempi moderni, perfino Leone XIII (1878-103), anche se con l'enciclica: "Rerum novarum" si era pronunciato a favore dei poveri, confidava nei parroci di campagna per contenere le pretese dei contadini poveri che minacciavano di occupare i latifondi.
Vale la pena di ricordare che in Inghilterra al tempo dei Tudor (1485-1603) i piccoli contadini, con una controriforma agraria, furono privati della terra privata e delle terre comuni, anche Stalin tolse la terra ai contadini a favore dello stato, con reazioni negative da parte di questi che furono ostili al suo regime. Insomma è sempre stata forte tra i contadini l'aspirazione alla proprietà della terra.
Mussolini da socialista sapeva tanto bene queste cose che affermava che un giorno i contadini avrebbero travolto i preti che si godevano la terra ipotecando il cielo per gli imbecilli. La chiesa era naturalmente alleata della proprietà fondiaria ed era proprietaria di terre essa stesa.
Per capire quanto grande fosse la fame di terra in passato si ricordi che anche Garibaldi dovette fronteggiare una rivolta contadina che reclamava la terra in Sicilia. Garibaldi in Italia meridionale attaccò la proprietà terriera ecclesiastica ma risparmiò il latifondo dei baroni, così la riforma fondiaria fu varata solo alla metà del XX secolo, favorendo però anche gli speculatori.
Del resto anche Lutero aveva scaricato i contadini, per poter difendere la sua riforma religiosa non poteva mettersi contro i principi che avevano la terra.
In Italia la riforma si fece però, per ostacolarla, gli agrari si opposero ai contadini appoggiandosi al bandito Giuliano e alla mafia.
Negli Stati Uniti all'inizio solo i proprietari di terra avevano diritto al voto e chi non aveva terra non si considerava libero, perché gli americani erano memori del servaggio degli europei legati alla terra e senza proprietà. In America Harlington affermava che il potere seguiva la proprietà della terra, non ignorando che in Europa la terra era appartenuta alla chiesa e all'aristocrazia che avevano il potere.
Thomas Jefferson (1743-1826), autore della dichiarazione d'indipendenza americana, identificava la libertà con la proprietà della terra, anche l'inglese Hilaire Belloc (1870) desiderava la distribuzione della terra per difendere la libertà di tutti.
La chiesa è sempre stata contro la riforma fondiaria, anche perché grande proprietaria tramite i suoi enti religiosi, nel 1936 essa invitò gli spagnoli ad insorgere contro la repubblica che voleva la divisione delle terre, in Spagna i gesuiti erano proprietari di un terzo delle terre.
Ancora oggi in Africa e in America latina un esercito di diseredati invoca la riforma fondiaria. Questi paesi, scarsamente popolati, con una riforma del genere e un aiuto dell'occidente per scavare pozzi e irrigare la terra, potrebbero risolvere i loro problemi alimentari. Però anche in America latina le istituzioni religioso detengono tanta terra.
In Italia, dopo la fine della seconda guerra mondiale, i contadini hanno visto crescere il loro benessere, spesso sono stati accusati di praticare il mercato nero e di sottrarsi agli ammassi, in certi momenti storici può essere stato vero, però sono stati sempre sistematicamente depredati dagli eserciti invasosi che requisivano derrate e dallo stato e dalla chiesa che li tassavano, perciò sono sempre stati poverissimi e sfruttati anche dalle città.
Nei tempi più antichi i contadini, prima di rivendicare la terra, si erano battuti anche per salvaguardare diritti comuni sulla terra, cioè le proprietà comuni dei villaggi, contro gli accaparratori parassiti, costituiti da ecclesiastici, nobili e borghesi.
 
 
LE RIVOLTE CONTADINE
 
 
Ci sono state tante rivolte contadine nella storia, per difendere la terra comune dei villaggi contro gli accaparratori, per sottrarsi agli obblighi feudali, ad imposte e corvée e per attuare, in tempi più moderni, una riforma fondiaria con la distribuzione della terra ai contadini. La storia è fatta di tante storie e qualche verità è sempre perduta, tuttavia bisogna sempre diffidare della storiografia ufficiale.
La storia è stata fatta anche da queste rivolte di contadini che reclamavano diritti sulla terra, i contadini hanno impresso perciò anche un moto alla storia, vale la pena di ricordare che ad Atene Pisistrato s'impadronì del potere appoggiandosi su questi contadini.
In Inghilterra con i Tudor e la riforma ci fu una controriforma agraria che tolse la terra ai contadini. Nel XVI secolo in Europa la maggior parte della terra apparteneva alla nobiltà e alla chiesa, in Inghilterra i contadini proprietari scomparvero per essere sostituiti da braccianti e salariati agricoli, a vantaggio della borghesia e della nobiltà terriera. Nel 1537 ci fu perciò una rivolta dei contadini spossessati, un'altra nel 1547 contro la recinzione, da parte dei nuovi proprietari, delle terre prima comuni. Negli anni 1626-1660 in Inghilterra ci furono rivolte per il libero accesso nelle foreste e nelle paludi, prima comuni, dove i contadini avevano sempre potuto cacciare e pescare. Con la bonifica di queste terre, la scarsità di terreni da pascolo comuni divenne acuta, perciò in Inghilterra, come accadde in Italia con la bonifica delle paludi pontine, gli abitanti delle paludi distrussero dighe e chiuse.
Espropriate le terre ai contadini e ai monasteri, con la riforma protestante nel XVIII secolo, l'Inghilterra poggiava su una base proletaria, il processo della riforma dei Tudor iniziò nel 1535, prima la chiesa nel paese possedeva un terzo della terra, come nel resto d'Europa.
Storicamente i servi della gleba versavano ai feudatari una parte del raccolto e facevano per loro delle corvée o lavori gratuiti, mentre i proprietari di terra hanno pagato una tassa allo stato, anche se gli aristocratici ne furono esentati. La differenza economica tra le due prestazioni in certi momenti storici potrebbe non essere stata notevole, in età moderna si arriverà a pagare contemporaneamente fitti ai proprietari e tasse stato.
Recentemente in Guatemala sono stati sterminati i contadini Maya che reclamavano la terra, la chiesa in Argentina e in Spagna possiede un terzo delle terre, oltre a proprietà edilizie, industriali e bancarie in tutto il mondo che conta. La chiesa, legata ai latifondisti, aveva sterminato nei primi secoli del cristianesimo i donatisti dell'Africa settentrionale che reclamavano le terre de latifondisti cristiani.
Lutero e Garibaldi espropriarono le terre ecclesiastiche ma non quelle dei latifondisti, i contadini delusi alimentarono rivolte contadine. Garibaldi perciò non fu ben visto dai cafoni meridionali, quando faceva requisizione in campagna per approvvigionare i suoi irregolari, i contadini si vendicavano facendo la spia ad austriaci e francesi, tra i garibaldini erano rappresentate tutte le regioni d'Italia e le classi sociali, mancavano solo i contadini.
Invece i contadini erano vicini al re di Napoli, che aveva difeso i loro diritti sulle terre demaniali comuni, contro le mire accaparratrici della borghesia liberale, perciò l'ex re di Napoli riuscì a fomentare la rivolta contadina contro i piemontesi.
Dopo la disfatta di Caporetto, nella prima guerra mondiale, il governo promise la terra ai contadini, ma la promessa poi non fu mantenuta, la riforma fondiaria poteva aspettare e fu attuata solo nel 1950, tutelando però prima gli interessi degli speculatori.
Le terre anticamente erano a gestione comunitaria, il loro uso era regolato da assemblee di villaggio alle quali partecipavano gli anziani, dalle quali nacque il senatus romano, senator viene da senior, anziano, la terra era collettiva del villaggio e non oggetto d'accaparramento, anche perché abbondante, mentre la popolazione era scarsa. Questo terreno pubblico a Roma era chiamato "ager publicus".
Poi si affermò anche la piccola proprietà contadina, accanto alla terra concessa a patrizi e soldati, però spesso i piccoli contadini erano insolventi con gli usurai e così erano espropriati accrescendo il latifondo.
I bottini di guerra, costituiti da terre conquistate, erano divisi, le terre migliori andavano agli speculatori e le peggiori ai veterani. La rivolta degli italici contro Roma fu una rivolta di popoli contadini privati dei loro diritti comuni sulla terra.
A Roma Tiberio e Caio Gracco nel II secolo a.c. cercarono di favorire la formazione della piccola proprietà contadina, Tiberio fissò un limite alla superficie posseduta in 25 ettari, perciò fu assassinato dai latifondisti, Caio ripresentò la riforma e fu costretto a suicidarsi, Livio Druso ci riprovò e fu assassinato nel'82 a.c.
Nel Nord d'Italia i galli furono privati delle terre migliori e, non riuscendo a sopravvivere nei territori in cui furono confinati, razziavano i coloni romani; perciò ci furono campagne militari per punire i ribelli che si concludevano con eccidi e deportazioni di massa. Sembra di leggere la storia dei pellirosse d'America, la storia che si ripete sempre.
Con la caduta dell'impero romano, i germani riportarono in auge la tradizione della terra comunitaria e del consiglio degli anziani, anche presso i germani esisteva la terra concessa agli aristocratici che andò a formare i feudi, quella assegnata ai guerrieri o cavalieri e piccoli appezzamenti privati di contadini. In ogni modo, come a Roma, i quadri dell'esercito erano costituiti da proprietari fondiari.
I Franchi introdussero il feudalesimo trasformando le terre comunitarie e inalienabili in concessione di latifondo per i feudatari, che poi divennero ereditarie, alienabili e frazionabili.
Borghesia e città vivevano parassitariamente sulla campagna che creò le risorse per il successivo sviluppo industriale. Con la vittoria dei guelfi prevalsero i comuni e cessarono le libere comunità agricole, con proprietà a base collettiva.
In campagna crebbe l'accaparramento di terre da parte di nobili ed enti ecclesiastici e i contadini persero indipendenza economica e libertà. Inoltre la chiesa si servì della falsa donazione di Costantino per attribuirsi titoli di proprietà anche sulle terre prima comuni.
La guerra di Carlo Magno (768-814) contro i sassoni fu una guerra contro contadini in armi, con schiere di preti che predicavano e battezzavano, ai sassoni fu imposto di pagare la decima alla chiesa e altre imposte all'imperatore.
Negli anni 1228-1233 i frisoni, guerrieri contadini, si ribellarono distruggendo castelli e monasteri, contro di loro Gregorio XI allestì una crociata e le loro terre furono espropriate. Negli anni 1323-1328 ci una rivolta contadina nelle Fiandre e nel 1336-1339 in Germania meridionale.
Nel 1370 in Abruzzo i pastori si ribellarono contro la borghesia cittadina, a causa delle tasse e perché erano stati privati de pascoli comuni.
Negli anni 1419-1436 ci fu la rivolta degli ussiti che chiedevano anche l'indipendenza della Boemia, contro i contadini ussiti, che volevano un comunismo evangelico come quello delle antiche genti arie, ci fu un'altra crociata.
I contadini molte volte ritenevano che il re fosse in grado di moderare le pretese della nobiltà e della borghesia cittadini, così divennero realisti i vandeani in Francia e i cafoni meridionali in Italia.
I contadini erano soggetti ad imposte, a favore della chiesa e dell'impero, a prestazioni a favore del feudatario, non potevano trasferirsi liberamente, non potevano sposarsi liberamente, non potevano trasmettere liberamente la loro proprietà.
Presso i germani ereditavano la proprietà i primogeniti, come accade in Tirolo con il maso chiuso, presso i romani si seguiva la volontà del testatore perciò dell'eredità beneficiarono anche gli altri figli, con la rivoluzione francese ereditarono di diritto tutti i figli.
Dal 1500 al 1600 in Francia ci furono rivolte contadine contro la nobiltà, il clero, lo stato centralista, contro le imposte, contro le città a favore del localismo. La borghesia cittadina prima si alleò con i contadini, poi a nobiltà e clero contro i contadini. Un giorno i vandeani avrebbero reso la pariglia.
In Russia contro i nobili, vampiri del sangue dei contadini, ci furono rivolte nel 1603, nel 1606, nel 1671 e nel 1707, alle quali parteciparono anche i cosacchi.
Nel 1500 n Italia e in Germania la piccola nobiltà rurale, con un certo senso perché aveva un po' di terra, cioè i cavalieri, era schierata con i contadini contro aristocratici ad alti prelati, grandi proprietari terrieri.
Nel 1524-1526 in Germania ci furono rivolte contadine per la libera elezione dei parroci, per la riforma della giustizia e per la restituzione ai contadini dei terreni comuni. In Turingia Thomas Muntzer affermava che la rivolta era giusta se il potere era ingiusto A Trento i contadini fecero lega con minatori, nobili spiantati e preti spretati, distrussero chiese e chiostri. In Svizzera Ulrich Zwingli ispirò un'altra rivolta contadina e una riforma religiosa.
Nel 1462 ci fu una rivolta contro le angherie del principe vescovo di Salisburgo, furono uccisi frati concubini, furono saccheggiate case di nobili, di borghesi e monasteri. A Trento si voleva togliere il potere temporale al vescovo, alcuni preti si unirono alla rivolta contadina, reclamando gli antichi diritti comuni.
In Tirolo Michael Gaismair mise in piedi una rivolta antiasburgica per un Tirolo indipendente a base multietnica, contro il capitalismo, contro il feudalesimo, a favore dei contadini. Egli era contro usurai e accaparratori, per una giustizia giusta, voleva l'abolizione di padroni e servi. Gaismair abbatté mura di città, castelli e roccaforti.
Così i problemi dei contadini si univano spesso a quelli religiosi e nazionali, anche se c'è chi racconta che la storia è stata fatta solo dai borghesi e dai grandi uomini, in realtà i contadini vi hanno partecipato ma in maniera anonima.
Tra i contadini c'era anche chi voleva abbattere la monarchia ereditaria, per ritornare all'antico sistema germanico del re eletto dal popolo. Così Lutero e la borghesia, intimoriti, si misero a difendere i privilegi feudali, contro le richieste dei contadini.
Nel 1599 in Calabria Tommaso Campanella diresse un'insurrezione, appoggiato da contadini, progettando una repubblica teocratica, basata sul diritto naturale.
All'inizio della rivoluzione francese i contadini erano stati contro la monarchia centralizzatrice e contro l'aristocrazia terriera ed ecclesiastica, poi però la borghesia, una volta impadronitasi del potere, fece incetta di terre e deluse le attese dei contadini che perciò si rivoltarono ad essa, alleandosi con i realisti.
In Tirolo i contadini Schutzen, diretti da con Andrea Hofer, erano per il Kaiser e contro l'oppressione francese, con operazioni di guerriglia misero in scacco le armate napoleoniche, descritte come invincibili dai sacri testi..
Nel 1730, a causa delle tasse, i corsi si ribellarono a Genova, nel 1755 ci fu un'altra rivolta diretta dal contadino Pasquale Paoli che controllava l'isola, egli fece riforme, unificò pesi, misure e la moneta. In queste riforme questo contadino esemplare precedette persino la rivoluzione francese che forse s'ispirò ad esso. Genova cedette la Corsica ai francesi e i contadini corsi si ribellarono ad essi, si avvicinarono ala rivoluzione poi se n'allontanarono, chiedendo l'indipendenza.
Le guerre napoleoniche arricchirono speculatori e fabbricanti d'armi, mentre impoverivano le campagne soggette ad imposte requisizioni. I nuovi proprietari borghesi della terra con i contadini si mostrarono più spietati ed attenti ai loro interessi della precedente nobiltà terriera.
In Italia la repubblica cisalpina ridusse le autonomie dei piccoli comuni ed espropriò i terreni comuni e quelli degli ordini religiosi, a vantaggio della borghesia. Perciò insorsero i contadini a Bergamo, Brescia, Verona, Emilia Romagna e nelle Marche, dappertutto essi tenevano in scacco le truppe napoleoniche.
A Napoli nel 1789 i lazzaroni insorsero contro i giacobini, i lazzaroni erano appoggiati dai cafoni detti anche briganti o sanfedisti. La repressione francese fu violenta e fu appoggiata dai borghesi-galantuomini che volevano impadronirsi dei terreni demaniali comuni, conservati dai Borboni per i contadini, essi erano quanto rimaneva degli antichi terreni comunitari.
In Valdaosta nel 1799, a causa delle imposte, ci fu una rivolta dei contadini e alcuni borghesi illuminati ci lasciarono la pelle, i villici erano arrivati a chiedere l'abolizione dello statuto e le dimissioni del ministro delle finanze al grido: "Viva il re, abbasso il tricolore e abbasso la costituzione".
In Portogallo i francesi furono sbaragliati da guerriglieri contadini che formavano bande partigiane.
Nel 1808 la Baviera, satellite della Francia, ridusse le autonomia locali e chiamò alle armi i tirolesi, ma gli Schutzen disertarono in massa e presero la via delle montagne. Erano diretti da Adreas Hofer e Peter Mayr, due contadini che costrinsero i francesi a ritirarsi dal Tirolo. Hofer appoggiava il Kaiser e diffidava della borghesia cittadina, forse vagheggiò un Tirolo indipendente.
Dopo il 1860 i cafoni meridionali accolsero a fucilate i piemontesi, come avevano fatto con i francesi, perché i borghesi-galantuomini tendevano ad usurpare ai contadini i terreni demaniali che i contadini difendevano in nome degli antichi diritti, per coltivarli, per raccogliere legna e per pascolare gli armenti.
Tra i difensori di Civitella del Tronto c'erano contadini e pastori, nelle campagne c'erano guerriglieri contadini, in diversi paesi meridionali furono massacrati dei liberali.
Dopo la morte di Cavour, nel 1861, la banda di Carmine Crocco raggiunse i duemila uomini e i briganti dell'Irpinia costrinsero i piemontesi a ripiegare. In Abruzzo le bande dei briganti erano ben dirette ed ebbero gran successo.
I piemontesi incontrarono l'odio dei contadini meridionali perché avevano eliminato i diritti comuni, avevano imposto tasse e costrizione obbligatoria. La repressione piemontese fu violenta, Antonio Gramsci nel 1920 scrisse che lo stato italiano aveva messo a ferro e fuoco l'Italia meridionale, crocifiggendo, squartando e seppellendo vivi i contadini meridionali, chiamandoli briganti.
Come accadde in Vandea e in Italia meridionale, in Unione Sovietica i piccoli contadini, detti kulaki, si opposero ai soviet che volevano collettivizzare la terra e prestarono aiuto alle armate bianche della borghesia, perciò furono sterminati dai bolscevici.
In Transilvania il movimento Kuruk voleva abolire la servitù della gleba e l'indipendenza da Vienna, anch'essi reclamavano gli antichi diritti e la comunità del villaggio. La Transilvania si rivoltò contro le imposizioni fiscali e i diritti feudali del vescovo, nel 1514 i contadini volsero le armi contro nobili ed ecclesiastici, proclamando la repubblica e distruggendo castelli.
Sotto l'imperatore Leopoldo I (1657-1795) i ribelli Kuruk si ribellarono ancora a Vienna, per conseguenza la Transilvania perdette ogni autonomia e i feudi dei nobili ribelli furono concessi a nobili fedeli alla corona.
Nel 1735 ci fu un'altra rivolta in Transilvania, che chiedeva l'abolizione della servitù della gleba, fu repressa e gli Asburgo aumentarono le imposte sulla Transilvania, assieme ai giorni di corvée o lavoro gratuito
Nel 1784 in Ungheria fu soppressa la servitù della gleba ma i nobili si opposero e ne nacque un'altra rivolta contadina, diretta dal contadino Horia, che era anche contro le tasse e a favore d'antichi diritti di pascolo e legnatico. Sembra evidente che non solo il proletariato industriale è capace di fomentare le rivolte.
La rivolta fu stroncata nel 1784 però Giuseppe II abolì la servitù e concesse ai contadini il diritto di sposarsi liberamente, senza l'assenso dei loro padroni, e di fare testamento liberamente..
Nel 1848 la Transilvania fu unità all'Ungheria, però in Ungheria il liberale Kossuth si ribellò a Vienna e i contadini di Transilvania ne approfittarono per ribellarsi alla nobiltà ungherese, occupando terre. In quella occasione un esercito contadino si mise contro i liberali ungheresi di Kossuth.
Agli indiani d'America era sconosciuta la proprietà privata della terra, per loro la terra era proprietà comune della tribù. Bisogna considerare che con la schiavitù non si è padroni di se stessi e si è espropriati sistematicamente della propria proprietà e del proprio lavoro e che gli stati hanno sempre organizzato omicidi di massa, mettendo le mani sulla proprietà di chiunque.
Harlington affermava che si partecipava al potere solo con la proprietà; poiché il potere politico derivava dalla proprietà della terra, bisognava diffondere questa proprietà, perché se il popolo possedeva la terra i nobili non potevano schiavizzarlo.
Il potere e la terra erano appartenuti alla chiesa ed all'aristocrazia e in America e nella Francia repubblicana avevano diritto al voto solo i proprietari di terra, e solo loro potevano essere eletti deputati, perciò Locke difendeva la proprietà, prima della vita e della libertà.
In ogni modo anche in America settentrionale alcune comunità locali nel 1800 sperimentarono la proprietà collettiva della terrea. In ogni modo la proprietà collettiva delle terre, sperimentata da sempre dai contadini, non era statalismo, né nazionalizzazione terriera, ma era solo proprietà comune di villaggio, in un'epoca in cui era riconosciuto il valore delle autonomie locali, più che il valore dello stato.
Nello stato servile alcuni individui sono costretti a lavorare per altri perché privi di proprietà e con le nazionalizzazioni gli uomini spossessati sono costretti a lavorare a favore della nomenclatura statale.
Adamo Smith, per combattere la tendenza dell'uomo a lavorare poco, propose di diffondere la proprietà, il lavoro coattivo e subordinato può essere odioso, la schiavitù è però la condizione peggiore, i pellirosse, perciò, preferirono la morte alla schiavitù.
Nel passato la schiavitù era connessa al diritto penale e al diritto di guerra, come conseguenza di una condanna penale o di una guerra persa, con i beni si perdevano anche i diritti civili e politici. La schiavitù fu abolita intorno all'anno mille e venne reintrodotta surrettiziamente, come surrogato della pena di morte, nel XV secolo per i galeotti condannati ai lavori forzati e per i condannati ai lavori forzati nelle miniere.
I servi della gleba pagavano prestazioni in natura e in secondo tempo in denaro e facevano corvée al feudatario, se proprietari pagavano imposte allo stato e alla chiesa. Paradossalmente i servi della gleba non potevano essere cacciati dalla terra gli affittuari si.
Quando il feudo fu soppresso si trasformò da proprietà limitata in proprietà piena che poteva anche essere venduta. Infatti, il feudo era trasmissibile agli eredi ma era sempre una concessione fatta dall'imperatore o dal re, in teoria revocabile per tradimento, per esempio. I feudatari, cioè, non ne aveva una sovranità illimitata.
Insomma pare che i feudatari si opposero alla soppressione dei feudi ma poi, in certi casi, con la soppressione forse ci guadagnarono, quelli beffati sono sempre i sudditi contribuenti. L'unico rischio era stato per i feudataria quello d perdere, con la soppressione del servitù, gli agricoltori non più vincolati alla terra, ma questo rischio si ridusse con l'incremento della popolazione agricola.
Se la terra è abbondante e gli uomini sono scarsi, abolita la schiavitù o la servitù della gleba è difficile costringere i contadini a fare i salariati, la cosa logica sarebbe una riforma agraria con la divisione delle terre. Purtroppo ancora oggi in America latina e in Africa si reclama ancora una riforma fondiaria e in America latina gran parte della terra appartiene alla chiesa, come in Europa.
Nel 325 d.c. i primi cristiani, già poveri emarginati, erano diventati borghesi urbani mentre i pagani erano contadini, infatti, i donatisti, accusati d'eresia dai cristiani, in Africa settentrionale si ribellarono contro i cristiani latifondisti, difesi da Agostino e Costantino.
I preti, precisamente i membri del basso clero, sono stati figli di contadini trattati dalle chiesa come servi della gleba, infatti, non potevano e non possono sposarsi, devono fare testamento solo a favore della chiesa e non possono facilmente cambiare mestiere, in Italia il concordato non permette ai preti spretati di trovare impiego nella pubblica amministrazione.
Nel V secolo i papi erano i più grandi latifondisti dell'impero romano e iniziarono a creare la più gigantesca macchina per lo sfruttamento che sia mai esistita sulla terra, allungando le mani su tutte e ricchezze della terra.
Eppure i primi cristiani erano vissuti in comunanza di beni e mettevano tutto in comune, in un ideale di povertà e d'amore per il prossimo. Ben presto però nel cristianesimo si prese a difendere la ricchezza definendola benedizione i Dio. Nel 1864 Pio IX, con il Sillabo, definiva comunismo socialismo pestilenze corruttrici e Leone XIII nel 1891, con la Rerum Novarum, dichiarò la proprietà un diritto naturale.
Nella guerra civile di Spagna la chiesa era alleata con la proprietà conservatrice e appoggiò Franco, civiltà cattolica, la rivista dei gesuiti, propagandò apertamente la guerra civile. I grandi della terra, come Costantino il grande che sterminò nemici e parenti ma favorì i dirigenti cristiani, sono stati i più pericolosi criminali, verso i quali la chiesa è stata sempre ben disposto se servivano i suoi interessi. La chiesa si è schierata solo contro gli uomini che ostacolavano i suoi interessi materiali, mondani e politici.
 

Nunzio Miccoli
  
  Bibliografia:
"Difesa della società naturale" di Edmund Burke - Edizioni Liberilibri,
"Il nostro nemico, lo stato" di Albert Jay Nock - Edizioni Liberilibri,
"La tirannia fiscale" di Pascal Salin - Edizioni Liberilibri,
"Lo Stato servile" di Hilaire Belloc - Edizioni Liberilibri,
"Lo stato criminale" di Yves Ternon - Edizione Corbaccio,
"Storia della mafia" d Giuseppe Carlo Marino - Newton Editore,
"Storia d'Italia dal risorgimento ad oggi" di Sergio Romano - Longanesi Editore,
"Garibaldi" di Jasper Ridley - Club degli Editori Milano,
"Rivolte e guerre contadine" di Ciola, Colla, Mutti, Mudry - Edizione Barbarossa,
"Per una nuova libertà" di Murray Rothbard - Edizioni Liberilibri,
"Contro lo statalismo" di Bastiat e Molinari - Edizioni Liberilibri,
"Schiavi" di Pino Arlacchi - Edizioni Rizzoli,
"Verità e menzogne della chiesa cattolica" di Pepe Rodriguez - Editori Riuniti,
"Storia criminale del cristianesimo" di Karlheinz Deschner - Ariele Editore,
"Il gallo cantò ancora" di Karlheinz Deschner - Massari Editore,
"I gesuiti e l'Italia" - di Domenico del Rio - Editore Corbaccio,
"Il manganello e l'aspersorio" - di Ernesto Rossi - Kaos Edizioni.

Link 

lunedì 28 novembre 2011

LIBRI: Liberi di non credere

 di Raffaele Carcano

Gli atei e gli agnostici esistono e resistono, anzi crescono. Persino in Italia, dove ha sede il centro della cristianità e dove monta una campagna per definire prettamente "cattolica" l'identità italiana. Questa realtà viene invece spesso minimizzata, se non proprio ridicolizzata e nascosta, da molti ambienti. Prevedibilmente dalle caste religiose, ma anche -
colpevolmente - dal mondo della politica e dai mass media.
I più maliziosi tra gli increduli potrebbero pensare che di sicuro la loro esistenza è ben più assodata della pletora di divinità assortite cui gli uomini hanno creduto e ancora credono.
E continuare a vivere come se nulla fosse.
Ma alle volte l'ironia e il quieto vivere da soli non bastano. È opportuno e doveroso affermare con forza certe verità semplici, soprattutto in una fase storica come quella che sta vivendo l'Italia. Ci prova questo libro, non a caso scritto da Raffaele Carcano, segretario dell'UAAR.
Leggerlo è un po' come unire dei puntini. Tanti elementi apparentemente sconnessi,
slegati fra loro, che messi assieme trovano un loro senso. Un disvelamento che pian piano
rileva alcune questioni importanti, spesso sottovalutate, e aiuta a disinnescare i meccanismi
che tengono in stato di minorità i non credenti. E che, nelle intenzioni di chi l'ha scritto,
punta a suscitare un dibattito e far prendere coscienza agli increduli della loro forza e dei
rischi che corrono se non fanno sentire la loro voce. Scritto in prima persona, senza formalismi,
pervaso da un dosato mix di ironia e sana indignazione civile, è di certo un libro
'schierato'.
Un pamphlet pensato per un pubblico ampio, rivolto alla platea dei tantissimi non credenti
che vivono in Italia e che magari non conoscono (o conoscono in maniera distorta)
l'associazione e le sue iniziative. Ha infatti il pregio di presentare in maniera pacata ma decisa,
senza infingimenti di sorta né pose facili da mangiapreti, le idee e gli orientamenti di
una delle poche realtà che in Italia si battono concretamente per l'affermazione della laicità
e la tutela dei non credenti in Italia.
Si tratta di un saggio che può essere compreso meglio considerando l'altra opera, di
cui un autore è proprio Carcano: “Uscire dal gregge” . Due scritti che rappresentano le facce
di una stessa medaglia. Il precedente come approfondimento storico generale, che indaga
le radici dell'incredulità e dell'apostasia nel corso dei secoli. Quest'ultimo invece punta
un impietoso microscopio sulla situazione italiana, per rilevarne le problematicità. I lettori
e i frequentatori del sito dell'associazione troveranno di certo elementi in comune, spunti
di riflessione e rimandi a questioni già affrontate, ma stavolta calati nella storia sociale e
politica recente dell'Italia.

Viviamo in un Paese che, nel suo declino sociale e culturale, rimane sempre più indie -
tro nella tutela dei diritti, nella crescita della coscienza civile e nello svecchiamento della
cultura. Situazione che, nella prospettiva dell'autore, viene messa in evidenza proprio
guardando alla situazione degli atei e degli agnostici. La loro condizione diventa una cartina
di tornasole per comprendere meglio la decadenza italiana.
Gli increduli in Italia sono ormai milioni: in pratica la seconda componente 'esistenziale'
del Paese. Come rilevano molte ricerche sociologiche, sono in aumento soprattutto tra i
giovani, diffusi tra chi ha un reddito medio-alto e tra chi ha un elevato titolo d'istruzione. Si
caratterizzano per una maggiore apertura mentale e tolleranza verso la diversità. Orgogliosi
della propria autonomia, sono refrattari a sentirsi parte di un gruppo - cosa che può rappresentare
una debolezza di fronte ad altre forze più compatte - e tendono ad elaborare
autonomamente la propria etica. Sono meno dei cattolici (almeno di coloro che si definiscono
tali), ma più delle varie minoranze religiose messe insieme. Nonostante ciò, devono
subire discriminazioni e le loro istanze non vengono accolte dal mondo della politica né ri -
lanciate dai media.
Con la secolarizzazione - e nonostante il millantato "ritorno del sacro" - gli increduli ini -
ziano ad emergere. La Chiesa riscuote meno consensi, ma aumenta il potere - tutto terreno
- del 'sistema' cattolico, fatto di associazioni, sindacati, scuole, ospedali, imprese, editoria
e delle sue connessioni con la politica. Tra la gente, permane un senso identitario, tanti
si dichiarano cattolici "anche se i loro comportamenti individuali poco o nulla rimandano ai
precetti del magistero". La situazione italiana rimane arretrata, simile a quella dei Paesi
dell'Est Europa.
Per arginare il calo, la Chiesa opera sul "fronte dell'immagine", riproponendo le sue posizioni
tradizionali con una "neolingua" di stampo orwelliano, che stravolge il significato di
parole come "laicità" e bolla i non allineati come estremisti (o "laicisti"). Questa strategia si
accompagna a "forme di vera e propria demonizzazione" dei non credenti. Attacchi che
impazzano anche su internet, ma che in realtà hanno radici antiche. Tra le etichette c'è
persino quella di essere né più né meno che servi di Satana. Monta un clima pesante, che
trova spazio non solo nella "base", ma anche nelle parrocchie con sacerdoti sfornati dai
movimenti ecclesiali più integralisti. Senza contare il mondo della cultura, o dei media cattolici:
emblematico il tono degli strali di padre Livio Fanzaga, direttore di Radio Maria.
Benedetto XVI dal canto suo soffia sul fuoco, non perde occasione per insistere nella
denigrazione degli atei e degli agnostici. Per attaccare la miscredenza, cui vengono attribuiti
molti mali del mondo, nella sua opera di riscrittura della realtà assegna pure al nazismo
l'etichetta di "ateo". Nonostante gli imbarazzanti (per la Chiesa) trascorsi di Hitler.
Nello stillicidio ratzingeriano, "l’ateismo diventa una sorta di bad company a cui attribuire
ogni male: tutto ciò che è sbagliato nel mondo è ateo". Ma dall'altra col 'Cortile dei
Gentili' cerca di coinvolgere alcuni non credenti per "addomesticarli", "presentarli come comunque
«devoti», ossequiosi della supremazia del cattolicesimo".
Col corollario di intellettuali 'laici (ma non laicisti)' come Giancarlo Bosetti, autore del
furioso Il fallimento dei laici furiosi. Specializzati nella denigrazione dei non credenti e nella
deformazione del concetto di laicità, contrapposto artificiosamente allo spettro del "laicismo".
Il problema - ribadisce l'autore per mettere in chiaro che il suo è un approccio pragmatico
e non semplicisticamente anticlericale - non è tanto che il papa affermi certe cose: fa il
suo mestiere. Piuttosto, sta nel fatto che i mass media riprendano acriticamente tali giudizi.
I mezzi di informazione non fanno altro che assecondare la predominanza del cattolicesimo,
"partecipando al circolo vizioso e rendendosi dunque complici del (mal)funzionamento
del sistema". Quando si parla di non credenti, si assiste ad una vera "asimmetria informativa".
Non hanno spazio, anzi spesso parla per loro (o meglio, contro) o un religioso, o uno
dei pochissimi (ma ben sponsorizzati) atei convertiti. Quello degli 'ateobus' è il caso limite,
segno lampante della distorsione mediatica che colpisce i non credenti. L'intenzione era

semplice: diffondere sugli autobus uno slogan ateo per attirare l'attenzione sull'assenza di
visibilità dei non credenti. Prontamente deformata e ridicolizzata da una propaganda trasversale
ed ostile, ha dimostrato proprio che gli atei sono discriminati. "La vicenda degli
ateobus, da qualunque angolazione la si voglia osservare, ha dunque inesorabilmente
mostrato fin dall’inizio in quale stato versino la libertà di espressione e la libertà di coscienza
nel nostro paese", rileva amaramente l'autore.
Anche sul piano partitico emerge la situazione di arretratezza del nostro Paese, proprio
sui temi della laicità e del riconoscimento dei non credenti. Carcano non ha problemi a
fare nomi e cognomi e non ha partiti da sponsorizzare. Entrambi gli schieramenti subiscono
la predominanza del cattolicesimo, molto di più di quanto non accada all'estero. In questi
ultimi anni anzi la situazione è peggiorata, nonostante la secolarizzazione.
L'"identitarismo cristianista" diventa ormai "l'ideologia prevalente all'interno del centrodestra"
e spesso sfocia in "forme di antagonismo controriformistico".
D'altro canto il centrosinistra ha, nei confronti di non credenti e laicità, toni diversi ma
contenuti che "non paiono discostarsi significativamente" da quelli del centrodestra. Rispetto
al "monoconfessionalismo" dell'altro schieramento, la sinistra preferisce l'atteggiamento
"multiculturalista". La "doppia tentazione" della sinistra, come la definisce Carcano,
sta nel suo essere in bilico tra confessionalismo e multiculturalismo. Contraddizione vissuta
soprattutto dal Pd, dove l'elemento cattolico si fa predominante. Ma nemmeno la sinistra
radicale è del tutto estranea al corteggiamento della Chiesa: si consideri il caso emblematico
del 'pio' Nichi Vendola.
L'approccio della sinistra è più attento alle confessioni di minoranza e "talvolta sfocia
non solo in un approccio glamour e relativizzante al fenomeno religioso", ma anche "in
aperto sostegno a concezioni multiculturaliste". Teorizzazioni che pongono al centro non
gli individui e i loro diritti, ma le comunità tradizionali. Ma il multiconfessionalismo, come
prova ad esempio l'esperienza inglese, porta ad effetti "opposti a quelli auspicati", dividendo
le comunità e legittimando pratiche illiberali. Per questo è necessario "uscire dallo
schema binario" multiculturalismo/monoconfessionalismo e costruire una società plurale e
"realmente laica" dove convivano "con identici diritti e doveri, comunità e credenze diverse,
e individui che scelgono o si costruiscono liberamente le proprie differenti identità".
Visto il desolante scenario politico, è proprio la laicità a farne le spese. I partiti italiani
tendono infatti ad accontentare la Chiesa, che a parte la "parentesi" postunitaria ha sempre
avuto l'accondiscendenza dei politici. Con agevolazioni, finanziamenti, predominanza
del "catechismo di Stato", tutela dei tribunali.
Dopo la revisione concordataria del 1984 sembrano aprirsi degli spiragli per l'affermazione
della laicità. Ma in realtà si passa ad un "multiconfessionalismo multilevel", con saldamente
al vertice la Chiesa cattolica. Anzi in questi anni la Chiesa ottiene un consenso
bipartisan mai visto prima, cosa "ancora più sorprendente se solo si nota che cresce parallelamente
al diminuire dell'appartenenza cattolica". Nel complesso, giudica l'autore, il
quadro politico italiano è "stagnante". La "sensazione di essere immersi in una palude riguarda
infatti anche altre realtà, come la ricerca scientifica, i diritti civili, la libertà di informazione.
L'onestà".
Nonostante la propaganda negativa, i dati però parlano chiaro: "anziché portare le società
alla rovina, atei e agnostici ne rappresentino la parte più dinamica" e "con il loro aumento
numerico non viene meno nemmeno la solidarietà, né si lacera il tessuto sociale,
anzi". Basti considerare che i Paesi più sviluppati e con più alto capitale sociale sono quelli
più secolarizzati e con alta percentuale di non credenti. Il fosco quadro dipinto da Benedetto
XVI e seguaci, di società che cadono nel caos e nella disperazione, è tutt'altro che reali -
stico: "il mondo è al contrario pieno di uomini e donne che conducono una vita soddisfacente
senza avere una fede".
Ma in questa santa alleanza che vede insieme Chiesa, politica e mass media, i non
credenti sono "vasi di coccio" che subiscono discriminazioni quotidiane. Forse per molti,
anche a causa del lavorio incessante della propaganda, le pretese e le denunce dell'auto-

re saranno considerate eccessive e le battaglie civili portate avanti bollate quali "amenità
goliardiche o come sparate anticlericali". Certo, una volta gli atei finivano direttamente al
rogo, adesso possono persino lamentarsi: quindi perché si lamentano?
I non credenti oggi vivono di fatto una "libertà fittizia", obbligati ad accettare l'invadenza
delle religioni in nome della 'libertà' altrui e senza possibilità di critica. Anzi, beccandosi anche
accuse di "fondamentalismo" quando timidamente ci provano. La situazione italiana
appare immobile, asfissiante. Nel libro non ci sono formule preconfezionate da applicare,
ma una lucida analisi della situazione supportata da dati e fatti, sicuramente alternativa
alla vulgata corrente. L'invito dell'autore, mostrate le carte in tavola, è questo: "sta dunque
ai non credenti prendere l'iniziativa, incalzando chi li governa e accentuando per quando
possibile la loro visibilità". Solo così si potrà davvero vivere in un Paese pienamente democratico,
dove vengano tutelati anche coloro che non si riconoscono in una religione.

Valentino Salvatore

Acquista 

venerdì 18 novembre 2011

I DOGMI: invenzioni degli uomini

Durante i vari concili vaticani (si tratta di una riunione di prelati della chiesa cattolica, convocati per definire e interpretare la dottrina e confutare errori ed eresie) si sono creati i famosi dogmi, sulla cui base si fonda la chiesa cattolica, quello che non viene detto ai credenti, perchè loro devono credere ciecamente, senza porre domande o pensare, è che tutto ciò non deriva dal loro dio, ma da questi fanatici religiosi che pur di soggiogare il popolo hanno fatto di tutto, dalle torture agli omicidi di massa. Vediamo adesso alcune delle suddette invenzioni:

MARIA E' SEMPRE VERGINE
Maria viene ritenuta vergine prima, durante e dopo il parto di Gesù, sancito nel secondo concilio di Costantinopoli nel 553

MARIA E' MADRE DI DIO
Maria è madre di dio perchè è madre di gesù. Infatti, colui che è stato concepito per opera dello spirito santo e che è diventato veramente suo figlio, è il figlio eterno di dio padre. E' dio egli stesso. Sancito nel concilio di Efeso nel 431

ASSUNZIONE DI MARIA
Indica che la Madonna dopo la sua morte viene accolta in paradiso con l'anima e il corpo, accanto al figlio e al padre. Sancito nel 1950 da papa Pio XII

GESU CRISTO E' VERO DIO E VERO UOMO
Gesù nella sua persona divina ha due nature inscindibili, quella umana e quella divina, ed è perfetto quanto alla divinità e perfetto quanto all'umanità. Sancito nei concili di Efeso (431) e Calcedonia (451)

IMMACOLATA CONCEZIONE
La vergine Maria è stata concepita pura, senza peccato originale, cioè è stata preservata dalla condanna universale del peccato fino dal concepimento. Sancito da papa Pio IX nel 1854.

DIO E' UNO E TRINO
Dio è uno solo in tre persone: Dio-Padre, Dio-Figlio e Dio-Spirito santo. Le persone divine sono distinte tra loro, ma la loro distinzione non divide l'unità divina. Sancito nel concilio di Costantinopoli nel 381.

INFALLIBILITA' PAPALE
Si afferma che il papa deve essere considerato infallibile quando parla ex cathedra, cioè quando esercita il suo "supremo ufficio di Pastore e di Dottore di tutti i cristiani" e "definiscono una dottrina circa la fede e i costumi". Pertanto quanto da lui stabilito vincola tutta la chiesa per sempre. Sancito nel concilio vaticano I nel 1870.

TRANSUSTAZIONE
E' la conversione del pane e del vino nel corpo e nel sangue di cristo, al momento della consacrazione. Stabilito nel IV concilio lateranense nel 1215 e confermato nel concilio di trento.

GESU' CRISTO E' IL FIGLIO UNIGENITO DI DIO, GENERATO MA NON CREATO CONSUSTANZIALE AL PADRE, ETERNO E IMMUTABILE.
Gesù cristo è il figlio di dio, è stato generato prima dei secoli, ma non è una creatura di dio, ed è della stessa sostanza del padre. Stabilito nel concilio di nicea (325).

IL PURGATORIO ESISTE
E' lo stato di quanti muoiono nella grazia di dio, ma , anche se sono sicuri della loro salvezza eterna, hanno ancora bisogno di purificazione. Sancito nei concili di Firenze (1439) e di trento (1545-1563)

Questi sono alcune delle basi fondamentali su cui si basa la religione cattolica, stabiliti in riunioni del clero, chi le contestava veniva proclamato eretico e messo al rogo o peggio. Su cosa si basano questi dogmi? Su quanto scritto nella bibbia, cioè scritti scelti tra molti (nel concilio di nicea vennero decisi quali scritti ritenere validi e quali no) che riportano storie tramandate a voce per decenni di un personaggio di nome gesù (vedi articoli in merito).
Per quanto mi riguarda il credere in queste cose è un offesa all'intelligenza.

martedì 18 ottobre 2011

LIBRI: Sopra di noi... niente. Per un cielo senza dèi e un mondo senza preti

 di Karlheinz Deschner

Diciotto saggi, tre interviste, un solo scopo: denunciare le nefandezze compiute dalle cosiddette chiese cristiane, in primis quella cattolica.
Un impegno che Deschner persegue da più di quarant`anni con numerose opere, senza mai farsi fermare o addomesticare. Perché combattere il potere e la prepotenza dei preti è un impegno umano e civile.
Ciò valga come risposta ai laici "devoti" italiani, con la loro falsa distinzione tra una laicità aperta, al passo coi tempi, e un laicismo intollerante, da pattumiera. Un imbroglio che vuole impedire la giusta e dura critica contro l`invadenza clericale cattolica nella vita civile e in quella privata dei singoli, anche dei non cattolici.
Imbroglio tuttavia riuscito, visto che i politici italiani cosiddetti laici, per viltà e convenienza politica, si sono fatti intimidire da questi devoti e hanno abbassato i toni della protesta rinunciando a ogni difesa, col risultato che il paese è sempre più uno stato confessionale cattolico, prono al volere vaticano.
Non è la "deriva laicista" il problema, bensì la "deriva clericale"; non il laicismo, ma il clericalismo è la minaccia letale per la democrazia, la libertà e il progresso di questo paese.
I preti non perdonano e non dimenticano nulla. Vagheggiano ancora l`Ancien régime, precedente la Rivoluzione francese, quando spadroneggiavano nel modo più spudorato e violento in tutta Europa. Non per nulla i papi cattolici, compresi quello polacco e quello bavarese, hanno sempre attaccato l`Illuminismo: non sopportano che da allora il loro potere sia dimezzato. Prima la batosta della Riforma protestante, poi l`Illuminismo (molto odiato guarda caso anche dai laici "devoti"): troppo per la pelle delicata di questa gente.
Perciò i laici italiani, non sostenuti da una classe politica genuflessa, sono costretti a resistere da soli; devono rafforzare le loro convinzioni, usare la ragione, l`informazione, lo studio, per conoscere la violenza clericale, mai spenta e sempre pronta a risorgere.
Se non lo fanno, fra non molto avremo uno stato soggetto alla sha`ria cattolica, dove il papa tornerà ad essere re. Un pensiero, quello di essere comandato da preti, francamente insopportabile e ripugnante. 

Sopra di noi... niente. Per un cielo senza dèi e un mondo senza preti
Deschner Karlheinz
Prezzo € 15,36
2008, 256 p.
Editore    Ariele  (collana Cogito, ergo sum)

lunedì 17 ottobre 2011

LIBRI: L'invenzione del cristianesimo

di Leo Zen

La vita di Gesù è sempre stato un argomento di diffuso interesse, sia tra gli apologeti sia tra i non credenti. Le opere sulla sua vita sono innumerevoli e la scarsità di dati sul suo conto ha fatto scaturire le ipotesi più diverse. La sola testimonianza evangelica, intrisa di discordanze spesso inestricabili, è ciò che in fin dei conti ci rimane, ed è estremamente poco. Ricostruire storicamente la vicenda umana di Cristo in uno schema coerente è obbiettivo quasi sicuramente impossibile: ma, forse proprio per questo, tanti autori si cimentano nell’impresa.
Non si sottrae alla sfida il veneto Leo Zen, che ci presenta un’opera suddivisa in tre parti. La prima tratta del problema delle fonti; nella seconda l’attenzione si concentra sulle vicende del “probabile” Gesù storico; nella terza si tratta dell’«invenzione del cristianesimo come oggi lo conosciamo».
Zen fa propria la tesi che Gesù fosse un leader jahvista alla guida di un gruppo di apostoli-zeloti, una tesi già formulata da molti studiosi e supportata da un buon numero di indizî. Del resto, come ricorda lo stesso autore, “cristianesimo” non è altro che la traduzione letterale di “messianismo”. Sulla vicenda storica di uno dei tanti sedicenti messia messi in croce, senza tante storie, dall’autorità romana, si sarebbe poi innestata l’elaborazione teologica di Paolo, l’apostolo che non conobbe il Cristo, ma che seppe con il suo indubbio genio trasformare il giudeo-cristianesimo (qualunque cosa esso fosse) in una religione di salvezza dagli orizzonti planetari. È la tesi probabilmente più plausibile: ma deve essere ben chiaro che nasce all’interno di un quadro storico estremamente povero di notizie, come se non bastasse desunte quasi esclusivamente da fonti agiografiche.
Il testo di Zen non si segnala dunque per la formulazione di nuove ipotesi, né si avventura fuori da quanto seminato da altri autori. Ma proprio per questa ragione, nonché per la scorrevolezza del testo, per la chiarezza dell’impianto e per la completezza dell’esposizione proposta in un numero ragionevole di pagine, è un’introduzione raccomandabile a tutti coloro che volessero cominciare l’esplorazione del “pianeta Gesù”. Un’utile bibliografia pubblicata in fondo al libro li aiuterà nell’impresa.

L’invenzione del cristianesimo
1ª ed. 2003. 2ª ed. Firenze, Clinamen coll. “Il diforàno” 2003, pp. 140.

lunedì 3 ottobre 2011

DISINFORMAZIONE DI STATO

di Giancarlo Tranfo
Nella puntata del 12 settembre 2011 della trasmissione televisiva "Voyager" è stato presentato un servizio sul "Cristo storico" a seguito del quale non ho potuto fare a meno di inviare la sotto riportata lettera al conduttore Roberto Giacobbo.
Inutile nascondere la delusione nel dover constatare che perfino il conduttore di una trasmissione televisiva che ritenevo "non allineata", non ha avuto il coraggio di "alzare la
testa".


«Egr. dott. Giacobbo
Sono Giancarlo Tranfo, curatore del sito web www.yeshua.it ed autore del saggio “La Croce di Spine - Gesù: la storia che non vi è ancora stata raccontata” edito dalla Chinaski di Genova nel 2008 ed attualmente in ristampa perché esaurito.
Quando uscì il mio libro gliene inviai una copia.
Tempo fa deve averle scritto qualche mio lettore suggerendole un mio possibile coinvolgimento su tematiche inerenti il Cristo storico ma, come purtroppo ho avuto modo di costatare nel servizio su tale argomento della puntata di Voyager del 12 settembre u.s., la metodologia scientifica applicata all’analisi storica non sono di casa nella sua trasmissione.
Abbiamo sentito dire che nessuno può dubitare dell’esistenza storica di Cristo, quando invece esiste un’immensa letteratura post illuminista che afferma e dimostra il contrario.
Abbiamo sentito dire che Tacito e Giuseppe Flavio offrono prove documentali dell’esistenza del Cristo dei vangeli ma non era presente chi avrebbe potuto dimostrare - prove alla mano - che in entrambi i casi si tratta di vergognose interpolazioni ascrivibili al III-IV sec d.c. per le quali, soprattutto con riguardo al secondo, è straordinariamente evidente la paternità di Eusebio di Cesarea.
Che dire, poi, della sinagoga di Nazareth datata al III sec. d.c. sotto la quale “sicuramente ci sarebbero i resti di una sinagoga precedente”?
Peccato, caro dott. Giacobbo, che nel I secolo Nazareth ancora non esisteva e fu creata nei secoli successivi per giustificare il titolo di “Nazareno” dovuto all’appartenenza del “messia” ad un ordine religioso e militare a sfondo rivoluzionario.
Peccato che c’è solo una città nelle vicinanze del lago di Tiberiade, a corrispondere perfettamente a tutte le descrizioni estrapolabili dai racconti neotestamentari.

La città è Gamala:
- con una sinagoga del I secolo;
- collocata in cima a un monte;
- sul ciglio di un precipizio;
- nei pressi del lago di Tiberiade
- ad est del lago stesso (secondo alcuni dettagli dai quali si può ricostruire
la dinamica degli spostamenti di Gesù e dei suoi discepoli).
Tutto questo mentre Nazareth:
- come già detto ha una sinagoga del III secolo;
- non si trova in cima ad un monte ma in pianura;
- non si trova sul ciglio di un precipizio;
- è ben lontana dal lago di Tiberiade (35 Km di distanza,);
- è a sud del lago rispetto al quale non è situata ad oriente ma eventualmente
ad occidente.
Gamala, guarda caso roccaforte dell’avanguardia zelota, era la città di Giuda che, come il personaggio di Gesù, era chiamato “il Galileo” la cui politica trova straordinari punti di contatti con scorie testuali ascrivibili a Gesù, sopravvissute alle censure stratificate nei racconti neotestamentari (es. “Abbiamo trovato costui che sobillava il nostro popolo, impediva di dare tributi a Cesare e affermava di essere il Cristo re" – Luca, 23, 2).
Per brevità non sto a citarle le numerose simili “mine testuali” rimaste nei vangeli, sulle quali lei ha sorvolato, esattamente come accade da secoli nelle omelie che piovono dai pulpiti.
Non è solo il mio libro ad individuarle ed analizzarle tutte.
Da anni decine di autori di libri e siti web con le proprie evidenze cercano di superare il muro di silenzio imposto dalla chiesa e dai media asserviti.
Vedrà che ci riusciremo dott. Giacobbo, anche senza e contro di lei.
Davvero l’unica contraddizione sulla data di nascita è tra Matteo (4 a.c.) e la ricostruzione del monaco Dionigi? Perché nella sua trasmissione si è sorvolato sulla datazione di Luca (6 d.c.)? Non sarà perché due testimonianze dello stesso livello, vista la divergenza di ben 10 anni, si privano reciprocamente di credibilità?
Nella sua trasmissione, alla domanda sulla credibilità storica dei racconti neotestamentari, è stata data risposta positiva enfatizzando la prossimità temporale della redazione dei testi ai fatti narrati.
Ma quale prossimità?
Tra i più antichi frammenti recanti versi dei vangeli, soltanto l’1,78% (93 manoscritti su 5700, peraltro quasi tutti frammentari) risale ai primi cinque secoli, mentre i rimanenti 5600 circa, divisi tra papiri e onciali, sono successivi al V secolo!!!
Questi sono dati innegabili anche per la paleografia “allineata” che farebbe “carte false” per datare magari un solo frammento al I secolo!
Praticamente i più antichi frammenti dei quali è stato possibile per noi moderni prendere visione, risalgono al terzo o quarto secolo, con la sola esclusione di pochi frammenti in parte rinvenuti a Oxyrhynchus, risalenti pare al secondo secolo (il più antico in assoluto potrebbe essere, forse, quello denominato P52 ovvero “papiro di Rylands”, risalente secondo alcuni al 125 d.c.).
La verità, egregio dottore, è che non c’è un accidenti di prova documentale o, più in generale, archeologica attestante l’esistenza di Cristo e del cristianesimo nel I secolo!
La stessa datazione ufficiale dei vangeli è frutto di congetture riferite come dati reali!
La verità è che tutte le prove, accompagnate dal silenzio assoluto degli storici del tempo, dimostrano in maniera lampante e inconfutabile che Cristo e il cristianesimo sono un’invenzione dei secoli successivi al I (dal secondo in poi), frutto di un ripensamento storico di fatti occorsi nel I secolo a personaggi ben diversi dal mite “agnus Dei” di ispirazione ellenistica.
Tale ripensamento fu conseguente al definitivo abbandono del sogno rivoluzionario di riscatto del popolo ebraico, sepolto per sempre da Adriano nel 132 d.c. La favola neotestamentaria, ispirandosi, appunto, alla vicenda storica di un ribelle crocifisso figlio di Giuda il Galileo e di un taumaturgo dei decenni successivi accusato dagli ebrei di apostasia e stregoneria, si forgiò di tutti gli archetipi appartenenti ai culti orientali e a quelli misterici (ellenistico, persiano, egizio, mesopotamico ecc.) sui quali creò un personaggio letterario assegnandogli un carattere storico.
La verità è che l’immagine del nostro attuale cristianesimo, ben lungi dall’essere vicina alla realtà (nonostante le asserzioni dei suoi ospiti) non è altro che il risultato di lunghe contrapposizioni e lotte tra “eresie” ed “ortodossie”, scomuniche e contrasti spesso politici, in quella travagliata gestazione che, passando attraverso i concili, darà alla luce quel cristianesimo che possiamo considerare “definitivo”.
In altre parole, per dirla con B. D. Ehram (“I Cristianesimi perduti - apocrifi, sette ed eretici nella battaglia per le Sacre Scritture”, Carocci Editore, trad. it. 2005), il cristianesimo attuale, che voi ascrivete alla storia e al reale, non è che quello “vincente” a scapito di infiniti altri “perdenti” spesso dimenticati.
I vangeli, privi di qualsiasi credibilità storica, e la stessa dottrina della chiesa sono il frutto di un ininterrotto gioco di contrapposizioni e compromessi che nel IV secolo sfoceranno nell’illogica formulazione del “credo” niceano e nella definitiva coniazione dell’assurdo dogma trinitario, dove qualsiasi coerenza o logica (esclusa, appunto, quella del compromesso) cede il passo ad una forzatura che sfugge a qualsiasi umana comprensione...
Ma lei su tutto questo ha preferito sorvolare, accennando appena e vagamente a possibili discrepanze tra fede e storia e nel fare questo ha volutamente dimenticato che il cristianesimo è una fede fondata su una pretesa di storicità (realtà dell’esistenza di Cristo e della sua resurrezione ) e che se privata di tale caratteristica non ha più alcun significato.
Dott. Giacobbo…. Come mai le “voci contrarie” non erano presenti nella sua trasmissione?
Per “onorare” la verità non basta accennare “a denti stretti” all’esistenza di teorie contrarie.
Perché ha voluto far giocare ai suoi ospiti una partita senza avversari?
Glielo hanno imposto o è una sua scelta?
Se non avesse voluto chiamare me o altri perché privi di titoli accademici… non avrebbe potuto chiamare ad es. Odifreddi (tanto per nominarne uno)?
Con la sua “indagine” sul “Cristo storico”, pensa davvero di aver reso un servizio alla storia e alla verità?
Le invio i miei saluti.
dott. Giancarlo Tranfo
Mail: giancarlo.tranfo@libero.it
http://www.yeshua.it/

lunedì 19 settembre 2011

MIRACOLO DI SAN GENNARO: UN FALSO

Riporto un articolo di Franco Ramaccini tratto dal sito del CICAP.



INDAGINE SUL SANGUE DI SAN GENNARO


Che cosa ci aveva fatto Gennaro?
Niente. Come non ci hanno fatto niente tutte le persone che hanno creduto nel suo miracolo. Gennaro, se e' esistito realmente, ha tutto il nostro rispetto per aver accettato addirittura di morire per le sue convinzioni. Anche per noi le idee sono importanti, e le idee sul paranormale ed il sovrannaturale, che hanno un'enorme importanza nell'esperienza umana, vanno trattate col rigore e la correttezza che meritano. Se ci sono prove concrete per il paranormale ed il sovrannaturale, che quindi non richiedono l'intervento del concetto ben diverso di fede, questo e' un fatto di estrema importanza per chiunque. Non e' concepibile trattare questo argomento in modo ambiguo e incoerente. Chi ha creduto nel miracolo ha concesso la sua fiducia ad un' altra persona, esibendo, anche se in errore, un atteggiamento per il quale e' difficile provare antipatia. E' chi abusa della fiducia altrui che tradisce qualcosa che sta alla base di ogni rapporto umano.

Sbagliarsi è umano
Se chi celebra il rito con la reliquia, come dichiara ufficialmente, non e' sicuro che sia miracoloso, dovrebbe accertarsi che lo sia prima di proseguire. Ora, come vedremo, si offre la perfetta opportunita' per un chiarimento della posizione della Chiesa, dal quale potrebbe derivare anche la concreta approvazione oppure lo scoraggiamento del rituale nel Duomo che, in contraddizione alla dichiarata posizione scettica della Chiesa, viene chiamato miracoloso e celebrato da un'autorita' quale l'arcivescovo di Napoli, nella cattedrale dove e' il suo seggio. L'ipotesi che proponiamo, infatti, ha il vantaggio di non presupporre, fino a questo punto, la malafede degli officianti. Pero', adesso che esiste una nuova ipotesi, e' lecito aspettarsi che venga presa in considerazione: e non si puo' desiderare una prova meno complicata o rischiosa di quella che basterebbe a controllare questa ipotesi. Se ci si rendesse conto che la spiegazione e' giusta, solo da allora, come spiegheremo poi, sarebbe realmente disonesto proseguire a chiamare miracoloso il rito. Si offrirebbe, anche nel caso che valesse la spiegazione naturale, una perfetta possibilita' di uscire da una situazione che da secoli e' ambigua, in modo dignitoso. Errare humanum est... Questo punto di vista e' d'altronde solo una versione piu' attenuata e meno coinvolta di quello della grande maggioranza delle persone di fede che, secondo la nostra esperienza, vedono con antipatia e con poca indulgenza quelle che ritengono delle manifestazioni di una fede e di una devozione molto male intese.

La reliquia di San Gennaro
San Gennaro e' una figura non si sa se totalmente, o quasi totalmente leggendaria. Nell'ipotesi piu' favorevole, quella della Chiesa Cattolica dagli anni '60 di questo secolo, quando l'importanza di questo santo nei calendari liturgici e' stata molto diminuita, sarebbe esistito realmente, ma nessun dettaglio della sua vita sarebbe documentato. La tradizione vuole che sia stato ucciso, martire cristiano, nel 305. E' solo mille anni dopo, nel 1389, che si ha la prima notizia di una reliquia che rappresenta il sangue del santo e che passa in modo considerato miracoloso da solida a liquida; mentre vi sono cronache di poco precedenti (1382), con molti dettagli sul culto del martire, nelle quali pero' non compaiono ancora ne' la reliquia ne' il miracolo. Quella di San Gennaro fa dunque parte dello sterminato numero di reliquie comparse nel medioevo. Nel 1300 reliquie definite in maniera che ora e' strabiliante erano incredibilmente diffuse. C'erano fedi nuziali della Madonna, fasce del bambin Gesu', piume dell'arcangelo Gabriele. Va detto che anche in secoli piu' recenti si poteva, a Santa Croce in Gerusalemme, a Roma, osservare il cartello della Croce, con le scritte in Aramaico, Greco e Latino. Insieme, meta di pellegrinaggio per le persone piu' scettiche da ogni parte del mondo, l'osso proprio del dito che servi' a San Tommaso per controllare la realta' di Gesu' risorto.

(Indovinate fino a che secolo. Soluzione alla fine.)

Non e' corretto esaminare la reliquia di Napoli come se non facesse parte, come tutti i prodotti della civilta' umana, di una categoria di oggetti simili, caratteristici di un luogo e di un'epoca.

Caratteristiche della reliquia

La reliquia consiste in due bottigliette sistemate fra i due vetri della teca rotonda con lunga impugnatura che si vede maneggiare dall'officiante. La parte rotonda con i vetri ha un diametro di circa 12 centimetri. La bottiglietta piu' piccola, cilindrica, ha solo delle macchie al suo interno. E' vuota come ora gia' dal 1575. La bottiglietta maggiore e' tondeggiante, appiattita, dal volume stimato di 60 millilitri ed e' parzialmente riempita della sostanza ignota. L'affermazione di base sulle proprieta' miracolose della sostanza nella bottiglietta e' che sia inconcepibile che una qualunque sostanza cambi ripetutamente da solida a liquida senza una causa evidente. Ancor piu' miracoloso viene considerato il suo comportamento nell'eventualita' che sia autentico sangue. Ma quella che ci sia un'inesplicabile liquefazione di sangue, oppure di una qualunque sostanza naturale, e' solo l'affermazione principale. Come e'assolutamente tipico delle affermazioni sul paranormale, i punti di vista di chi le sostiene non concordano fra loro. Come sempre in questi casi, anche le affermazioni su questo miracolo non sono ben definite, ma piuttosto una gamma che va dall'implausibile, passando per lo strano che incuriosisce, al semplicemente banale: l'unica parte che richiede una spiegazione e' in realta' quella centrale, strana. Anche perche', tipicamente, vale la solita legge sul paranormale: le affermazioni strabilianti si rivelano in genere false o vastamente esagerate, se indagate accuratamente; le affermazioni documentabili non sono mai interessanti. Piu' aumenta il controllo, piu' diminuisce la straordinarieta' dei fenomeni in questione. Ecco quindi una scelta di affermazioni sul miracolo di San Gennaro credute da persone diverse in tempi diversi, sempre considerandole miracolose:

    "San Gennnaro fu gettato in una fornace, ma ne usci' illeso." (Ora citata solo come esempio di superstizione medievale. Screditata, non abbiamo cercato di riprodurla. Certo, trattenendo Garlaschelli che se puo', prova.)
    "'Miracolomanzia': l'osservazione di come e con che velocita' si svolge il miracolo permette di predire il futuro." (Grande favorita dei mezzi d'informazione. Non riprodotta.)
    "La sostanza, senza scambi con l'esterno, varia di peso. " (Pensiero che le persone con cognizioni di fisica possono a malapena contemplare. Ancora citata perche' alle misurazioni piu' moderne, che non hanno affatto replicato le dubbie testimonianze precedenti, non viene dato nessun rilievo.)
    "Il miracolo avviene perche'il sangue nell'ampolla viene ricongiunto, quando e'portato vicino al busto aureo e argenteo di San Gennaro, col cranio del santo che vi e' contenuto." (Vicinanza considerata essenziale per molti secoli, ora non lo e'piu'. Ad ogni modo nel busto sono conservati solo polvere d'ossa e piccoli frammenti.)
    "La sostanza ha consistenza "lapidea" ed e'stata udita da un osservatore sbattere contro le pareti della bottiglia come un solido." (Tutti gli altri la descrivono aderente alle pareti. La nostra e' meno dura della pietra.)
    "La sostanza cambia di volume." (Osservazioni non riprodotte recentemente. La nostra no. Se e': "sembra cambiare di volume", anche la nostra.)
    "La sostanza puo' andare in ebollizione." (La nostra no. Se invece: "Si producono bolle e schiuma in superficie", come dicono le cronache recenti, anche la nostra.)
    "Sulla superficie della massa solida possono restare, come congelate, delle bolle solidificate." (Anche nei nostri campioni.)
    "La liquefazione avveniva nel 1600 anche capovolgendo la teca e lasciandola ferma, lontano da ogni persona. Dopo un certo tempo, senza essere toccata, la sostanza si staccava dalla parte alta del contenitore e si riversava in basso." (Succede anche a noi: 15 minuti, per esempio.)
    "Una parte solida puo' permanere, immersa nel liquido. E' detta "globo" e serve per i pronostici." (Riprodotto, ma il nostro non si compromette.)
    "Del liquido si separa a volte sulla superficie della parte solida." Viene interpretato come la parte sierosa del sangue. (Succede anche a noi; secondo noi e' l'acqua che ci abbiamo messo.)
    "A qualche persona sembra che il colore non sia sempre lo stesso." (Eccoci al banale: certamente a qualche persona sembra che il colore cambi: e ad altre no. Comunque succede anche a chi osserva la nostra sostanza passare da solida, con un certo spessore, a liquida, con spessori molto piu' sottili sulle pareti del contenitore.)

Altri aspetti della sostanza della reliquia che vengono spesso citati come caratteristici e che i nostri campioni riproducono, sono: la consistenza variamente pastosa della massa in liquefazione e la superficie superiore lucida della sostanza allo stato solido. Fra gli aspetti che viceversa sono caratteristici della nostra sostanza, ma molto difficili da spiegare con l'ipotesi del miracolo, ne spicca uno: il fatto che la liquefazione possa avvenire per le manipolazioni richieste dalla manutenzione della teca. C'e' poi anche il miracolo di Pozzuoli, dove in concomitanza con quello di Napoli o, secondo altri, pochi preveggenti istanti prima, la pietra sulla quale e'stato dimostrato che non e' stato decapitato San Gennaro pare rosseggiare. Naturalmente scegliere fra le presunte osservazioni, spesso in contraddizione fra loro, cercando le piu' attendibili, ha un senso solo se si presume che la reliquia non sia mai stata sostituita durante la sua lunga storia. Non e' niente di piu' che una congettura, ma il fatto e' che se delle sostituzioni sono avvenute non c'e' speranza di trovare una spiegazione ora. Naturalmente in questo caso la frode sarebbe implicita e i miracoli esclusi.

Altre ipotesi

Per cercare di spiegare le piu' documentate fra quelle affermazioni, cioe' principalmente che la sostanza puo' passare da solida a liquida durante l'esecuzione del rito, sono state proposte, nei secoli, decine di ipotesi. Purtroppo non meritano nemmeno di essere riferite, tranne quella, ancora plausibile anche dopo la nostra proposta, di una sostanza che fonda a temperatura ambiente. Si puo' infatti probabilmente realizzare, anche con materiali medievali, un miscuglio che passi da solido a liquido, cioe' con punto di fusione, a qualunque singola temperatura desiderata nella gamma di quelle presenti nella cattedrale. Questa e' certamente un'ipotesi degna di rispetto ed e' facile da mettere alla prova quanto la nostra ipotesi. In questo caso si dovrebbe solo variare in maniera controllata la temperatura ambiente attorno alla teca, sempre nella gamma di temperature cui e' esposta anche normalmente (o forse: variare la temperatura sul manico e sulla corona, che vengono impugnate, fino a 36 gradi): non c'e'nessuna difficolta' e nessun rischio. Ma, in mancanza di questo esperimento, anche l'ipotesi della fusione non e' riuscita ad imporsi se non come la piu' plausibile: forse per la difficolta' di controllare le temperature necessarie durante il rito, forse perche' si considera che l'ovvieta' del fenomeno della fusione sarebbe apparente a chi l'osserva. Anche le fonti critiche continuano a descrivere il miracolo come "non spiegato dalla scienza" e "non riproducibile".

L'ipotesi tissotropica

La nostra proposta (Luigi Garlaschelli, Franco Ramaccini, Sergio Della Sala. "Working bloody miracles", Nature, vol. 353, n. 6344, (10 ott. 1991) p. 507 ) si basa sulla tissotropia (o tixotropia; dal greco thikis "l'atto di toccare" e -tropia, qui "trasformazione"), una proprieta' fisica non diffusamente conosciuta, ma nota fin dall'antichita'. I materiali tissotropici diventano piu' fluidi se sottoposti a una sollecitazione meccanica, come piccole scosse o vibrazioni, tornando allo stato precedente se lasciati indisturbati. Un esempio consueto di questa proprieta' e' la salsa ketchup, che se ne sta rappresa senza scendere dalla bottiglia fino a quando delle scosse non la fanno diventare d'un tratto molto piu' liquida, e ne viene fuori troppa. La tissotropia e' impiegata in moltissimi prodotti, come gli inchiostri e le vernici, dove il colore diventa abbastanza fluido quando e' sottoposto a sollecitazione mentre abbandona lo strumento di applicazione e viene steso sul supporto, ma deve scorrere il meno possibile una volta lasciato a riposo. Pur essendo nota da sempre in certi campi, la tissotropia non e' molto conosciuta, nemmeno presso chi si occupa di fisica o di chimica. Un esempio di come sia poco conosciuta e' che due fra i maggiori esperti cattolici sul miracolo di San Gennaro hanno dei passi, nei loro libri, in cui descrivono quanto dovrebbe essere strana una sostanza che imitasse la reliquia: coll'intenzione di dimostrare che sono richieste delle caratteristiche "che la scienza non puo' spiegare", danno in realta', senza saperlo, una definizione della tissotropia. (In questo, di per se', non c'e' naturalmente niente di male e noi siamo i primi ad averla ignorata fino a poco tempo fa.). D'altra parte molti che avranno conosciuto sia la tissotropia sia il miracolo di San Gennaro devono aver pensato, piu' o meno vagamente, ad un possibile collegamento fra i due fenomeni. (Per esempio, come abbiamo poi scoperto, James Randi, che da ragazzo, in Canada, aveva lavorato in una fabbrica di vernici!) Ma e'merito proprio di questa rivista l'aver fatto convergere l'interesse, le cognizioni e lo scetticismo dai quali e' nata una formulazione sufficientemente accurata dell'ipotesi tissotropica, contemporaneamente ad una sostanza che la esemplifica: questa sostanza (una sospensione colloidale di idrossido di ferro in acqua con ioni sodio e cloro) e' stata studiata espressamente per esibire la tissotropia in forma cosi' accentuata da passare, se agitata lievemente, addirittura dallo stato solido a quello liquido, ma, al contempo, per essere realizzabile con i soli mezzi disponibili nel 1300. (Tutta la parte chimica, naturalmente, e' opera di Luigi Garlaschelli.)

Sulla frode inconscia

Un vantaggio della spiegazione tissotropica e' quello di essere cosi' adatta all'ipotesi della frode inconscia. E' un dato di fatto che anche solo per accertarsi se la liquefazione e' avvenuta bisogna muovere il recipiente: solo allora si puo' distinguere il comportamento di un solido, che mantiene la sua posizione rispetto al contenitore muovendosi insieme ad esso, ed un liquido, che invece rimane in basso, con la superficie sempre orizzontale. In questa fase critica quindi, necessariamente e indipendentemente dall'intenzione di chi maneggia la reliquia, possono essere presenti le sollecitazioni necessarie per la liquefazione di una sostanza tissotropica. Se anche il celebrante puo' credere il rito miracoloso e non deve fare nulla, coscientemente, per la sua riuscita, non c'e'piu' bisogno di presumere la disonesta' di ogni singolo officiante. La tissotropia e' appunto abbastanza poco conosciuta da permettere ai successivi esecutori del rito il vario grado di autoinganno necessario caso per caso. (Questi sono vantaggi nell'ipotesi lievemente ottimistica che disonesta' ed autoinganno richiedano almeno qualche scusa, e non siano il comportamento normale che ci si debba aspettare attraverso i secoli.). In piu', eliminando il bisogno della malafede, non c'e' piu' il problema di spiegare come sia possibile tenere un simile segreto per 600 anni. Dapprima i movimenti del rito ci erano diventati familiari e, come tutti, li davamo per scontati come quelli giusti per accertare lo stato della reliquia. Ci sembravano contemporaneamente adatti anche a far diventare liquida una sostanza tissotropica e a mantenerla in questo stato. La reliquia viene continuamente capovolta, tanto nella prima fase, quando l'officiante controlla se la liquefazione e' gia' avvenuta, quanto nella seconda, quando la liquidita', ormai accertata, e' mostrata alla folla. Dopo esserci familiarizzati con l'interpretazione tissotropica del rito, e dopo aver maneggiato per qualche mese le bottigliette con la nostra sostanza, abbiamo cominciato a renderci conto che, pensandoci bene, quando si vuole vedere se il contenuto di una bottiglia e' solido o liquido, la si scuote un pochino, o la si inclina leggermente, ma nessuna persona capovolgerebbe completamente la bottiglia: non per controllare lei stessa, ne' per mostrare ad un'altra che contiene un liquido (sarebbe un gesto plausibile, invece, per mostrare che il contenuto e' solido). I movimenti rituali che ci sono stati tramandati dalla tradizione cominciavano in fin dei conti ad assomigliare di piu' a quelli giusti per liquefare e mantenere liquida una sostanza tissotropica. Sembrava sempre piu' un trucco molto ben studiato per funzionare automaticamente, da solo.

Non un'accusa, ma la possibilita' di un'onorevole via d'uscita.

Ecco dunque un punto essenziale di questa ipotesi, che viene sempre ignorato o travisato dai mezzi d'informazione. Lungi dal porre l'accento sulle responsabilita' della Chiesa nel partecipare ad un possibile inganno (responsabilita' che peraltro ci sono) l'ipotesi tissotropica e' proprio basata sul fatto che la frode, se c'e' stata, e' stata fino ad ora in gran parte involontaria. Se con un controllo davvero elementare, cioe'scuotendo lievemente l'ampolla, l'ipotesi tissotropica venisse avvalorata, basterebbe ammettere l'errore passato, per salvare la faccia futura.

C'e' del sangue?

Quanto all'inizio di questa possibile frode inconscia, c'e' fra noi una certa gamma di opinioni diverse. Alcuni, tenendo presente l'incredibile assurdita' (non si puo' nemmeno parlare di "falsita'") delle reliquie cristiane del XIV secolo, non hanno esitazioni ad attribuire la creazione della reliquia a persone competenti preoccupate unicamente di ottenere il giusto effetto sorprendente, usando soltanto le materie piu' adatte. Non capiscono cosa c'entri il sangue e trovano che tanto il cercarne le tracce quanto le spettroscopie considerate rivelatrici, siano iniziative infondate e fallaci. Altri preferiscono tenere aperta anche la possibilita' che del sangue, forse originale, forse aggiunto piu' tardi, faccia parte del contenuto dell'ampolla, magari in proporzione minima. In questo modo, oltre alla creazione di un falso medievale partendo da un'autentica reliquia, resta aperta anche la possibilita' dell'insorgere fortuito della tissotropia per la contaminazione casuale del sangue con altre sostanze. I risultati di quella spettroscopia non sono stati sottoposti al giudizio di referee di una rivista scientifica; la loro qualita', nella piu' favorevole delle ipotesi, richiede troppo il contributo dell'interpretazione di chi li osserva, per costituire un argomento convincente. Inesplicabilmente e' stato impiegato uno spettrometro a prisma, invece di un moderno spettrometro elettronico. Piu' spettri, ottenuti a qualche minuto di distanza l'uno dall'altro vengono interpretati come rivelatori ognuno di un diverso derivato dell'emoglobina, e spiegati con un miracolo in progresso, mentre, si noti bene, la sostanza era da tempo in fase liquida, e non in liquefazione. Ad altri osservatori lo spettro fotografato sembra sempre uguale, ma di cattiva qualita'. Il fatto che una prova iniziata per dare un risultato fornisca invece risultati giudicati diversi fra loro ma favorevoli suggerisce inevitabilmente che l'interpretazione vi giochi un ruolo preponderante. E' difficile valutare quanto alcune circostanze costituiscano un buon argomento a favore dell'ipotesi tissotropica, o quanto invece siano coincidenze non significative:

Molisite sul Vesuvio

Tre dei quattro ingredienti della nostra ricetta sono di uso quotidiano: il carbonato di calcio, presente ovunque, per esempio nei gusci d'uovo, che ne sono una fonte pura al 93.7%; il sale comune; l'acqua. Il quarto e' il cloruro ferrico. In un primo momento pensavamo che il cloruro ferrico non fosse presente in natura, e stavamo cercando un modo facile per produrlo da sostanze note nel medioevo. Ma poi abbiamo trovato nelle enciclopedie chimiche che c'era un singolo sale ferrico presente in natura, ed era proprio il cloruro ferrico: si trovava, sotto forma del minerale molisite, "sul Vesuvio o su altri vulcani attivi". Difficile dire se e' una coincidenza, ma certamente sembrava scritto apposta per noi. Potrebbe perfino spiegare la strana concentrazione nell'area Napoletana delle reliquie di sangue miracoloso che e' stata varie volte notata, ma mai spiegata. Sul comportamento di queste altre reliquie, comunque, c'e' ben poco di documentabile; nel complesso non sembra che funzionino. Uno di noi (Garlaschelli) e' andato ad assistere, nel 1991, anche al rito di Santa Patrizia, che dovrebbe essere il piu' interessante: si e' rivelato una completa delusione.

Senza aggiunta di coloranti

La nostra sostanza e' del colore giusto, non c'e' bisogno di aggiungere alcun pigmento. La rende questo forse una candidata migliore, visto che il suo stesso aspetto puo' averne suggerito l'uso disonesto? Infine l'ipotesi tissotropica non esclude l'influenza delle variazioni di temperatura sulle irregolarita' di comportamento della reliquia.

Anacronismo?

Per ottenere un prodotto puro, che si comporti in modo piu' regolare, abbiamo usato la dialisi. Se e' certamente vero che la dialisi, compresa nel suo vero significato, e' un procedimento del 1800, essa e' pur sempre solo un filtraggio attraverso pori estremamente piccoli, come quelli della pergamena o dei budelli. Tutta la procedura necessaria, effettivamente, ha un sapore da bottega d'arte del 1300. Li' si potevano trovare i colori tenuti in budelli, o la pratica di aggiungere una base, spesso carbonato di calcio, ai pigmenti. Il nostro composto, se calcinato, coinciderebbe col pigmento caput mortuum (Fe2O3). Il fatto che vedendo funzionare il nostro composto venga la curiosita' di sapere se quello della reliquia sia proprio la stessa sostanza e' certamente un segno incoraggiante per chi si e' adoperato per avvicinarvisi il piu' possibile, ma lo spirito della nostra indagine non e' stato certo quello di indovinare esattamente la composizione della sostanza nell'ampolla. L'aver replicato i comportamenti piu' documentati della reliquia serve a dimostrare che e' possibile farlo, e che era possibile anche all'epoca della sua comparsa. Ora non si dovrebbe piu' poter affermare che il suo comportamento non e' riproducibile con normali metodi fisici o che la scienza non puo' spiegarlo. Anzi, prendere in considerazione l'ipotesi tissotropica potrebbe essere per la Chiesa un pretesto per riconsiderare un atteggiamento che forse e' restato arretrato di secoli rispetto alla sensibilita' di chi crede. La stampa ha concesso a quest'idea uno spazio soddisfacente, comprese la seconda pagina del Times di Londra e le prime pagine dei quotidiani nazionali; perche'solo L'Osservatore Romano ci ha deluso, tacendo sempre? La Congregazione per le cause dei santi non ha forse il compito di assicurarsi di quell'autenticita' delle reliquie che e' considerata essenziale dopo il Concilio Vaticano II ? Perche'non dovrebbe esserci nell'organizzazione ecclesiastica qualche persona che desidera chiarire quella che si trascina come una posizione ambigua? Una scossettina, per mettersi in pace la coscienza.
Io credo nei miracoli


Riferimenti bibliografici

    Calvin, Jean.Traite' des reliques,Geneve, 1543.

    Bentley, James. Ossa senza pace (1985); Milano, SugarCo, 1988.

    Alfano, Giovanni Battista; Amitrano, Antonio. Il miracolo di S. Gennaro: documentazione storica e scientifica (1924); 2a ed.ampliata, Napoli, Scarpati, 1950.

    Moscarella, Ennio. "Il sangue di S. Gennaro vescovo e martire", Proculus , Pozzuoli, (ott.-dic. 1989), p. 365-407.

    AA.VV. Atti del convegno nel VI centenario della prima notizia della liquefazione del sangue(1389-1989) Napoli, 16 dic. 1989, Torre del Greco (Napoli), 1990. [per la spettroscopia]

    Moscarella, Ennio. La "pietra di S. Gennaro alla Solfatara" di Pozzuoli, Napoli, Edizioni Dehoniane, 1975. [chiarificatore]

    Cennini, Cennino D'Andrea- Il libro dell'Arte (scritto alla fine del 1300) (Roma, Salviucci, 1821); Vicenza, Neri Pozza, 1971.

    Thompson, Daniel V. The Materials and Tecniques of Medieval Painting (London, Allen & Unwin, 1936); New York, Dover, 1956. 


Link articolo